Il condominio S.I.M. – Carlo


 

Tra qualche giorno uscirà una mia piccola intervista nel blog di poesia della Rai di Luigia Sorrentino (qui). Una cosa legata al mio libriccino Il colore dell’acqua (Samuele Editore 2016, qui) di cui è uscita una brevissima recensione in Poesia a cura di Fabio Simonelli (qui), che ringrazio. Sostanzialmente Luigia mi ha rivolto le medesime domande che io stesso ho rivolto a lei e a diversi altri poeti per la rivista online Zest, per la quale curo la rubrica di poesia Il Teeteto (qui). Tra le risposte che ho citato anche a Luigia mi piace ricordare queste: la poesia, per me, è un’esperienza del mondo (Giovanna Rosadini); è solo quest’ultima che davvero “inventa” la lingua, che realmente la rinnova (Franco Buffoni); la poesia esprime il superfluo per eccellenza (Maria Grazia Calandrone); la poesia è un estremo tentativo di riparazione (Luigia Sorrentino); lo strumento che cerca il senso delle cose e lo strumento che (a tratti, per illuminazioni) scopre quel segreto e lo segnala (Alessandro Fo).

Nell’intervista preannuncio il mio nuovo progetto per quei quattro amici magari interessati alle mie cosette, che è sostanzialmente Il condominio S.I.M. Molto banalmente si parla del condominio dove abito (S.I.M. è il suo nome), una struttura degli anni ’60 che inizialmente era un albergo (c’è ancora il gabbiotto del custode, ora usato come sgabuzzino credo). In questo condominio siamo circa una cinquantina di persone tra monolocali e appartamenti di ben più degna metratura. L’idea, che sostanzialmente nasce alla fine de Il colore dell’acqua con il poemetto La ragazza di nome Olga (qui), è quella di raccontare i vari personaggi che abitano nel condominio. Ogni personaggio ha una sua storia, una sua critica (anche se è una parola un po’ grossa). Olga è la ragazza inesistente che abita sopra il mio appartamento. Reale proprio perchè inesistente. Ora presento Carlo.

Si tratta ovviamente della prima bozza del poemetto.

 
 
 
 
 
 
Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. È
introverso quanto basta
a gridare di notte – perchè
tutto ciò che è trattenuto
prima o poi esplode –. Butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.
 
 
 
 
 
 
Carlo è un ragazzo che beve troppo.
Vive di fronte a una cucina
che non ha più nulla da dire
né da sapere, colleziona
lattine di birra perchè
gli raccontano una storia, vicino
al forno, ai libri accanto al letto.
 
 
 
 
 
 
Carlo sbatte la porta ogni volta
che torna a casa. Misurano
cinque passi gli spazi della sua
felicità – se si può parlare ancora
di felicità quando si hanno
i calzini sporchi e gli occhi
bucati, dall’ultima lavatrice –.
 
 
 
 
 
 
L’idea che mi sono fatto
è che a Carlo manchino tre cose:
un amore, un luogo e il suo
distacco. Perchè è questo
che di notte fa urlare un uomo
e fa chiamare la polizia
dai vicini preoccupati che
troppa vita gli sia mancata.
 
 
 
 
 
 
Dicono sia così che sopravvivono
le cose. Nei cartelloni stradali
che si ripetono e che fanno
sembrare tutto più felice – Carlo
però non è d’accordo, dice
che felicità è il colore rosso dei fanali
davanti, un istante prima dello schianto.
 
 
 
 
 
 
Carlo so ha fatto un viaggio.
A Londra, o a Parigi, so
ha fotografato salumi e donne
abbracciate alle vetrine
perchè gli uomini amano l’effimero,
ciò che esiste e poi scompare.
Non siamo fatti per restare.
 
 
 
 
 
 
Carlo crede tutto sia un ritorno.
Anche la partenza – per quanto
improbabile – dell’aereo
che ha paura di prendere. Carlo
vede tutto come una calligrafia
già fallita, uno stendere i vestiti
l’attimo prima della pioggia.
 
 
 
 
 
 
Carlo questa notte ha bevuto troppo.
L’ho sentito vomitare e urlare
dall’altra parte della stanza
con un diaframma nella gola,
una cartilagine disfatta.
Dicono che siamo come foglie
che si spezzano allo sguardo.
 
 
 
 
 
 
Carlo sono quattro giorni che
non si fa la doccia. Lo vedo
uscire dal portone con gli stessi
pantaloni, lo stesso odore di cose
passate, che restano addosso, per
questo sua madre lo ha sgridato
ieri, al telefono, dicendo
che è inutile attendere l’attesa.
 
 
 
 
 
 
Carlo questa mattina credo
abbia fatto l’amore. Ho sentito
versi di persiane scorrere
e di gole che si toccano, ma
non aveva volto quella donna.
Solo piedi lunghi e capelli ben curati.
E grida di un animale in gabbia
che non sa come uscire dalla vita.
 
 
 
 
 
 
Carlo oggi si è fermato
a lato della strada – appena
fuori del portone – in attesa
di un’auto che non passa.
Perchè è la vita che non passa
negli steli d’erba delle gambe
e delle unghie mal tagliate.
Carlo non riesce a sopravvivere.
 
 
 
 
 
 
Carlo questa notte è ritornato
a casa già ubriaco. L’ho sentito
dal peso dei suoi passi
e dalle scarpe che ha lanciato.
Come un gesto contro il muro.
Come la cameriera che ha incontrato
con gli occhi grandi e le spalle larghe
e un odore acre in mezzo ai jeans.
 
 
 
 
 
 

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