IL CONDOMINIO S.I.M. – Alina

alina
 

Alina, dopo Olga, Carlo, Anna, Giulia, Alberto. Questo è un personaggio veramente ancora solo abbozzato e che deve crescere. Ma ho l’impressione che abbia voglia di concludere qualcosa all’interno del Condominio. La presenza di mio padre, ad esempio, crea una certa circolarità. Sembra un ulteriore paradosso (come l’inesistenza di Olga o lo scendere le scale di Giulia) dato che in apertura del Condominio affermo che ha i capelli bianchi mentre qui dichiaro la sua morte.

Mi piacciono queste incongruenze, sanno di vita.

 
 
 
 
 
 
Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì
mattina, e scambia due parole
con l’amministratore di condominio
alle nove e quaranta, nove
e cinquanta, circa – quando lui
esce a fare la spesa – come
fosse una parte del suo lavoro,
una buona educazione.
 
 
 
 
 
 
Di Alina in fondo conoscevo
già i capelli lunghi e neri
che si fa crescere alle spalle
perché anni fa vivevamo
nello stesso paesino di provincia
e mi aveva permesso di sentire
il profumo dal suo collo
appena comperato alla Lidl.
 
 
 
 
 
 
Alina ha un tono di voce quasi
lamentoso, di treno che stride,
e un accento credo rumeno
di donna che ha lasciato un figlio
ma gli manda i soldi ogni mese
perché così assolve ai suoi doveri
e prepara un futuro al quale
nemmeno lei ci crede più.
 
 
 
 
 
 
Alina spesso veste in nero
perché la fa sentire più snella
e più serrati i fianchi. Ha
una bellezza di donna contadina
di appena cinquant’anni ma
portati male, per fatica,
due mariti, un figlio lontano,
un fratello che non sta bene.
 
 
 
 
 
 
Alina quando la incontro
ha sempre un odore acre e
un sorriso alla varechina
che non credo dovrebbe usare.
Ha in mano secchi e stracci
portati da una parte all’altra
riempiendo l’ascensore
assieme alla borsa e al telefono
e a qualche pensiero sulla vita.
 
 
 
 
 
 
Oggi mi sono fermato un poco
a chiacchierare con Alina.
Di quei giorni di provincia
nei quali era una donna bella e
chiara, i denti pieni, che
ricordava il motivo per cui
ci si alza la mattina, ci si lava
la faccia, Alina sorrideva
certamente meno di ora.
 
 
 
 
 
 
A volte vorrei abbracciarla
Alina perché mi ricorda
una conchiglia. Un matrimonio
appiccicato apposta per lo sbaglio
fatto alle sue insistenze, uno
per sistemarsi in qualche modo,
un figlio all’improvviso
e il viaggio in Italia con il guaio
della macchia di sangue sul sedile.
 
 
 
 
 
 
Alina oggi aveva una voce
rauca di chi ha appena urlato.
Parlava al telefono del figlio
e della sorella che lo tiene
e che le chiede ancora soldi.
Il marito beve troppo
e la vita qui è troppo cara
e non sono più i tempi di una
volta, credo abbia detto.
 
 
 
 
 
 
Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì
mattina, e usa la varechina
per ricordare il suo paese e
i soldi da dare al dottore
in ospedale, per le punture,
come quando è tornata a casa
da suo figlio che si è ammalato
quattro mesi fa ormai.
 
 
 
 
 
 
Ad Alina un giorno vorrei chiedere
perché non pensa di lasciare il
marito e magari di trovarsi
un bravo uomo, uno di quelli
che ti fa la colazione la mattina.
Penso Alina risponderebbe
che sono ancora giovane e non
so che in fondo siamo tutti
uguali, chiusa la porta di casa.
 
 
 
 
 
 
Ed io risponderei ad Alina
che amare è fare anche le porte
per chi si ama, lasciare andare
per poi aspettare, alla finestra,
socchiusa la porta, come
quella volta che mio padre
non è tornato da una cena
e non è caduto dal balcone
morendo la mattina dopo.
 
 
 
 
 
 
Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì mattina.
Strizza lo straccio, lascia
cadere l’acqua e dice
attento è bagnato a terra.
Sappiamo entrambi che
è sempre bagnato da qualche parte
e non si può tornare indietro.
 
 
 
 
 
 

Annunci