Ma prescindiamo dalla trama


 

Nel 2013 pubblicavo in questo blog l’articolo Scrivere un libro e gli ombelichi di Kundera nel quale dichiaravo la conclusione del libro Aftermath e, per dirlo, usavo come pretesto appunto gli ombelichi di Kundera citati nel libro La festa dell’insignificanza (Adelphi 2013):

Sul corpo erotico della donna ci sono alcuni luoghi d’oro: ho sempre pensato che ce ne fossero tre: le cosce, le natiche, il seno». Ramon riflettè e: «Perchè no…» disse. «Poi, un giorno, ho capito che dobbiamo aggiungerne un quarto: l’ombelico». Dopo un istante, Ramon annuì: «Si, forse». E Alain: «Le cosce, il seno, le natiche hanno in ogni donna una forma diversa. Questi tre luoghi d’oro, quindi, non sono solo eccitanti ma esprimono al tempo stesso l’individualità di una donna. Non puoi sbagliarti sulle natiche di colei che ami. Le natiche amate, le riconosceresti tra centinaia d’altre. Ma non puoi identificare la donna che ami dal suo ombelico. Tutti gli ombelichi sono uguali». Almeno venti bambini, ridendo e gridando, incrociarono di corsa i due amici. Alain continuò: «Ciascuno di questi quattro luoghi d’oro rappresenta un messaggio erotico. Mi chiedo quale sia il messaggio erotico che ci comunica l’ombelico». Dopo una pausa: «Una cosa è chiara: a differenza delle cosce, delle natiche e del seno, l’ombelico non dice nulla della donna che lo porta, ci parla di qualcosa che non è questa donna». «Di che cosa?» «Di feti». «Di feti, sicuro» approvò Ramon. E Alain: «Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio, vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.

da La festa dell’insignificanza

Che poi Aftermath (2013) non sia uscito come libro singolo (sarebbe stato in effetti troppo esiguo con le sue 18 poesie) ma nel giro di qualche giorno sia riuscito a coniugarsi al periodo precedente (Histoire d’O, 2012) e poi a La ragazza di nome Olga (2015) è un’altra storia. Il libro è uscito a inizio 2016 col titolo Il colore dell’acqua (Samuele Editore, fuori collana, prefazione di Mario Fresa).

Adesso, complice anche un brutto temporale che ha messo fuori uso per qualche giorno la rete nella mia zona (per cui non ho lavorato) e alcune notti in cui ho faticato a dormire, ho rimesso mano a Il Condominio S.I.M. nell’ottica di una sua conclusione definitiva. E per raccontarlo voglio prendere in causa un altro libro che mi è molto caro: Elis Island di Silvio Ramat (Mondadori 2015).

Caro amico convalescente (ma già in via di guarigione! già diretto a nuovi programmi!). Mi pare che la tua camera, o loggiato che sia, sia più ampia di quello che pensavo e forse anche più frequentata, se contiene tante immagini. Già sospettavo ti piacesse San Francisco: dove io non vorrei tornare. Una città troppo europea, fra caffè, luoghi di raduno, conversazioni. Mentre Santa Monica e Sunset Boulevard mi hanno sedotto. Tutta Los Angeles mi ha sedotto, estranea come un altro mondo, dove in molto dichiarano di non riuscire a vivere. Ecco: titolo per titolo (ma prescindiamo dalla trama: non tragedie, please!), mi sarebbe piaciuto vivere in due modi (La donna che visse due volte) conducendo senza commistioni e senza vertigini (ahi Vertigo!) due diverse vicende biografiche. Per alimentare due anime diverse: una provinciale, complessa e sfumata in terracotta e l’altra disinvolta e abbacinata. Non ero (fin da allora) affatto temeraria, semmai mi piacevano le ipotesi alternative. Sognavo di diventare anche un’altra donna.
Quanto durerà la tua reclusione? quanto ancora starai fra gli addetti alla salute? Dirò che un poco ti invidio, tanto per certo non mi credi. Incapace come sono di vacanze (i giorni vuoti sono un’afflizione per l’anima) mi è capitato invece a più riprese di desiderare una malattia solo per godere di una sosta. Non so bene se in questo desiderio entrasse il ricordo del babbo medico, con lo stetoscopio nel taschino invece della stilografica (non c’erano le biro). Le malattie in casa si passavano rigorosamente a letto senza sconti. Separati dai fratelli. L’aranciata sul comodino e la mamma che provava il termometro. Io allora desideravo solo andare a scuola e invece mi toccava rimanere a casa sorvegliata a vista. Ora invece che a scuola non ci vado volentieri, nessun malessere viene a salvarmi nella mia salute di ferro. Aggiungo: per ora.
Ma a te, amico caro, auguro di riprendere le forze, la vita. Qualche impennata. La toppa che ripari uno strappo passato. Non mi direi che non ne hai. Li abbiamo tutti, sia che ci piaccia la polpa, o che sia la buccia a tradirci. Così bella quando è bella…

