Omaggio a Ferruccio Benzoni

Una cosa importante. Un grande poeta per molti anni lasciato in un angolo, mal riposto, e che per un attimo è tornato alla luce. Una luce difficile, mai completamente esplosa e mai completamente estinta come, forse, direbbe Ferruccio Benzoni.

Leggo con piacere un articolo di Ezio Settembri uscito su La Nuova Ciminiera (la prima parte qui, la seconda qui) su quello che considero uno dei maggiori poeti del secondo novecento e uno dei più importanti tra i miei padri letterari, se non il più importante. Chi mi segue sa che non sono un critico, a malapena un Editore, e lascio solo piccole note di lettura. E negli anni ne ho scritte due, di note, sul poeta di Cesenatico che non ho mai conosciuto ma ho cercato attraverso coloro che l’hanno vissuto (la prima qui, la seconda qui).

Ho scoperto per caso in un angoletto nascosto di una libreria di provincia Sguardo da una finestra d’inverno di Ferruccio Benzoni (Scheiwiller 1998) ormai molti anni fa. Non ricordo esattamente quando, ma se cerco di ricostruirne la data vedo che nel 2001 ho pubblicato Christabel (Edizioni del Leone, quarta di copertina di Paolo Ruffilli) e ancora non lo citavo. L’ho inserito però nel mio libriccino successivo, La sera, la serra (tip. Mazzoli 2004, prefazione di Tita Paternostro) e poi nel Canzoniere inutile (Samuele Editore 2010, prefazione di Elio Pecora).

Più preciso l’articolo che ricordo di avere scritto (me ne sono accorto, della data, stamattina, complimentandomi con Settembri per il suo lavoro, tra l’altro mi avvisa che ha utilizzato un mio pezzo per una monografia che deve pubblicare sull’amico Umberto Piersanti, cosa che mi onora moltissimo, e ringrazio) nel 2006 per Whipart, la gloriosa rivista da cui è nata, nel 2008, la Samuele Editore.

Prima della Samuele Editore infatti ho lavorato per una rivista (attorno al 2000/2001) cartacea di Pordenone, Lo Scarabeo, e poi per diversi anni con gli amici del lit-blog (al tempo ancora non si chiamavano così) Whipart. Nella rubrica sotto la direzione di un illuminatissimo Antonio Colecchia (che chiamavamo Mezzacapa) avevamo anche prodotto e pubblicato un primo libro, un ebook, dal titolo Nel cristallo un vino astrale (lo trovate ancora qui). Gli autori inseriti, in questa piccola antologia sul vino, erano: Maria Luisa Spaziani, Maurizio Cucchi, Giuseppe Conte, Ferruccio Benzoni, Antonella Anedda, Umberto Piersanti, Paolo Ruffilli, Franco Buffoni, Silvio Ramat, Gian Mario Villalta, Giorgio Bàrberi Squarotti, Ennio Cavalli, Roberto Pazzi, Roberto Deidier, Rosaria Lo Russo, Erminia Passannanti, Maria Pia Quintavalla, Alessandro Agostinelli, Antonio Spagnuolo, Arnold De Vos, Claudio Mancini, Tita Paternostro, Giuseppina Tundo Carrozzi, Feliciano Paoli, Maria Luisa Bigai, Domenico Cipriano, Claudia Ruggeri, Rossano Astremo.

A parte Claudia Ruggeri, su cui avrei poi scritto un breve saggio nel 2007 con la casa editrice Terra d’Ulivi (Oppure mi sarei fatta altissima), in occasione di quel lavoro cercai e trovai la moglie di Benzoni, con la quale passai diverso tempo al telefono e mi raccontò molte cose del poeta di Cesenatico. Di cui, anni dopo, sentii parlare anche dal grande collega Editore San Marco dei Giustiniani, anche lui capace di un’edizione preziosissima sul Benzoni. E questo tange il secondo articoletto che scrissi nel 2013 in questo blog (qui), perché mi raccontò un divertentissimo aneddoto.

