Christabel – Ed. Del Leone 2001

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CHRISTABEL
Alessandro Canzian
 
 
 
Eppure siamo cambiati.
Nei lontani, orizzonti sparsi
dei tuoi capelli, nell’Ashley
che t’esplora ma non muta
se non assente, nell’apparire
e disparire d’un istante
irreversibile –qui ti scavano
i capelli l’evangelica
fronte-. Perché?
Mutatis mutandis si dice,
e che lo spirito sia pronto
ma la carne è debole.
E altra umanità, altra giustizia,
altro amore, altro Dio.
Ma poi, che vogliono dire?
 
 
 
 
 
CHRISTABEL
 
Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,
contactum nullis ante Cupidinibus.
April si the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
 
 
 
Cadono di sera
stelle. E stagioni
sfrondano a baciare
parole innamorate:
due anime, un giardino
e fondono sussurri.
Notte di Lorenzo.
E poeta sta pensando
all’autunno in cui cadranno
sorrisi abbandonati,
fiori rovinati,
sensi mai sedati.
Ma modiglianica,
lei! Avvinghiarsi
melodico di ombre,
très joli adagiarsi
d’echi scemanti, squisiti,
e un vicino pianoforte.
 
 
 
 
 
Cullami, oh, cullami
tenue moto d’anima,
semplice tristezza,
dove, dove siede
pace del mio essere?
Ridendo come un giorno
che lievemente s’appresta
a cadere, vado,
e vedo bene la mia sorte.
Quanto vicino è il destino!
E quanto vicina è la speranza!
ansiosa di carezze,
e sguardi innamorati,
e pelle liscia, bianca,
e morbida ai miei baci.
 
 
 
 
 
Déshabillé d’una rosa,
rosa raccolta,
rosa racchiusa
nel bicchiere imbevuto
d’azzurro, petalo
di corpo sui miei
desideri,
disanimate stille d’amore.
 
 
 
 
 
Notte insonne.
Non piove, non
odo lampi rotolare, non
odo stormire di foglie, solo
solletico sul volto, troppo
lunghi i tuoi capelli, solo
fohn su una mia spalla, solo
impercettibile e sognato
tuo fiato.
Che esista, in qualche luogo,
pace?
 
 
 
 
 
Stralcio di muro
sparso nel cielo, pare
infinita tristezza.
E nuvole appoggiate
a un improbabile agosto,
aria nauseante al respiro.
Tu, spoglia d’ogni veste,
stesa, aggrappata,
permeata corpo e anima
da un altro, sei folle
gelosia d’uomini
passati.
 
 
 
 
 
ANDRÈES
 
 
 
Chiusa persiana,
dietro una morta.
“A par che al clame
 
ploia”.
Strada e voci,
ignare corone.
 
“Al funeral al è
doman”.
Donna così buona!
 
tanta sofferenza.
“Stamatina”
Campana tocca,
 
rivo strozzato che,
“Stamatina”.
Ed è subito sera.
 
 
 
 
 
In fuoco di stufa
perdo lievitare
esili memorie.
 
Zampilla! Zampilla!
immagine viva.
Dove? Non più.
 
Autunno o inverno
gelo rafferma
sangue pietoso.
 
Ma stufa non basta
a scaldare l’amore
vite smarrite.
 
E fuori fantasmi,
fuori fantasmi,
vagano soli.
 
“È morta! È morta!
la vecchia più vecchia
occhi e cielo d’Andrèes!”
 
Fra mani capelli
impoveriti e pensieri
a ciocche sfinite.
 
Ma stufa non basta
a scaldare l’amore
vite smarrite.
 
“È morta! È morta!
la vecchia più vecchia
occhi e cielo d’Andrèes!”
 
 
 
 
 
Guardando un greto
di fiume inquinato
rivedo mio padre,
 
vicina mia madre,
anime sfaldate.
Rumore di passi
 
s’affloscia sul ventre,
pallido ventre,
sterile donna.
 
