In una stazione di ritorno – Ferruccio Benzoni

benzoni

Di Ferruccio Benzoni ho già parlato in altri spazi (Whipart, e il precedente blog che avevo) ma voglio ritornarci con una scelta stavolta più ampia del solito. Di Ferruccio Benzoni amo tantissimo (tantissimo) Sguardo dalla finestra d’inverno, edito postumo da Scheiwiller nel 1998. Libro perfetto, perfetto anche nelle imperfezioni. Libro che ho sentito accusare di certo formalismo, che qui invece ben più adeguatamente definirei autocombustione poetica (per riprendere un vecchio commento di Gian Ruggero Manzoni).

Ferruccio Benzoni fu un outsider che per qualche tempo cercò di portare all’attenzione culturale una piccola provincia (quella dove si trovava la sua natia Cesenatico) con una rivista, “Sul porto”, diretta insieme a Stefano Simoncelli e Walter Valeri (per rispondere all’amarezza concreta della poesia alle astratte amarezze politiche del dopo-Sessantotto scrisse Giovanni Raboni sul “Corriere della Sera” alla sua morte riferendosi a quel progetto). Rivista nata nel 1973 pare fu apprezzata da Franco Fortini e Pier Paolo Pasolini.

Uomo dedito all’alcool, ossessionato dalla morte/mancanza della madre Giovanna, con una moglie tedesca (Ilse Maier) che ho conosciuto anche se solo per telefono, e che ogni tanto si riaffaccia nei versi. Donna forte, donna germanica in toto sulla quale ho sentito critiche ed insinuazioni (tutte italiane) ma che qui voglio un poco difendere, se non elogiare. Donna che andava spesso a prendere (così mi viene detto) Ferruccio nei bar, ubriaco, probabilmente apparendogli come quella salvezza (pur in una dimensione fragile, precaria) che lui non sentiva di avere. Salvezza che però, nonostante gli sforzi di questa donna, non sono bastati. Uomo infatti malato di solitudine, geniale ma autocombusto (per riprendere Manzoni, che ha trovato il termine perfetto).

Molti erano gli amici di Ferruccio (Fernando Bandini, Attilio Bertolucci, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni, Vittorio Sereni, Vincenzo Cerami), e molti ancora lo ricordano. Gianfranco Lauretano per esempio, che ho incontrato alla presentazione dell’ultimo libro di Marco Marangoni a San Vito al Tagliamento. L’Editore (gentilissimo) San Marco dei Giustiniani, che tra l’altro mi ha raccontato un aneddoto che mi rende ancor più emblematico e interessante questo autore. L’Editore mi ha riportato che una sera, a Roma, lui con Ferruccio Benzoni e una poetessa di cui non ricordo il nome (la Bemporad? La Insana? Sono passati ormai alcuni mesi e non riesco a ricordare) stavano rincasando la sera tardi quando, al portiere dell’albergo, la poetessa ha chiesto una frittata. Non potendo il portiere accontentarla Ferruccio e la poetessa, in strada in quella sera tardi, si sono messi a ballare e l’Editore mi ha descritto, divertito, lo sbigottimento di quel portiere a quella scena così fuori luogo, ma poetica. Anche perchè Ferruccio e la poetessa non erano più dei ragazzini.

Non voglio fare qui una critica alla poesia di Benzoni, che resta di una complessità e dinamismo impeccabili (con soluzioni, a volte, davvero impeccabili). Adeguata anche alla produzione successiva mi sembra la nota che ne ha fatto Raboni introducendo Numi di un lessico filiale (Marsilio 1995) in bandella: Pochissimi, fra i poeti di questi anni, possiedono come Benzoni il dono taumaturgico della malinconia, l’arte delicata e difficile di capitalizzare le ferite e le perdite e di trasformarle, con la pazienza delle correnti sottomarine evocate una volta per tutte da Shakespeare, in «qualcosa di ricco e strano». Sfuocate immagini in bianco e nero e vampate di quasi insostenibile nitore, l’infinita prossimità dei morti e la lontananza vertiginosa dei vivi, ciò che affetti, storie e paesaggi suggeriscono al cuore e le figure, i geroglifici, gli enigmi che il cuore traccia sulla disastrata e meravigliosa superficie del mondo, tutto, in questo diario-canzoniere di un figlio che mai sarà, che mai vorrà essere padre, cerca e riceve la sola giustizia possibile – la giustizia, appunto, del lessico dovuto dai figli ai padri, della parola che consacra nel distacco e preserva mutando. Poetica che va detto attinge anche a tecniche cinematografiche. Non è da dimenticare infatti che nel 1982 Benzoni ha vinto due David di Donatello con il film Fuori stagione (scritto con il regista Luciano Manuzzi).