Ad ogni modo fino a qualche tempo fa i libri di Benzoni erano introvabili. Gli articoli in rete pochi (anche se talvolta eccellenti, si veda questo uscito su thedreamimngmachine.com, in inglese – qui). Io stesso, per non rimanere senza, comprai le ultime 3 copie disponibili di Sguardo da una finestra d’inverno (Scheiwiller 1998) su ebay, salvo poi regalarne una. E comprai Numi di un lessico figliale (Marsilio 1995) che era ben più rintracciabile come lo era Canzoniere infimo e altri versi (San Marco dei Giustiniani 2004). Mentre Notizie dalla solitudine (San Marco dei Giustiniani 1986) e Fedi Nuziali (Scheiwiller 1991) me li dovetti far fotocopiare dalle biblioteche dove erano custoditi.

Oggi abbiamo Con la mia sete intatta – tutte le poesie (Marcos Y Marcos 2020), ma al tempo ricordo pochissimi lo conoscevano. Solo Davide Rondoni era riuscito a inserirlo in un corso universitario a Bologna, per breve tempo.

Un amore che mi ha colto fin da subito, quello per Benzoni, e che qui mi piace ricordare attraverso le varie citazioni che negli anni ho fatto. Non tutte, probabilmente, perché anche se non ho pubblicato moltissimo sono passati un po’ di anni.

Ricordo che ne La sera, la serra avevo messo questi versi in epigrafe:

Forse è tempo di giungere al faro,
struggere del suo baleno

tratti da Sguardo da una finestra d’inverno:

Inverno in chiaroscuro

Resta una matita tra le pagine.
Inchiostri interrotti a un capoverso.
Non cambierà il paesaggio, o in peggio.
Forse è tempo di giungere al faro
struggere del suo baleno,
rientrare prima che la notte
revochi la certezza di vederti
sfilate le calze cercare
meno effimero un vuoto
nel vuoto tra le braccia.

Poi nel Canzoniere inutile l’ho inserito in epigrafe assieme ad altri versi:

Notti e giorni al riparo dall'esistere.
E sfinimento seme riverberi
d'abbracci...
F. Benzoni




… cioè la verità che forse salva,
anche se non consola.
G. B. Squarotti




Tu ora sarai in casa, avvinta
ai riti domestici o sottratta da essi
come spero, ti penso sul letto...
L. Aliprandi

Il testo di Benzoni era sempre tratto da Sguardo da una finestra d’inverno:

Anni di prostrazione e reparto

(…) Furono il mio lager tanto
che venutone fuori (dimesso)
d’ogni cosa ebbi paura:
tornare tra la folla che si urta,
le ombre surrogare nella mia.
Da allora nient’altro che un
romanzo l’azzurro
non riferibile alle nuvole più
larvali presso il tuo sonno
nella camera del cordone ombelicale.
Notti e giorni al riparo dall’esistere.
E sfinimento seme riverberi
d’abbracci
allarmati da un treno, una sirena.
All’alba (nella camera accanto)
quando roca non senza grazia
allo specchio ti ossidavi –
secco un colpo di tosse (ematico?)
un capogiro erano presagio
di sconfessata vita un
libera nos dall’estetica
delle consunzioni domestiche.

Ferruccio Benzoni

Il testo di Squarotti era tratto da Versi d’amore (AAVV, San Paolo 2002):

Fu sempre certo di aver avuto molto
da Dio perchè ebbe te i due figli qualche ansia e affanni
sopportabili, cioè la verità che forse salva,
anche se non consola.

Giorgio Bàrberi Squarotti

Mentre il testo di Luigi Aliprandi era tratto da La sposa perfetta (Marsilio 1998):

Tu ora sarai in casa, avvinta
ai riti domestici o sottratta da essi
come spero, ti penso sul letto
attenta a disfare
uno stupore di vecchi e nuovi intrusi
con le mani sui fianchi e gli occhi
rossi, ti adoro
per ciò che sei e quella che eri
per ciò che sarai se tu già non fossi.