“Andiamo a cenare?”
Abbandonato su un sasso
di schiuma imbrunita
 
un verso, un ragno,
e umori di uomo:
“di mille secoli il silenzio”
 
 
 
 
 
RIMANENZE
 
 
 
Andorno è lontano.
E viale vecchio e il portone
di zio, e la casa
cieca, odore di tumore,
arida carta fortunata
che zia non trovava.
Anche Sirio è lontano, ma sai.
 
 
 
 
 
Da macerie d’affetti
sfatti, ove né pianto
né vita, cane guaisce
umani sguardi, senza razza,
vicolo inizia, doloroso
sorriso torna, ombra di uomo,
ombra di padre.
 
 
 
 
 
Ex illo felix non mihi nulla fuit.
Imbruna foschia imbruna, e io
cheto ansando spio, fuseaux, frisé,
corvini aerei giochi, perfetti, perfetta
inarchi la schiena, gioisci. O nobile
velluto e suadente, affinante passare,
o rose donate!
 
 
 
 
 
Ah malata anima d’assenze,
evanescenze, apatie,
eco amara, solamente
anima, o ruggine di anima.
 
 
 
 
 
 
Ferma davanti allo specchio,
solare e nebbiosa al mattino,
i capelli arruffati sul volto,
maestosa, elegante se pur nuda
d’una nera intimità
che non svela, sorridi.
E sorridi d’un pieno sorriso,
bianco, raro, raro sorriso.
 
Sono sempre diverse le cose d’un tempo.
Così la baita del tempo, lontano,
non irrora più di sole.
In corpo t’involgono parole
tristi, di preziosa tristezza, preziosa,
che ai neri filamenti di ciocche, evapora.
 
E non illumina il foglio stracciato,
né scalda, andato
liquido entusiasmo.
Rimane solo un pensiero, la sera,
non detto, corpo
deserto:
 
non ci è dato sapere quanto dura il tempo.
 
 
 
 
 
DOLORI
 
 
 
Suona dolore anima
stranita di riti
stantii, bruni,
su bruni corpi.
E suona dolce anima
anche,
in crepe apertesi
echi, sopiti.
Silenzio sia preghiera
oltre bene
e oltre male.
Andare oltre
andare oltre.
Desiderio di purezza.
Irreale città bruna.
Stagioni che portano
tutto
tutto
tutto.
Amen.
 
 
 
 
 
Solitudine d’assolo,
riso amaro,
figure camminano,
rondine cade
e libra,
gatto s’accuccia.
Giorno notte
nebbia sole,
pioggia aspersa
significa nulla.
Vita, ora ti so
dolore d’uomo
e Dio,
e loro solitudini.
 
 
 
 
 
Aroma di rimpianti
e ricordi,
stanze occluse
d’errori,
seta profumata
in femminile essenza
inquietata.
Non so più.
Perdere tutto
ed essere uomo,
o poeta,
non so più.
 
 
 
 
 
Nove di sera,
sera di festa
andreana.
Falena s’appende
a panca,
forcina soppesa
asfalto, svezzato,
altra falena muore
in danze
e vampe lontane.
Pioverà
sul greto avvizzito
d’anime
ammainate,
ma che importa.
 
 
 
 
 
Anni t’hanno resa donna
in frange di capelli
sparpagliati,
sparpagliati d’occhi,
occhi di loto
in attesa d’un bacio,
e non volendo.
 
Anni t’anno resa donna
in tremore d’occhi
troppo grandi,
e troppo dolci,
fino a un saluto
appena accennato,
“ciao”, per non dire altro.
 
Anni t’hanno resa donna
in fondo, fra gioie
e dolori,
chiacchiere di gente,
abbandoni non sempre consci.
 
Anni t’hanno resa donna
comunque,
fra andare e venire
d’anni,
comunque donna,
ma così bella,
comunque bella.
 
 
 
 
 
CHRISTABEL
 
 
 
Sole non basta
a illuminare finestre
disappannate,
stridore d’inerzia
in miseria di parole
d’acidi infuse
parole. E in tutto
coesistere dolore, altezza
che dolore scompone
non svanendo, coabitare
di poeta con se stesso.
 
 
 
 
 
Sole non basta.
Ho sognato d’un bacio
tuo, è vero.
Mangiarsi di labbra
in posati giochi,
morbido spirare
angolo di bocca, sensuale,
ho sognato d’un bacio
tuo, è vero.
Arnesi caduti
in ombre e luci,
collo disadorno
di gioielli,
casa in disordine
e gelo d’estate
va, ma troppo presto.
 