Voglio qui solo proporne un ricordo principalmente sulla base dell’amatissimo libro Sguardo da una finestra d’inverno (Ilse di questo racconta: Non mi fece leggere nessuna poesia prima di averlo finito e quando me le recitò lo trovai entusiasta: lo considerava la sua opera definitiva. Ci rimasi male perché ebbi il presagio che fosse una sorta di testamento), non dimenticando però i suoi precedenti, ottimi: La casa sul porto (Guanda 1980), Notizie dalla solitudine (San Marco dei Giustiniani 1986), Fedi nuziali (Scheiwiller 1991), Numi di un lessico figliale (Marsilio 1995). E l’altro postumo che raccoglie la sua produzione poetica iniziale: Canzoniere infimo e altri versi (San Marco dei Giustiniani 2004).

Da Fedi nuziali, per iniziare, traggo questi testi che immagino parlino di Ilse, del suo difficilissimo quanto innamorato stargli accanto nonostante l’alcolismo, il suo recuperarlo, il suo accoglierlo nonostante il suo lento inesorabile suicidio.

 
 
 
 
 
 
Piazza del lago
 
 
«Anni d’amore per noi di nuovo?».
Avrebbe riso forte scagliando
in ardore un turbamento.
Ma non è rimpianto non solo
perduto rossore tra tenerezza e ira…
Moriva un inverno innevando
Germignaga Agra e più su Casciago.
Luoghi di fedeltà che un vuoto
ma senza rimedio ringavagna
rigando la vita come un vetro.
 
 
 
 
 
 
 
 
Saskia
 
 
No; non da una poesia.
Una notte di neve non origliava
la cucina insonne… Ah no,
niente di strenuo adornava
la camera un po’ sottosopra.
Una (non più giovanissima)
donna – smunta, sovente amara –
bassissima la voce,
come da un’icona cantilenava.
Saskia al suo seno e un latte
(una luna) di non remoti fuochi.
 
 
 
 
 
 
 
 
La solita meravigliosa
 
 
La solita meravigliosa cosa,
e bête: un tuffo del cuore.
Ai margini di un’estate; certo.
(Lo intuivo dalla gola di lei,
dalla vergogna degli amici morti.)
Temporeggiava l’inverno che ora
mi spreme a metà del suo freddo.
Avvisaglie di ricci e castagne;
biancospini dalla bruma acciecati.
Ma lei che sapeva di guerra,
che sa di sigarette e guerra – riappare
viva livida e bara
togliendo vita ai bari, alle certezze.
 
 
 
 
 
 
 
 
Cattività
 
 
T’allontani in uno scatto
di fianchi lussuosi a me lasciando
di caffè in caffè una congettura
d’improvvisi malanni, la tortura
dei conciliaboli dolciastri.
Nell’attesa non mi rimane
che medicare i patemi carezzando
un cane assaporando
di mestizia in languore una fame
di prigionia e abbandono.
 
 
 
 
 
 
 
 
Canzoncina
 
 
Canicola in presagio d’autunno.
Pure un’ombra serpeggia e s’insinua,
ma non diradare i tuoi passi.
Lasciami un bricco di caffè e rum
per quando non ci sei e una gloria
s’infoltisce di sterpi e foglie.
Verrà un crepacuore d’inverno.
Il tuo tailleur pesante che sa
di verdeamaro squillante.
Ma lasciami lagrimare
diradando i tuoi passi
– non esimermi da un sole svenato,
dall’insonnia, dalla calvizie.
 