All’interno invece devo dire che, più che citarlo, cercavo di assumerne lo stile. Magari in maniera impropria e molto rozza. Ma tentavo.

Da una penisola...

… in penombra, altra, un velcro.
Un'eco che rimbomba nella stanza.
La solitudine di vivere è un silenzio,
è uno sguardo, invano, un gesto
sbrecciante tra i rami e le grondaie
d'un maggio che irrisolve – ruggine
mutilata dentro al cuore –. È
un riverbero di capelli alla rinfusa
senza senso abbandonati sulle spalle.




Un tardo pomeriggio...

… con la grandine negli occhi.
Potessi così discioglierne un sorriso
e berne dal vuoto d'una bocca
il succo – il buio sfolto d'un giardino
tra rane e rondini essicate –, il resto
della vita sfarebbe in un'immagine
scarna, scabra e appena amara,
e solo un poco stinta dalla pena.




In un abbraccio...

...di pioggia abbandonata in una sera.
Guancia a guancia, le mani
tra le mani asserrate nella voglia
postuma di comprendere un sorriso.
Muta e gerbida non resta, che tra
le ciglia un segno, una dolcezza.
Nei tuoi occhi ruvidi una crepa,
al di là del fondo, una tristezza.

Canzoniere inutile, Alessandro Canzian

Quello che mi colpiva e che cercavo di riprodurre era la rotondità dei versi che letteralmente fanno un circolo per poi spezzarsi. Vi è una musicalità enorme di Benzoni, ma che non ha speranza di restare.

Saskia

No; non da una poesia.
Una notte di neve non origliava
la cucina insonne… Ah no,
niente di strenuo adornava
la camera un po’ sottosopra.
Una (non più giovanissima)
donna – smunta, sovente amara –
bassissima la voce,
come da un’icona cantilenava.
Saskia al suo seno e un latte
(una luna) di non remoti fuochi.




Cattività

T’allontani in uno scatto
di fianchi lussuosi a me lasciando
di caffè in caffè una congettura
d’improvvisi malanni, la tortura
dei conciliaboli dolciastri.
Nell’attesa non mi rimane
che medicare i patemi carezzando
un cane assaporando
di mestizia in languore una fame
di prigionia e abbandono.

Fedi nuziali, Ferruccio Benzoni

Allo stesso modo mi incuriosiva e insegnava l’attenzione per i particolari del corpo:

Dopo i baci e i silenzi

Per una congiunzione dei tuoi
con i miei vocativi ci rivedemmo
una passeggiata d’inverno
neppure nebbiosa tra una bordata
di lumières prenatalizie…
Oscillando te ne andavi mossa
da uno scirocco inospitale
– dai tacchi agli occhi scollinavo
di lontano fino a un’altura
ove supplice una voce
schweigen schweigen m’intimava.
Ma era una gola

triste di capelli
fatti a pezzi in punto d’addio.

Fedi nuziali, Ferruccio Benzoni




Nel mutismo domestico

T’avviluppi, t’accartocci.
Tra lenzuola guanciali scialli,
attorcigliate le ciocche, arse
da una fiamma calma.
Bocca e labbra balbettano
non soppesate dalla bocca né
disciolte dalle labbra.
Non ad altro pareva nata la sera
temendo di turbarli
ninnoli forse i tuoi capezzoli.

Sguardo da una finestra d'inverno, Ferruccio Benzoni

Allo stesso modo l’uso di determinate parole mi affascinava talmente tanto che, ammetto, cercai di appropriarmene. Qui come Benzoni usa la parola riverbero:

Un sonno

Aisha anche non mi riconosce.
Del resto se vedo vivere il mio buio,
quanta, tenebrando, lontananza
dal tempo giovane, e arsa fede.
Fosse vero che i morti ingentiliscono.