 
 
 
 
Muoio ogni giorno un poco.
E rosone arido di luce
indora inutilmente
me, diradando nebbia,
immagine vacua,
sintesi d’aria
spezzata. Donna,
boccale avido di bocca,
terra arata di sensi,
amante lacerata,
sopore d’assenza,
sei nell’assenza.
 
 
 
 
 
E vuoi essere più bella.
Ma dolce duna d’ombre
d’insabbiate incertezze
inanimate, già.
Già lambisci di sguardi
mani socchiuse,
sonno di cui amante
emanare oasi,
carezze, non vedi.
E schiudi le labbra al sonno.
 
 
 
 
 
APRILE
 
e l’amore che non è alimentato, nutrito
dalla croce, non è vero amore; esso si
riduce a fuoco di paglia.
 
 
 
D’affabili sguardi
incapace, nuvola
io stesso, gravato
dal peso d’un amore
che non apprendo.
E chino
il mio capo
al dolore
d’essere amato,
che gravoso è il peso
d’un amore
troppo innocente.
A nonna Marina.
 
 
 
 
 
Fredde tracce di mais
sparse
sul campo
di pioggia
e lacrime
impotenti
a esser piante.
E bottiglie vuote a pregare.
 
 
 
 
 
Aprile reinvoca
malate esplosioni
d’amore
e gioie
in macchie di muro
ammuffito.
Ma è in un ficus
sfinito
che trovo
me stesso.
 
 
 
 
 
Mi fagocita il pensiero
d’essere uomo,
pietra di fiume
smussata,
o divina tensione
addormentata.
E spenti vanno fanali
d’asfalto
dove l’anima sa morire
vile
elemento di natura
artificiale.
Ma a ogni morte si rinasce
ostinata luce,
sia essa d’asfalto o di pietraia.
 
 
 
 
 
Da Boobe’s bevi
e rivedi
la solitudine
che ci pervade
in differenti scaglie,
che la vita
è aver sete
di qualcosa
che non si può bere.
A mio padre.
 
 
 
 
 
Ho bisogno dell’alba
e dell’erba
e di terra
e di un uomo
che cammina
male
per vedere
Dio
nell’abbozzo d’un umano sorriso.
A un collega.
 
 
 
 
 
Devastante sorriso
sul mio sorriso
arido
di squarci
d’anima.
E per un fiato
di memorie
e tenerezze
mi devasti
d’alberi
e fiori
e sassi
e auto
spente
di me.
A nonna Marina.
 
 
 
 
 
CHRISTABEL
 
and first I put my arms around him
yes and drew him down to me so he
could feel my breasts all perfume yes
extremo dormit amic<t>a toro.
unum erit auxilium: mutatis Cynthia terris
 
 
 
Qual mai sarà l’anno, il mese, qual giorno,
o qual mai sarà il senso
d’essere e non essere
polvere, e ago di pino caduto, e bocca di leone,
e profumo
nel tuo profumo, di cose trascorse.
Alcuno. Ma siamo, e tanto basti.
 
 
 
 
 
Ci sarei passato accanto, volendo,
alla casa mai baciata dal sole, abbandonata
dall’odore del gatto
e dal tuo, che t’assomiglia
in fondo, anima e corpo.
Ma cos’è l’anima? E il corpo? Rimorso
che troppo spesso ci attanaglia.
 
 
 
 
 
Siamo sempre, sempre soli.
Noi, che d’infinito
abbiamo poco, grate di serpenti
e ciechi insetti, pozzi neri
crollati ormai da tempo.
E quel che ci rimane
in frattaglie d’anima sparse
è un figlio, che non sappiamo
come né quanto
sopravviverà alla fatica d’essere vivo.
 
 
 
 
 
La condensa, il desiderio, il vapore
delle cose state e che non saranno
più, l’ombra
d’un mobile a venire, un affanno, una dolcezza
quasi rubata.
Ma è nell’eterno tormento dell’uomo
l’essere uomo, o poeta.
 