 
 
 
 
 
 
 
La camera
 
 
Ti vedevo un’ultima volta
venirmi incontro dalla specchiera
attraversare il poco d’ombra
fino alla spalliera del letto
– di lì guardare lungamente
le droghe sul comodino dei farmaci
e in una mezza luce qualcosa
di simile a un coccio una ciocca…
Ronzava l’estate non un alito
tappati gli scuri scalfiva la calura.
… Difficile dire se proprio tu
o un’iride avvelenava la mia camera
ne minacciava il sonno a colpi
di tosse percuotendolo con amore.
 
 
 
 
 
 
 
 
Tenerezze terribili
 
 
Specie se da giorni e giorni piove
tanto da dimenticare
come irresistibilmente un vicolo lustra
in un piangente chiarore,
non t’abbigliare di un tremito.
Manchi il sole o no l’insensatezza
ha fatto di noi una tenerezza
postuma; una ciocca ritrovata.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dopo i baci e i silenzi
 
 
Per una congiunzione dei tuoi
con i miei vocativi ci rivedemmo
una passeggiata d’inverno
neppure nebbiosa tra una bordata
di lumières prenatalizie…
Oscillando te ne andavi mossa
da uno scirocco inospitale
– dai tacchi agli occhi scollinavo
di lontano fino a un’altura
ove supplice una voce
schweigen schweigen m’intimava.
Ma era una gola
 
triste di capelli
fatti a pezzi in punto d’addio.
 
 
 
 
 
 
 
 

Dall’amatissimo Sguardo dalla finestra d’inverno traggo invece quest’ampia scelta. Di questi versi Enrico Testa ha, giustissimamente, detto: Questa sua disposizione si lega alla sua attitudine a pedinare il rovinoso trascorrere della vita e, insieme, a mettere in salvo episodi e gesti luminosi: gli attimi che fummo.

 
 
 
 
 
 
Da un mare laconico
 
 
E se tu fossi la candela
piangente un poco losca su
cui fanno naufragio ricorrenti
d’un soffio le mie tenebre?
Oh, tu non sai, d’accordo:
giochi d’anticipo tu, con le ombre!
Nuvole – sia pure – maculanti
dei tuoi ciottoli la ferinità.
Del resto non c’è più vita nella lucciola
murata in un bicchiere?, in una stanza
infreddolita più spessore o scorza
del sussiegoso, del ligneo intarsio
con ira sfarinato dalle tarme.
 
 
 
 
 
 
 
 
La rondine successiva
 
 
Di burrasca il mare. Il vento
(lo so) centrare vorrebbe spengere
la puerile favilla – quella
scheggia di fiammifero. Ottenebrandomi,
ottenebrando l’anima cosiddetta.
Ma dormi. Ravviva se dormi
dai rischiacqui melmosi d’uno Stige
in controluce un terrazzo, palpitante. E
noi due dietro quell’apoteosi,
non proprio illesi – non dimeno trasognati.
 
 
 
 
 
 
 
 
I giorni ricontati
 
 
La gioventù che riarde qui svuotata
non travolta
in un sole di novembre attardatosi
dalla casa ventosa ai crocicchi
diramantisi al mare.
 
Al mio “ti amo” vorrei rispondessi
anch’io mille volte – da
rammemorare ogni volta che si muore
blandamente per pigrizia, noia.
Vetroso il fogliame ai passi.
E non è solitudine – non solo
desolazione vuoto.
“Hai l’età di un padre morto
per un eccesso di narciso”.
Non altrimenti un dileggiante
passato prossimo e
Où t’es-tu glissée tendre jeunesse?…
Mai vissuta – potrei ribattere – intravista
patita forse da un perplesso vojeur.
“Nascondile queste cose” luciferino
sibila il poeta – altrove
mettano radici spiritate
in carte purgatoriali tra
piccole spoglie lapidate.
Il mare (controluce) un fruscio
che agli svolti, allo squero risale,
alle falene dei lumi per una stretta del cuore.
Del resto la gioia cos’era se non
una falsa partenza per sprintare
bruciando bellezza, amore?
Ma basta. Non barattare la tenerezza
con il compianto della carne, stanco
di parvenze il non distrutto cuore.
 