da Elis Island

Devo dire che non c’è nessun motivo particolare perché io debba prendere in causa questo libro specifico. Mi piace, solo questo. Anche il titolo di questo articolo lo colgo dalle stesse pagine. Mi piace perché mette in relazione due esseri umani che, in qualche modo e a livelli diversi, hanno cura l’uno dell’altro.

La cura è forse ciò che manca nel Condominio. Non la cura dello stile, devo confessare anzi che ormai litigo parola per parola spesso scontrandomi con l’incapacità di trovare lessici più incisivi, più dettagliati di quelli che possiedo. Manca la cura negli esseri umani, nelle relazioni umane. E il Condominio in effetti vorrebbe essere proprio e solo questo: una fotografia di quello che succede tra gli esseri umani quando comunicano e/o non comunicano.

La solitudine oggi non è una questione individuale ma sociale, culturale probabilmente. Un cortocircuito che si ripete continuamente creando aggressività, isolamento, cinismo dell’utilizzo altrui. Ci siamo chiusi in un individualismo finto e superficiale creando una vera solitudine profonda. Dalla quale non sappiamo più uscire. Ci siamo incattiviti nel senso etimologico del termine.

Devo ammettere che molti dicono di amare questo lavoro e altrettante sono le bocciature editoriali (alcuni amici come Andrea Sirotti stanno dando una mano ma non sembra abbiamo molta fortuna ancora). Una fra tutte viene da un Direttore di Collana molto noto che, dichiarando una sorta di impossibilità d’editarlo, ne conferma lo stile (il che di questi tempi è già qualcosa) affermando che non è del tutto persuasivo. Paradossalmente mi trovo d’accordo con lui.

Lasciando perdere il fastidio che più volte ho dichiarato nel mettere mano al Condominio, mi è inevitabile comunque porre in relazione questo stile con l’intenzione stessa dell’opera. Così come il litigio di cui sopra parola per parola per capire le relazioni tra le varie parti (questo mi viene insegnato da un’opera di Gabriella Musetti ancora inedita e quest’anno finalista al Premio Pagliarani nella quale appaiono rime non solo in un singolo testo, ma anche fra testi distanti fra loro e che vengono colte solo con una lettura particolarmente attenta – di Gabriella si veda ad esempio La manutenzione dei sentimenti, Samuele Editore 2015, collana Scilla, prefazione di Rossella Tempesta). Così come la presenza di ripetizioni di termini e le contraddizioni.

Volendo fotografare la realtà in poesia non ci si può non interrogare su cosa sia la realtà. Cosa sia la solitudine, l’isolamento, l’aggressività, il sesso. Quasi ogni mattina mi confronto con Federico Rossignoli su questi temi (proprio per la sua preparazione molto accurata sui miti, bacino indispensabile per capire veramente l’umano – di Federico si veda ad esempio Spolia II, Samuele Editore 2017, collana Scilla, prefazione di Giovanna Frene) per capire il grado di contraddizione in cui viviamo. E questo inevitabilmente si deve riflettere nel testo. Ha cioè senso dire una cosa e poi il contrario della cosa stessa? La nostra vita ha questa dinamica?