Oh, dai vetri agitandomi – lei
l’esile gioia che era un astro
mi avrebbe preso per un’ombra
rapida nel riverbero di un cero.

Sguardo da una finestra d'inverno, Ferruccio Benzoni

Oppure come utilizza il termine pena:

Città piccola

Caliginoso approdo-placenta
di cui appena rinvenivi
chilometri a monte cangiante
l’allucciolio del faro.
(Ebbra la mia scialuppa,
mai più sarei stato lo stesso).

Ti rivedevo nella sembianza
a me più cara
di limpida falda di neve nuova.
Quando un giorno poche ore prima
preferisti cereo scilinguare
di un remoto mio innamoramento.
“È solo una bambina, e anche tu.
Ma troppo solo. Oh, Giovanna, lei”…
Strepitio illacrimato ma di lei
solo parlando d’amore parlavi, parlavi.
Impastato, anche, terreo parlottando.
Un giorno o due prima ti chiudessi gli occhi.
Ancora ignoravo d’entrare
dal fondo di un’adolescenza nella
stagione effimera del mio
male hanté non di meno provinciale.




Dell’età breve

“Oltre l’amore c’è sempre l’amore”.
Allora volevo cadessi in piume:
eri sul terriccio nel barlume
del dormiveglia un tremito.
Visino visino di bisbiglii
segreti e strazi mentre
la neve cadeva della luna
lattea attraverso i vetri.
Tra lampada e catino.
Ancora ignoro se in questa
mucosa di bambino-bocca potrò
rivederne il collo la
gola aggallare da uno specchio.
Ah, sembiante di lei che riappare
(un soffio)
a sopire i malanni, la pena –
fanciullina di silenzi china
a raccogliere il vuoto tra le mani.




Per una fine d’inverno

Fatti una ragione della tua pena
– s’infuria il cuore – non c’è
una stagione sola. Torna
con gli anni non più verdi, rimorde
al fondo di un inverno si anima
inesausta una speranza. Ma
intirizzite le arterie lo sguardo
risucchiato un pulviscolo fissa
oltre le dune scomparendo
non più fertile il mare.

Sguardo da una finestra d'inverno, Ferruccio Benzoni

Testo, quest’ultimo, che tra l’altro ha una sua lunga tradizione che percorre Giacomo Noventa e Franco Fortini (ne ho parlato qui):

No’ angossarte, putèl, spera,
erazona el dolor;
no’ ghe xé ‘na primavera
sola pa ‘l nostro cuor.

Torna a l’età maùra
l’avrìl… un altro avrìl;
no’ ‘ver paura,
Ancùo…

Giacomo Noventa




Non credere che tutto sia finito,
ragazzo. Spera, fatti una ragione
della tua pena. Per il nostro cuore
non c’è una primavera sola. Torna
agli anni alti l’aprile, un altro aprile.
Non disperarti oggi.

Franco Fortini




Per una fine d’inverno

Fatti una ragione della tua pena
– s’infuria il cuore – non c’è
una stagione sola. Torna
con gli anni non più verdi, rimorde
al fondo di un inverno si anima
inesausta una speranza. ma
intirizzite le arterie lo sguardo
risucchiato un pulviscolo fissa
oltre le dune scomparendo
non più fertile il mare.

Ferruccio Benzoni

Andando al 2010, ne Il colore dell’acqua, ricordo iniziai a incastonare piccoli pezzi di Benzoni nei miei testi:

Mi piace la parola minimale.
Mi ricorda la tua schiena, le tue
spalle da scoprire e il tuo
sesso, dallo svelamento chiaro
eppure con tristezza. Mi dice
il bacio dei tuoi piedi, le sue
gambe come lunghe gallerie
e una tenerezza terribile.

Questa tenerezza terribile mi veniva da un testo straordinario di Benzoni:

Tenerezze terribili

Specie se da giorni e giorni piove
tanto da dimenticare
come irresistibilmente un vicolo lustra
in un piangente chiarore,
non t’abbigliare di un tremito.
Manchi il sole o no l’insensatezza
ha fatto di noi una tenerezza
postuma; una ciocca ritrovata.

