Aftermath – 2013

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Una nuova versione di Aftermath, questo libriccino che ho in lavorazione e che spero prima o poi veda le stampe. In questo blog ogni tanto, oltre a piccole recensioni e opinioni varie, pubblico anche pezzettini di poesie e prove che poi confluiscono, lavorate, in Aftermath. Nulla di definitivo, nulla di completo.

Di certo Aftermath è un libro d’amore, un amore che anche se non può più parlare e non viene più accettato, o perdonato, cerca comunque un senso.



AFTERMATH



Verso dove


Il cartoccio del latte e le campane.
Gli stracci nella stanza.
La gatta che da fuori la finestra
vuole la colpa
d’essere l’unica a mangiare.
La stufa accesa. Le calze colorate.






Le montagne sembrano capelli
sai, quando piove e le scale
delle case sono gelate,
e i lampioni sono accesi,
e gli aliti fumosi. Potresti
pettinarci gli inverni
se solo avessero significato.







Dai finestrini sporchi il freddo.
La neve in mezzo ai campi.
Il paesaggio sa di case
e di cose che non tornano.
Sono cose anche le persone
che nel freddo non respirano.







Le travi di freddo e neve
alla stazione di Ferrara.
La troppa chiarità non mostra
nulla, i filari non scandiscono
i binari, Dio non lo puoi
guardare nemmeno di spalle.

 







E così si arriva al mare.
Alle ciminiere alte una maceria.
La ragazza che legge Hemingway
ha negli occhi lo stesso verde
che s’ammuffisce contro i muri.
Pare un tempo che non passa.







Un sorriso. Una facile stagione.
La ragazza ha le calze lunghe
e le labbra che sanno d’alcool.
Altri si tengono per mano.
Più in là una svendita d’usato
fa da memoria
da mercato, per cartoline. Una,
forse rumena, legge le carte,
come tutto fosse conoscibile.






E non trovare una soluzione.
Il borotalco in casa per le
formiche, o le piastrelle
– una fuga è sempre una fuga –
le camicie arrotolate per
chiedere a Dio se è Dio,
se è veramente Dio, la mosca,
il tarlo, il laccio della scarpa.






È un sofismo anche la tenda
arrugginita della doccia.
La fuga delle piastrelle mai pulite
– gli arabi ci contavano gli anni
prima di morire –, la scala
che ogni giorno fa gli indiani
e il battito sottile delle gambe
della vicina che guarda la tv.






Aftermath



Ho una voce di vuoto in gola.
Una chiarezza buia, uno spazio.
Ho una pozzanghera nel cuore
dove tu più non ci cammini
– con le tue caviglie snelle
e belle come grandine –
Ho una stagione arrugginita
negli occhi, in attesa di cosa.






Anche un rumore di finestre
sbattute può essere parola.
Il rumore di una donna in filigrana.
Anche i panni stesi e gli abbracci
da lasciare ad asciugare
fanno un camminare nella sera
che ne ricuce il senso, se c’è.






Siamo tutti colpe, sai, quando
annotta e i libri non bastano,
nemmeno i corpi, le mani
che toccano senza aversi,
quando il letto è un divano e
fuori non è il mondo, non è
il sesso delle case dai colori
smorti, che non ti piacciono.






Anche oggi ho le mie ossa rotte
in mano, i serramenti sfasciati
dei tendini, i legamenti strappati.
Trovo ancora le cimici per terra
tra i capelli che erano dolci
e i piatti da lavare. Dio
potrebbe anche non accorgersi
di questo camminare tra le stanze.






Scrivere non basta a esorcizzare
le paure, nemmeno le colpe.
Guido dice che dopo una bella
poesia c’è meno dolore, da dire.
Che la fame delle braccia è in
fondo simile agli abbracci.
Ma la gola brucia a parlare
come un macello dentro al cuore.






La parola cercata e non capita
in un solo giorno è il monolocale
di ciò che resta dei graffi, dei capelli,
delle suture alle ginocchia o
delle dita che si slogano
come foglie innamorate. Tutto
è buono quando dice il vero, anche
una crudeltà, una disoccupazione.