 
 
 
 
 
 
 
Reperti in limine
 
 
Tenerezza dalle palpebre viola.
Un cigno che muore
piuma a piuma d’intorno. (Valium).
Sorgiva l’acqua della Sorgue
di linda pena cresimanda.
Notti. Buio massiccio – vocii
dai corpicini esalanti blanditi
dagli oppiacei.
Varecchina e talco (tanto) la
tristezza irredimibile
per quei lenzuoli subito calati.
Bianchi (ripetevo) bianchi.
Tenerezza. Tenerezza.
Presto la luce del faro suadente –
molto presto potrai rivederla (la
luce) delle vetrate più in là nel
corridoio.
Dove tra passi sillabati – brusii
l’impudicizia
mia medicavi, lenivi.
Più in là. Viva.
Tra pigiami flosci, rachitichi esulanti. E
le ciel est par-dessus les
(le ciel).
Non un cenno di croce. Un amen.
Momenti (forse) per la gatta le
calze tue smagliate scarpe
fradicie degli inverni; e i baci,
quelli di una vita. Dei miei ansiti
non un soffio saliva al soffitto.
 
 
 
 
 
 
 
 
Anni di prostrazione e reparto
 
 
(…) Furono il mio lager tanto
che venutone fuori (dimesso)
d’ogni cosa ebbi paura:
tornare tra la follla che si urta,
le ombre surrogare nella mia.
Da allora nient’altro che un
romanzo l’azzurro
non riferibile alle nuvole più
larvali presso il tuo sonno
nella camera del cordone ombelicale.
Notti e giorni al riparo dall’esistere.
E sfinimento seme riverberi
d’abbracci
allarmati da un treno, una sirena.
All’alba (nella camera accanto)
quando roca non senza grazia
allo specchio ti ossidavi –
secco un colpo di tosse (ematico?)
un capogiro erano presagio
di sconfessata vita un
libera nos dall’estetica
delle consunzioni domestiche.
 
 
 
 
 
 
 
 
L’agnello della notte
 
 
Due vescicole le pupille
verdi in un mortaio – scongiuri
(“la pressione compensa bene”)
massiccio non sia lo svenamento.
Finchè, deterso, l’infaticabile
tua berceuse mi coagula
in una bonaccia o risciaquìo.
Qui meno stagnante il patema,
sonnolento un sole mi sopisce
in un gibigianna di
chiatte chete, bacili, balsami.
Non inciampassi in dislalie
– la vita ch’è mia per la tua
superba dolorosamente…
Oh ma non questo vorresti
con la luce gemmea dei lillà,
quel sogno di piedini sopra il cuore
nudi freddi, sfiorati dalla neve.
 
 
 
 
 
 
 
 
Nel mutismo domestico
 
 
T’avviluppi, t’accartocci.
Tra lenzuola guanciali scialli,
attorcigliate le ciocche, arse
da una fiamma calma.
Bocca e labbra balbettano
non soppesate dalla bocca né
disciolte dalle labbra.
Non ad altro pareva nata la sera
temendo di turbarli
ninnoli forse i tuoi capezzoli.
 
 
 
 
 
 
 
 
Augurandomi requie
 
 
Congesta in desolanti manoscritti
inesistenti – questa (che mi dimora)
vecchiezza con il gusto
della scena vuota, delle slabbrate
scarpe di non so quali percorsi più.
 
 
 
 
 
 
 
 
(Kavafis)
 
 
Cosa c’è tra questo paese e me
(tra questo involucro)
che tacitato infine non sia
confinato dentro un cortile.
Immagine io stesso di una camera
(piccola morgue di febbricole)
chiusa dal di dentro.
Invece d’un vetro una crepa – stucco
sui ragnateli dell’intonaco.
Ma l’anima costipata tossisce,
specie di notte, non so se d’amore.
 