Fedi nuziali, Ferruccio Benzoni

Ma parlando di tenerezza non si può non citare un altro testo che la affronta, sempre da Fedi nuziali:

Piazza del lago

«Anni d’amore per noi di nuovo?».
Avrebbe riso forte scagliando
in ardore un turbamento.
Ma non è rimpianto non solo
perduto rossore tra tenerezza e ira…
Moriva un inverno innevando
Germignaga Agra e più su Casciago.
Luoghi di fedeltà che un vuoto
ma senza rimedio ringavagna
rigando la vita come un vetro.

Fedi nuziali, Ferruccio Benzoni

Da Il colore dell’acqua a Il Condominio S.I.M. il passo è stato lungo, quattro anni, e il lavoro molto. Non posso dire di aver voluto prendere le distanze dal padre letterario che mi è stato Benzoni, ma necessariamente una crescita implica un’evoluzione stilistica che parta dalla domanda: cosa vuoi scrivere? E soprattutto come lo vuoi scrivere? E cosa ancor più importante, una volta deciso lo stile, perché hai deciso proprio quello stile?

Il Condominio S.I.M. nasce da un’esigenza prosastica, narrativa, e infatti nella sua prima forma (Olga) presente ne Il colore dell’acqua i versi erano molto più raccontati. L’allontanamento da Benzoni qui fu importante, così come il ritorno. Un ritorno però ponderato perché non possiamo non riconoscere l’enorme intelligenza di Benzoni, ma non è un autore che oggi potrebbe riuscire.

Quando una voce non ha un suo spazio bisogna sempre farsi delle domande. Quella voce è solida? Ha una sua importanza intrinseca? Se si, come si innesta nel contesto culturale in cui emerge? Oggi Benzoni sarebbe tacciato di manierismo, di attaccamento a una forma passata di moda. E forse sarebbe vero, ma solo in parte.

Benzoni è stato molto più di uno stile. È stato un poeta che ha saputo riassumere nei versi i suoi contemporanei disseminando moltissime citazioni non dichiarate, a volte nascoste. Ha iniziato con versi d’altri, li ha rielaborati, si è appoggiato alla letteratura per affrontare la vita. Faccio un esempio di cui solo recentemente mi sono accorto grazie a un articolo scritto da Fabrizio Bregoli per Laboratori Poesia (qui):

La guerra

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso, marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato fra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

Giovanni Raboni, A tanto caro sangue (1956-1987) 




Simmetrie mortali

Ho l’età di mia madre – i suoi
rossori e come lei l’amore
amo con spasimante devozione
molto parsimoniosa. Non da lei
diversamente vigilo l’anima
tra federe lenzuola al cuscino
accanto avvinghiata. E i morti
sparuti simmetrici ordinati
evocati da un mio silenzio
fino al particolare del ciuffo
dei negri capelli che spunta da
una coperta o da una bianca
di liscivia coltre d’obitorio.

Ferruccio Benzoni, Sguardo da una finestra d'inverno

Oppure la straordinaria citazione di Paul Celan, nemmeno troppo velata, che esplode una sfumatura di significato fondamentale e affascinante in Benzoni, altrimenti incomprensibile:

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Paul Celan, Poesie 




Più tenero e lento

L’ultima pupilla della notte
tra fanali oleosi rabbrividiva
e il nero latte dell’alba
in una stazione di ritorno.
Più tenero più lento tra passi
di suole assillate bagagli
tardi l’amore irrimediabile
gualcito il verde
non fulminante delle aiole.

Ferruccio Benzoni, Sguardo da una finestra d'inverno

Ci è riuscito? Non ci è riuscito? Nella vita probabilmente no, nella letteratura si. Ovviamente qui si entra nel vecchio dibattito di quanto sia più importante la vita rispetto alla letteratura. Purtroppo la risposta, apparentemente ovvia, non è mai così scontata.