 
 
 
 
Ho bisogno di sognare
con te, e su te,
l’attimo esitante d’un incontro
di luziana memoria
fra cielo e terra, alba e tramonto
che nel divenire avviene
statica essenza, e l’inframezzo
guardando l’altezza d’un ricordo.
Ma è l’attesa l’inganno,
il tutto già lo esprime.
27 giugno 2001.
 
 
 
 
 
La mia tristezza
è tristezza che vanifica il nulla
e il tutto, è proiezione
d’una proiezione
nuda e vuota, di se stessi, è straccio
con cui pulire –e hai pulitociò
che è stato e non è stato,
relativa ombra
di ciò che siamo.
28 giugno 2001.
 
 
 
 
 
Come abbiamo fatto
non sai, né quanto
avremmo voluto durasse
il modiglianico istante,
la verità e la menzogna
che siamo, la solitudine, le sue stasi,
la tua bocca nella mia bocca,
i tuoi capelli nell’altezza
d’un ricordo, e l’inganno
che nel tutto già ci esprime.
30 giugno 2001.
 
 
 
 
 
TESTI SPARSI
 
 
 
Ti cercava la mano il guanto
bianco, bisogno soffocato
d’umano, cieco
d’una roca voce in sogno, che nel sogno
la vita appare mano
calda, profumata, mano di donna
che prende e non ti lascia.
 
 
 
 
 
Ci accomuna l’impotenza, il gasolio
delle mani imperniate
dal vuoto, il freddo
camminare straniero
ad Aviano, mi dici, al telefono.
E nella voce impastata
presente, passato, futuro
dell’umana impotenza
d’esserci d’aiuto, d’essere felici.
 
 
 
 
 
QUASI UN’APPENDICE – DI NIENTE
 
 
 
Ascoltami.
L’amore è una bianca, leggera ferocia
d’essere felici, è l’icona
della foglia secca ai suoi piedi
nudi, è la sera, è la serra
del capello che scosta
dalla sua bocca, screziata.
Ascoltami.
L’amore è una dolcefuriosa bocca,
è uno sguardo di lupa,
è un odore che si attende, cupo, nell’alba.
 
 
 
 
 
Nella piscina dolorosa
il tuo cuore che batte,
il “ti amo” lontano,
la tua danza, corpo che flagra
rabbia.
E quanto vi è di dolce
e inutile, dispare
silenzioso istante.
E aria. E acqua. Inutili.
 
 
 
 
 
Cos’è il tempo, l’occasione
di credere in qualcosa?
La vita è dolore, patema di scelte.
Siamo incerti alle nostre ombre.
E desideriamo. Inquietamente.
Cos’è Dio? Il suo gioco inerte?
Cosa siamo noi?
 
 
 
 
 
Fermato alla luna, ho gridato
Saffo, Catullo,
Dante, Petrarca,
Tasso, Pascoli, Montale.
Tu eri Xenia, l’insetto stella
da non dimenticare.
Fermato alla luna, ho gridato
il “morire si deve”
come estrema speranza
di viverti ancora.
 
 
 
 
 
E ripercorro i passi che tu hai percorso
con la stessa tristezza così avvinta
che non pare possibile, esistere
altra gioia.
Qui tu sai di cose lontane.
Qui tu sai di labbra, e sangue
-e nel sangue, sai di albe-.
Qui tu sai di bene e sai di male.
 
 
 
 
 
Di te solo pochi versi.
Di te, dei miei errori
-“siete tutti uguali” mi dici-,
dell’”amore mio” sulla bocca,
degli sguardi chiusi aperti
al doloroso enigma di donna.
Di te solo pochi versi
tristi, tristemente.
Di te che sei corpo, corpo che preme
infinita dolcezza, silvestre.
 
 
 
 
 
Non nega la mia tristezza
l’aforisma di sabbia
e spuma. E sogno.
Tu sei la mia tristezza.
Tu sei l’avido spessore
d’un bacio, deragliato
-“mi fai sudare, io che non sudo
mai”-.
Tu sei l’onda, la forma d’incontro
del velo fra gli amanti.
Ma cosa siamo noi
in questo vuoto attendere la luce?
 
 
 

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