 
 
 
 
 
 
 
Donna che piange
 
 
Ma il pianto che nasce irrefrenabile
senza un perchè – il tuo
che non ha inizio né fine,
ti affila e tu non gli appartieni,
sola che nulla può raggiungerti,
nessuno come te vive se piange.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dal belvedere
 
 
Le blandizie tue sulle palpebre:
non altro degli anni giovani. O
(ricordi?) quel fuoco dell’addio:
“Scompari tra le cose. Essere stati
amati e molto molto avere amato”.
Torna alto il silenzio. S’invola.
Non vano il disfiorire non
indolore dell’autunno che dilania
suonando un’aria di morte trecce.
Rimorde sfrattata la primavera,
irruvidito non si placa il cuore.
 
 
 
 
 
 
 
 
Inverno in chiaroscuro
 
 
Resta una matita tra le pagine.
Inchiostri interrotti a un capoverso.
Non cambierà il paesaggio, o in peggio.
Forse è tempo di giungere al faro
struggere del suo baleno,
rientrare prima che la notte
revochi la certezza di vederti
sfilate le calze cercare
meno effimero un vuoto
nel vuoto tra le braccia.
 
 
 
 
 
 
 
 
Restano le nubi
 
 
Nello scarto tra tempo e presagio
l’istante che ti illumina.
L’attimo in cui dividi vita da vita
lo specchio dagli occhi
vividi come in un vento d’erba,
e ne muori già
ne stai morendo
– non fosse per l’abisso
d’avere male vissuto invano.
 
 
 
 
 
 
 
 
Più tenero e lento
 
 
L’ultima pupilla della notte
tra fanali oleosi rabbrividiva
e il nero latte dell’alba
in una stazione di ritorno.
Più tenero più lento tra passi
di suole assillate bagagli
tardi l’amore irrimediabile
gualcito il verde
non fulminante delle aiole.
 
 
 
 
 
 
 
 
Nel lume del tuo corpo
 
 
Sapere quel che rimane
dopo, di noi dentro di noi.
Giunge in sordina
strana d’esilio una pacatezza
per il volto dilavato i
seni spenti innocenti
i sorrisi insensati, la pietà
di una notte sfebbrata
nel lucore fosco dell’eclisse.
 
 
 
 
 
 
 
 
La tua eco
 
 
Non c’è nuca più triste
se dietro lo specchio non riappari
sfumata moltiplicandoti
suturando il graffio
della gillette mitigando
gli scrosci delle gronde, lo spavento.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dormeuse
 
 
Nel sogno infante d’un dopoguerra
ripetute tenere prolungate
le paure di una madre. Scalfitture
di bambina con secchiello sola
davanti al mare.
(Dovevo nascere con due linee
tiepide di febbre).
 
 
 
 
 
 
 
 
Città piccola
 
 
Caliginoso approdo-placenta
di cui appena rinvenivi
chilometri a monte cangiante
l’allucciolio del faro.
(Ebbra la mia scialuppa,
mai più sarei stato lo stesso).
 
Ti rivedevo nella sembianza
a me più cara
di limpida falda di neve nuova.
Quando un giorno poche ore prima
preferisti cereo scilinguare
di un remoto mio innamoramento.
“È solo una bambina, e anche tu.
Ma troppo solo. Oh, Giovanna, lei”…
Strepitio illacrimato ma di lei
solo parlando d’amore parlavi, parlavi.
Impastato, anche, terreo parlottando.
Un giorno o due prima ti chiudessi gli occhi.
Ancora ignoravo d’entrare
dal fondo di un’adolescenza nella
stagione effimera del mio
male hanté non di meno provinciale.
 
 
 
 
 
 
 
 
Un dubbio
 
 
Non ho risorse abbastanza per sentire
(non orecchi mani olfatto gusto)
se qui, in questa mucosa, il filo
di ferro del tuo corpo non
trafigga – intriso della tenebra
dei trapassati – la bestia il
cancro che il cuore può patire
quando dormi miniaturizzata e
bleu mourant è il nome dei colori.
 
