Il Condominio S.I.M. – la ragazza del secondo piano


 

Dopo diversi mesi torno al Condominio S.I.M. (qui i testi precedenti) e devo ammettere il punto di vista è cambiato. Questa volta parla una ragazza non meglio definita. Ha avuto una storia con Carlo (qui), questo almeno a me pare. Una ragazza molto bella, ma anche molto sola. Devo ammettere avrei voluto una maggiore completezza per lei, una maggiore definizione, ma non mi riesce. Almeno non per ora. Sembra essere lei stessa un frammento, abituata alla sua frammentazione.

Mi riprometto di tornarci.

 
 
 
 
Sono anch’io come tutte le altre,
percorro anch’io in minuscolo
le stanze della vita, vado
anch’io in bagno un paio di volte
al giorno e qualche mese
fa ci andavo più spesso, perché
avevo paura, dopo Carlo,
di me stessa e della mia pancia.
 
 
 
 
Stamattina due cani abbaiavano
e si ringhiavano addosso e
avevo letto le poesie di Zosu
e di Elena e qualche altro nome
che non ricordo. Ricordo meglio
– e non ne capisco il perché –
le code di quei due cani
che avrei volute stringere, forte.
 
 
 
 
Il ragazzo del terzo piano oggi
mi ha fatto un po’ la corte.
È stato gentile devo ammetterlo,
mi ha detto che ho bei piedi
dentro questi sandali schiusi
come una primavera alle porte.
Un poeta, ho pensato. Solo
sono stata un po’ troppo frettolosa
a dirgli di salire da me, dopo.
 
 
 
 
La finestra del mio appartamento dà
proprio sulla strada dove passano
auto camion biciclette e ragazzi
che di notte urlano felici – o
almeno io così interpreto le grida
della ragazzina sulla canna –
e dove passano bengalesi
con le mogli dietro
e sempre qualche figlio in spalla.
 
 
 
 
Oggi mi sono messa l’orologio
per sembrare un po’ retrò. E
ho camminato per le scale tutta
lunga e tutta altera – ho letto
che si dice così – ma nessuno
nemmeno oggi mi ha guardata.
Hanno visto il filo delle calze,
quello si, e l’ombra delle ciglia,
ma non il tacco nove della bocca.
 
 
 
 
Non lavoro da qualche mese
ma in fondo non ho bisogno
ancora di soldi. Le scarpe
le ho tutte, o quanto basta,
le gonne non mi mancano né
le mutandine da far vedere
quando mi piego. Tutto
è pronto nello specchio. Ma
quando lo saranno gli altri?
 
 
 
 
Per casa cammino scalza
per far sentire a quello sotto
che sono ancora viva. Penso
lui se ne accorgerebbe, mi
guarda quando esco dal portone
e mi saluta e annusa il mio profumo
ma non ha mai il coraggio di
rivolgermi parola.
 
 
 
 
In fondo c’è poco da pensare.
Vieni, ti ospito e regalami
un biglietto con su scritto
che per te sono bella, mi
basta questo, un complimento,
un viaggio magari a Venezia
per sentirmi parte della cucina
e del soggiorno, e poi del letto
anche quando tu non ci sei.
 
 
 
 
Sono bella, lo so, ma niente altro.
Bevo vino quando posso
e parlo con mia madre al telefono
in un’altra lingua. Sempre
la medesima, la distanza
degli anni è come ortica. Poi
cammino scalza perché mi piace
e faccio l’amore con il niente
quando non so più che fare.
 
 
 
 
Mio padre ha vissuto cinquant’anni
e qualche giorno senza male
e poi l’ha conosciuto. Aveva
forma di una ragazzina compiacente
con cui ho scoperto si baciava
di nascosto da mia madre. Poi
la febbre, i capelli che cadevano,
mia madre che correva nella notte
a preparare la tisana.
 
 
 
 
Lo sguardo, certo, la mano aperta,
la schiena che si flette
a cercare le monetine
sotto al divano, e vede polvere,
e la lascia, quale reliquia
delle cose da non dire. Non
penso si possa essere più soli
di quando non si è soli.

 
 
 
 
 
 

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