Dicevo che nel Condominio c’è poco Benzoni proprio perché ce ne è di più. Almeno nelle intenzioni. E nonostante io sia ritornato a concentrarmi sullo stile, poi ulteriormente asciugato dai suggerimenti di editing di Maurizio Cucchi, qua e là qualche eco l’ho voluta far ritornare, come in un testo particolarmente piaciuto alla mia amica Emilia Barbato:

Passata l’età

Nel brivido che m’intenebra
come il topicida di cui mi cibasti
degradandomi a un’ombra di cane
– non un segnacolo un’anima
viva l’alta notte desolando.
Quanto a te – ti ho amato
tanto – le sole infine mie
parole. Le ossa del commiato.

Ferruccio Benzoni, Sguardo da una finestra d'inverno




E poi Silvio m'ha portato
una confezione di pasta.
E s'è giustificato dicendo
che cercava solo d'eccitare
la ragazza, un topicida
nella bocca d'un cane.

Il Condominio S.I.M., Alessandro Canzian

Altro testo che mi piace ricordare (ce ne sono diversi in realtà, e più lo leggo più me ne accorgo) legato a Benzoni è uno che fa riferimento all’attesa:

Cattività

T’allontani in uno scatto
di fianchi lussuosi a me lasciando
di caffè in caffè una congettura
d’improvvisi malanni, la tortura
dei conciliaboli dolciastri.
Nell’attesa non mi rimane
che medicare i patemi carezzando
un cane assaporando
di mestizia in languore una fame
di prigionia e abbandono.

Ferruccio Benzoni, Sguardo da una finestra d'inverno




Carlo sono giorni che
non fa la doccia. Lo vedo
uscire dal portone con gli stessi
pantaloni, lo stesso odore, per
questo sua madre l'ha sgridato
al telefono dicendo
che è inutile attendere l'attesa.

Il Condominio S.I.M., Alessandro Canzian

Un grandissimo grazie quindi a Ezio Settembri per il suo speciale su La Ciminiera e voglio chiudere questa mia riflessione/omaggio a Benzoni con le parole stesse di Settembri:

Nel libro estremo la coscienza della rapina implacabile del tempo si fa più acuta, con l’approssimarsi della fine della troppo breve parabola del poeta (“Chi apra le mie carte e/sulla polvere soffiando legga/lessici, neve/cartilagini/di un inverno freddo senza stelle…d’altra neve in attesa…”, Un addio prossimo). Giunto al capolinea il poeta si strugge nell’anelito al ricongiungimento (“Vorrei per una volta tutti/della mia vita i volti s’affollassero…Sorridono e all’implorante “Vi aspetto, tornate!” -/socchiuso lasciano il battente,/neanche spettasse a me seguirli…o fossi dei loro già, senza saperlo”, A mia insaputa, con evidente spunto dagli Xenia di Montale), persino in una pacificazione con il padre (“E mentre t’allontani (rimuori)/timido come da una riva ti guardo,/ti sorrido, dopo quanti anni?”, A mio padre). In fondo, come ha notato Massimo Raffaeli, nel poeta di Cesenatico la scrittura si dà in un tempo di sospensione della vita (questa è anche la funzione linguistica del gerundio come ablativo assoluto), il dialogo in uno spazio interiore, non metafisico, in cui l’io del poeta è pronto a farsi da parte per accogliere le voci e il calore dei propri affetti.

In una intervista Benzoni ha detto, una volta, che la sua non è una poesia difficile in sè, ma che ricerca nel lettore un complice. Nient’altro che questo, stabilire una complicità, è stato il tentativo della mia lettura, così come complice di “uno strumento infido come la parola”, “intriso della tenebra/dei trapassati”, è stato l’accorato tributo alla bellezza che Benzoni ci ha offerto con la sua opera in versi.