 
 
 
 
 
 
 
Egizia
 
 
Tra rossori autunnali.
Neanche rivivessi le tue fughe
nel vapore dei mattini incontro
ai tuioi grilli –
ti penso un passo più in là oltre
gli escrementi del cuore.
La frangetta sugli occhi morati.
Vuotocolma di te innamorata
tutto finisce qui tra
pensieri d’infortunio e un giorno
spento nella nebbia.
 
 
 
 
 
 
 
 
Stazione al commiato
 
 
Ritroverai mi dico (o per me una voce)
con le musiche scialbe un volto non
gli anni fuggiti in altre labbra.
Scompariva solitario un treno.
Oltre lo sterpacuore, all’ultima
mezzanotte di un dicembre
tra cinguettii di buona sorte,
un batter di denti di bicchieri.
 
 
 
 
 
 
 
 
A mia insaputa
 
 
Vorrei per una volta tutti
della mia vita i volti s’affollassero,
e uno in particolare contro
l’invetriata senza desideri.
Sorridono e all’implorante
“Vi aspetto, tornate!” –
socchiuso lasciano il battente,
neanche spettasse a me seguirli
(chi qua chi là scomparendo)
o fossi dei loro già, senza saperlo.
 
 
 
 
 
 
 
 
A mio padre
 
 
Neanche con te che ora mi sorridi
con occhi nuovi in sogno
tra il viola delle nubi il giallo
asfissiante dei crisantemi –
lo slancio d’un volo ch’è finito,
neanche con te troverebbe ali.
E mentre t’allontani (rimuori)
timido come da una riva ti guardo,
ti sorrido, dopo quanti anni?
 
 
 
 
 
 
 
 
E i volti i volti
 
 
Chi vita m’ha dato non è più.
E i volti perduti amati, i volti
fiammelle d’incanti
grigi smorti di terrestri orti
dissecati. Mai udito, mai:
de toi de moi si peu que rien…
Mai da te dolente come a un crocefisso.
Non hanno onniveggenza futura
i morenti – ritorneranno
sfiorandoci
metafore di uno smisurato
loro non più esserci.
Sonnambuli ci accompagneranno
fino alla spiaggia
livida sovranamente degli inverni.
 
 
 
 
 
 
 
 
Simmetrie mortali
 
 
Ho l’età di mia madre – i suoi
rossori e come lei l’amore
amo con spasimante devozione
molto parsimoniosa. Non da lei
diversamente vigilo l’anima
tra federe lenzuola al cuscino
accanto avvinghiata. E i morti
sparuti simmetrici ordinati
evocati da un mio silenzio
fino al particolare del ciuffo
dei negri capelli che spunta da
una coperta o da una bianca
di liscivia coltre d’obitorio.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dolcezze maritali
 
 
Non inverno ancora, non ora
(gemme di gioventù intempestiva),
amore mio crollando nel tuo
sonno m’illudeva
la non vecchiezza dei dormienti.
Come privo d’un braccio, del
volto – ahi figlia non cesserai
mai di nascere ruscellando le
ciglia le selve –
non ho vita che per tenerti in vita.
 
 
 
 
 
 
 
 
Nella notte materna
 
 
Sul ghiaccio tra i barconi torvo
nella fumea lungo l’acqua nera
(dormono i cani nei cuori e
chi ricorda più di te che rammendi
la sua anima)
 
– “Vieni figliolo sul seno
che tanto hai sospirato” –
 
calda una nenia dilaniando.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dell’età breve
 
 
“Oltre l’amore c’è sempre l’amore”.
Allora volevo cadessi in piume:
eri sul terriccio nel barlume
del dormiveglia un tremito.
Visino visino di bisbiglii
segreti e strazi mentre
la neve cadeva della luna
lattea attraverso i vetri.
Tra lampada e catino.
Ancora ignoro se in questa
mucosa di bambino-bocca potrò
rivederne il collo la
gola aggallare da uno specchio.
Ah, sembiante di lei che riappare
(un soffio)
a sopire i malanni, la pena –
fanciullina di silenzi china
a raccogliere il vuoto tra le mani.
 
 
 
 
 
 
 
 
Ultime a G.
 
