Il condominio S.I.M. – Anna

 

Dopo La ragazza di nome Olga (una versione iniziale qui, poi confluita in Il colore dell’acqua) e Carlo (qui) continuo con l’esplorazione dei personaggi del Condominio S.I.M. con una nuova presenza: Anna.

Ovviamente è ancora tutta in costruzione. O scoperta.

 
 
 
 
 
 

Anna è una ragazza che vive
all’altro lato del corridoio
e come una poesia di Momi
prende la vita con i gomiti,
che le braccia le ha legate
dietro la porta, tra lo stipite
di ieri e le costole di oggi.
Anna ha un amore
sconfinato per se stessa.

 
 
 
 
 
 

A volte mi chiedo a cosa serva
chiudere la porta a due mandate
se poi sei al primo piano e
le finestre sono sempre aperte.
Non lo chiedo nemmeno
ad Anna, che ha tolto le tende
e spezzato le ginocchia
di tutti i giorni che ha vissuto.

 
 
 
 
 
 

Anna ha un odore di sesso
che vorrei, ma senza toccare,
e ha gli occhi verdi come un lago
e due ragazzi che parlano di notte
dopo una pioggia, una luna sporca,
lei che s’offre, lui che parla
alle sue gambe circolari come
un modo d’essere nel mondo
senza camminare sulla terra.

 
 
 
 
 
 

Anna ha le gambe lunghe
come strade che portano lontano,
ha gli shorts, spesso, e i tacchi
la sera quando esce. Ha un’amica
che la viene a prendere e
che la prende per mano per le scale
e le apre la porta della macchina.

 
 
 
 
 
 

Come fai l’amore così vivi
ho sentito una volta urlare
all’altro lato del corridoio
là dove sono le sue ciglia.
E posso anche essere d’accordo
ma quando ascolto Anna
da dietro la sua porta
la sento sola respirare, sola,
perché non le serve essere toccata.

 
 
 
 
 
 

Anna passeggia con le labbra
schiuse appena il giorno
dopo primavera. Credo
si senta bella come la stagione
di Neruda, quando
per entrare dentro i frutti
deve frapporre una distanza.

 
 
 
 
 
 

Anna cammina da sola
di notte nella stanza come
una canzone che ho ascoltato.
E misura i passi ticchettando
muro contro muro
e unghia contro unghia
le cartilagini dei giorni.
Vibra qualcosa fra i capelli,
passa mezz’ora nello specchio.

 
 
 
 
 
 

Anna segue un protocollo
ben definito, quando esce.
Prima le scarpe, aperte
quand’è estate, poi i capelli
altrettanto aperti
e lunghi, specie d’inverno,
poi un po’ di trucco sulle labbra
e inversamente sulle ciglia. In
fine il passo, da vestirsi addosso.

 
 
 
 
 
 

Anna oggi si è fermata
a chiacchierare per la strada
con un’amica indiana. Una
sola, molto bella, con le dita
dall’odore di cose segrete.
Anna si stringeva fra le gambe
abbracciandosi le braccia.

 
 
 
 
 
 

Anna ha studiato da infermiera.
L’ho capito oggi che
è tornata a casa con due buste
della spesa, la borsetta sulla
spalla, e uno sguardo grande.
E un pacco di cerotti per quando
ci si fa male nella vita.

 
 
 
 
 
 
Anna ha messo in balcone
due vasi senza fiori
grandi quanto le sue gambe.
Li ha messi in fila, contro il
muro, come rappresaglia. Un
riccio che si prepara allo schianto.
Perché in fondo anche il vuoto
dice la forma che ha lasciato.

 
 
 
 
 
 
Oggi ho sentito Anna urlare
contro un suo amico. Lo
accusava d’essere violento
e presuntuoso, urlava e gli
sbatteva la porta addosso
mentre lui tirava calci alle pareti
con lo sguardo di chi sa che il cane
segue sempre il suo padrone.

 
 
 
 
 
 

E poi ho sentito Anna
parlare come niente fosse
e fare joga ogni mattina
come quando si masturba
e rimettersi rimmel e rossetto
e camminare per la strada
esattamente come prima
perchè il tempo non le basta.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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