A volte mi chiedo cosa sia
questa poesia. Una piastrella
rotta, un pavimento infangato
per il passaggio d’un bambino
che così s’è meritato
le sgridate della madre. Ma
è anche la bugia, il tradimento.
È quel tanto di verità lasciata
al tempo, che fa di tutti uno.






Love poems


Perderti è stata una mia colpa.
Eppure ora mi chiedono le tue
poesie, qualche foto, magari
delle copertine. S’immagina
dovrebbero esserci i tuoi occhi
nelle foto, le tue gambe
in quelle un po’ più spinte o
le tue mani, tanto fa lo stesso.






Dicono che un poeta non dovrebbe
mai scrivere d’amore. Non oggi
almeno, che piove, che la crisi
ci sfalcia nelle case. È chiaro
che questa non è poesia d’amore.
È solo la mia mancanza
ogni giorno d’una tua parte.






Oggi mi mancano le tue
ginocchia, ieri i gomiti, l’altro
ieri la tua spalla destra
e ancora prima quella sinistra.
Domani non so quale malattia
o sorriso di te mi mancherà.
O quale passo, quale neo, o
quale modo di lisciarti i capelli
per fare scendere la pioggia.







Curo la casa come tu fossi
con me, spazzo la polvere,
ti chiedo d’aiutarmi con lo
straccio, ma tu non rispondi.
E prendo anche il tuo sedere
tutto tra le mani ma tu
non dici nulla, non dici
«dobbiamo lavare a terra, dai».






Mi piace la parola minimale.
Mi dice la tua schiena, le tue
spalle da scoprire e il tuo
sesso, dallo svelamento chiaro
eppure con tristezza. Mi dice
il bacio dei piedi, le gonne
lunghe e strette come gallerie
per una tenerezza terribile.






Questa vita è una via Mamaluch
dove fin da bambino passavo
per fare spesa alla Standa.
È il suo muro lungo e chiaro
fatto di lucertole e telecamere
che nemmeno so se accese.
Ci passo anche oggi, senza te.
E nemmeno faccio la spesa.






La dolcezza e il gusto, l’odore.
Se mi chiedessero cosa provano
le mie mani alla tua assenza
direbbero esse stesse che è la pelle
ciò che più mi manca, il fiato
dei capelli, l’orrore degli affetti.
La colpa non basta a cancellare
come dovrebbe la tua mancanza.






Il miracolo può non essere
solo Dio, ma anche tu, i tuoi
tacchi sulla strada, può essere
il bimbo che uccide il ramarro
o la zanzara, per una paura
esagerata della vita, può essere
la paura stessa, il nostro farsi
del male anche per amore.






Fa parola


La sera è un centimetro di fame,
un portafrutta di ceramica,
è una donna che s’accarezza
perchè sola da troppo tempo,
è un libro sgualcito
o la sua copertina strappata.






Coi carabinieri in casa per un
controllo. La gentilezza delle
pareti bianche, «scusi ma dove
mette i vestiti, è così piccolo
qui», la muffa tra i cappotti
e una tenda che non vede nulla.






A Maniago di notte i cani
ululano alla luna, alle campane
chiare e ferrose, innamorate
del buio delle cosce come
i gatti lo sono di Dio. Hanno
addirittura illuminato il castello
per vederne meglio le altezze.






Con le formiche sul tavolo
ma senza voglia di scacciarle.
Una foto alle tue gambe, un
regalo intimo da non dire
passando per Sacile, la neve
sola alla finestra e un tutto
che non basta a dire niente.






Al supermercato un lunedì mattina


Un addio può non essere una lettera,
un messaggio siglato – nemmeno il
tempo del nome, per intero –,
una foto fra i libri a rinnegare
la dolcezza d’una gita. E nemmeno
ha senso dirti il bene
che mi resta, l’orrore dei gesti
che mi mancano, il buio dei capelli.
Non ha senso dirti che non trovo
lo zucchero in un supermercato
dove anche la cassiera «Signora
non sono riuscito a trattenerla
come non riesco a trovare lo scaffale,
mi aiuti, per favore», ma nessun
uomo può aiutare un altro uomo.
È un lunedì mattina con la tua
– la nostra, l’unica insieme – foto
in mano, al Carlet di Pordenone, senza
sapere cos’è il bene, o dove devo andare.

 
 
 
 
ilcoloredellacqua
 
 
 
 
 
 
 
 

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