 
Impossibile credere a quel nome
ch’è scritto tra marmi
sconci cari a un iddio –
e dirlo tuo, mio. Ritorna
impietrato l’addio
indicibile ogni volta che
dubitoso di sé, indifeso mi
spacca il cuore, remissivo.
 
Oh, la morte di cui vociferi
dal fondo dei deserti inverni!
In un blu di fiaccola o di larva.
Anche se talora tra lingua e labbro
ich liebe dich,
prendendoti gioco della verosimiglianza
della eco, degli specchi.
 
 
 
 
 
 
 
 
Un sonno
 
 
Aisha anche non mi riconosce.
Del resto se vedo vivere il mio buio,
quanta, tenebrando, lontananza
dal tempo giovane, e arsa fede.
Fosse vero che i morti ingentiliscono.
 
Oh, dai vetri agitandomi – lei
l’esile gioia che era un astro
mi avrebbe preso per un’ombra
rapida nel riverbero di un cero.
 
 
 
 
 
 
 
 
Notizia d’addio
 
 
– “Ferruccio, Ferruccio”…
Dal tuo profilo spigoloso
di grazia il pigolio.
Odoravi d’ascelle. Di bucce
di mele aspre, lisce.
Assonnati gli occhi in prestito
un giorno solo alla terra.
– “Ferruccio, Ferruccio”…
Aspettavi tra i binari ridendo.
Ridendo fuggivi in una folata
lumescente di liquidi vetri.
(Sia pure su un treno spettrale, sparisti).
E io (io) non così vecchio, roso
dallo sconforto, dall’ebbrezza di
un giorno rivederti.
 
Oltre la porta, nella sera
strofinata di fiammiferi
il tempo franava aizzando
un etilismo di rimpianti.
 
 
 
 
 
 
 
 
Guarda – mi dico
 
 
Guarda – mi dico senza un filo
di voce come se ne è andata
tempo prima della neve, quanta
di sé sgomenta dignità se mai
qualcuna ce n’è nel distogliere
lo sguardo dal meriggio di luglio.
Verso lo sprofondo delle ombre
fino a chiuderli per sempre
perduti gli occhi ai dintorni
dei riflessi opachi.
E quanta – pensa – neve è caduta
sui cipressi poi sulle graniglie
– ghetto dai dimenticati libri
per il sogno d’una rosa nella sera
accesa da una folla orfica di lumi.
 
 
 
 
 
 
 
 
Novembre
 
 
Spesso quando la notte s’insacca
e dietro il muro nel freddo
inorriditi fremono gli amanti,
l’alba è nel rintocco
dei bidoni del latte per sterrati
radenti l’acquitrinio del cuore.
Ma tu resta coricata
sul fianco accanto all’ombra
infatuata che ti sfiora se altrove
(due tre stipiti più oltre) postumi
gli inchiostri, le chiose.
 
 
 
 
 
 
 
 
Di trasparente tristezza
 
 
Vacillando in un torpore credi
davvero di intravedere
tracce delle suole di vento nel
torrido di polvere e di sabbia?
“Noi per sempre siamo là,
in un tempo che non ha memoria”.
Ma è un congetturare dissimile
troppo dalla gioia – precipitando
godere d’un pianto d’amorose
lagrime, d’estate due stelle
cadenti sfavillando.
(Lucciole di recidiva gioventù.)
“Non esistono che in sogno quelli
che preghi (cui credi) consolandoti!”
– irritandomi con fastidio ribatto.
Nel mentre non ti accorava la sera
le immemori sere tormentose
tra le braccia all’addiaccio.
Altro tempo. Un’ombra infine
obliosa con gli anni s’è posata.
Altre anche più vaghe nuvole
(tardi con gli anni ravvivandosi) –
non altrimenti gli dei inesistenti.
 
 
 
 
 
 
 
 
Passata l’età
 
 
Nel brivido che m’intenebra
come il topicida di cui mi cibasti
degradandomi a un’ombra di cane
– non un segnacolo un’anima
viva l’alta notte desolando.
Quanto a te – ti ho amato
tanto – le sole infine mie
parole. Le ossa del commiato.
 
 
 
 
 
 
 
 
Vento di marzo
 
 
Mi trascini a fine inverno in un diluvio
(sgrondano gl’incerati negli androni),
la neve che non è più rivedo;
ancora ritardano le gemme.
Dimmi non sarà derisorio
il vento di marzo per carità di un
demone tormento
ridicolo di lucciola. Ah,
tu, presto una mattina vattene.
Lasciami. Dopotutto so
di avere ricevuta in aggiunta
alla morte la vita. Potrei
renderla in qualunque momento
svenata del suo incanto.
Non nel vento di marzo quando
macera una grazia sugli alberi,
pavide gocciano le foglie.
Non nel vento di marzo.
Anche se da ieri i tuoi occhi
di un giorno muoiono raggiando.
 
 
 
 
 
 
 
 
Per una fine d’inverno
 
 
Fatti una ragione della tua pena
– s’infuria il cuore – non c’è
una stagione sola. Torna
con gli anni non più verdi, rimorde
al fondo di un inverno si anima
inesausta una speranza. Ma
intirizzite le arterie lo sguardo
risucchiato un pulviscolo fissa
oltre le dune scomparendo
non più fertile il mare.
 
 
 
 
 
 
 
 
Il muro dopo
 
 
Ho curato le passioni
segrete, i picchi d’ansia minimali
tra il calorifero e il letto
presso una finestra –
stupefatta una eco rimandava
della sazietà del mondo…
(Pure un plenilunio mi sorprese
o fu di lei un miraggio, di lei
nella prostrante clausura?)
Ma nemmeno importa claudicando
sul piastrellato in attesa
del colpo di spugna, di qualcosa
d’eternamente senza ritegno più.
 
 
 
 
 
 
 
 
Un addio prossimo
 
 
Chi apra le mie carte e
sulla polvere soffiando legga
lessici, neve
cartilagini
di un inverno freddo senza stelle
– non altro lo sguardo implorando
che una sepoltura
d’aprile tra lavanda rosmarino –
d’altra neve in attesa
morbida come un gattino morto
……
 
 
 
 
 
 
 
 
Tra la folla
 
 
o nella solitudine delle viottole
diamanti bui farsi gli amanti.
Con non altri che questi miei
occhi lustri l’acqua (l’estasi) e
– in filigrana – mucida la valva
vischiosa con i suoi veleni.
Ma ai vetri millimetrati sul
petto i fiocchi
dei lillà bianchi spetalantisi.
 
 
 
 
 
 
 
 
Di che cosa
 
 
Nell’inverno che ritarda
(e gabbani gabbiani) a sfinirsi,
dunque prima di me sta per morirne
un altro – de quoi souffres – tu rauca
d’orgoglio, l’erba
innanzi a me in rovina, di
che cosa soffri?
Dell’irreale molto
infantilmente intatto dentro
un reale devastato.
Senza una storia plausibile.
Attimi che fummo – ombre
semivive dissipate sulla soglia
di una improrogabile cecità.
 
 
 
 
 
 
 
 
La stanza
 
 
La diversità della nostra
nell’uguale di tutte le storie
marginali – è un tepore di paglia.
Non altro ovattandomi il cuore
che un sogno d’uovo covato deposto
con mesta puntualità.
Del resto a metà di un vivere
surrogato
quanto più desiderio mi strugge
dai muri della camera verde.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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6 thoughts on “In una stazione di ritorno – Ferruccio Benzoni

  1. grazie

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  2. Comprai e lessi lo “Sguardo da una finestra d’inverno” in quinta superiore. Confesso, non ci capii nulla. Ora è evidentemente arrivato il momento di riprenderlo in mano. Grazie.

    G

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  3. gabrielefratini 6 agosto 2015 — 22:37

    Gradevoli poesie un po’ di maniera, per dieci minuti interessano e appassionano anche, poi si ripetono e iniziano ad annoiare.
    Aggiungo “nello scarto” e “dilania” al mio personale antivocabolario dell’impoetico, come termini che disturbano la mia lettura. Un saluto.

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  4. Grazie per questa bella raccolta. Benzoni è una delle voci più importanti della mia terra.

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