Altra cosa su cui litigo è il concetto di ripetizione. Che non è il refrain (la ripetizione voluta e precisa di determinate frasi o parole) ma il far fare a determinati personaggi le medesime azioni. Questo nasce da una domanda fondamentale che mina, probabilmente in senso negativo, l’isolamento e l’individualismo: siamo veramente tutti così uguali? Siamo veramente così tremendamente fotocopiati e fotocopiabili?

In ultimo, a parte la conclusione ispirata all’Orfeo ed Euridice di Rilke (alla fine ho deciso di togliere anche la citazione iniziale appunto di Rilke e lasciare in chiusura solo quattro o cinque note per i testi citati meno rintracciabili) devo confessare d’avere deciso di salvare novantanove testi in nove personaggi. Il riferimento, in questo caso strutturale, è chiaramente la Divina Commedia ed è un po’ il significato finale di uno stile prosastico, molto frammentato, a volte contorto, cortocircuitante e spesso devo ammettere difficile da leggere perché dissonante, volontariamente dissonante. Dante parte dall’Inferno e arriva al Paradiso. Noi partiamo dall’essere umano, da un rapporto inventato con l’altro, non di rado virtuale, per arrivare al rifiuto dell’altro che è rifiuto della natura altrui non a causa della natura stessa ma del proprio isolamento. E per poter dire questo non vedo altra possibilità di stile. Almeno oggi.

Il Condominio certo non vuole far piacere al lettore, questo lo so. In qualche modo mi ritrovo nelle parole di Cesare Viviani del suo ultimo La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… (Il Melangolo 2018 – che a breve recensiremo su Laboratori Poesia – di Viviani in questo blog ho recensito nel 2013 Infinita fine, Einaudi):

Si è detto che la poesia è anche, immancabilmente, esperienza del limite, limite che è già inizio dell’estraneità, e quindi illeggibile, insuperabile, non c’è parola, intuizione, simbolo o immaginazione capaci di farlo nostro o di ridurlo. È l’equivalente del limite ultimo della vita: in questo senso la poesia è vita, e non limitazione di essa.
Vorrei che fossero altro questi sedicenti poeti, giovanissimi e giovani, che in qualche occasione pubblica mi guardano storto, loro che non hanno letto niente dei libri che ho scritto, e mi salutano appena, forse per fare contento il loro tutore che non mi ama, o forse perché io non sono mai riuscito a elogiare i loro versi.
La poesia è finita. Prima era essere che aveva le vertigini di fronte ai suoi limiti, era essere e non essere. Oggi è un intruglio bastardo di essere e superessere.
Diranno in coro: sarà finita la tua poesia, ma la nostra no!
Ma non è questione di mia o vostra. Insisto: forse non vi accorgete che la poesia non trova più ascolto. Non c’è più spazio per la poesia. Il troppo pieno, la parola piena, la comunicazione continua hanno sepolto i migliori poeti del secondo Novecento: non si leggono più, non hanno più la considerazione che prima, trenta anni fa, si dava loro. Tra vent’anni nessuno saprà più che erano Saba, Erba, Giudici, Luzi, Zanzotto, Sereni, Raboni, Porta… Solo qualche solitario ricercatore universitario… ma saranno pochissimi studiosi. La poesia sarà irrilevante, sarà scomparsa.
Si è detto: la quantità ha spento la qualità. La quantità di internet, della ipercomunicazione pubblicitaria, dei supermercati, dei centri commerciali e di ogni tipo di esposizione e di vendita. Uno dei tanti effetti di distruzione provocata dall’alluvione continua della quantità è la scomparsa (o quasi) di quella sensibilità che faceva distinguere la poesia dalle composizioni in versi (non poesia). Chiediamoci: come faceva Raboni (tanto per fare il migliore esempio) a scegliere i testi da pubblicare (nelle collane da lui curate) o far pubblicare? Si affidava a quella sensibilità ricca di grande talento, di esperienza finissima di lettore, e di una percezione che riassume in sé smisurata cultura e mirabile intelletto e fa riconoscere l’oro tra tanto similoro.
La poesia non può essere affabile, accattivante, popolare, attraente l’immediata emotività: perché la scrittura che ha queste caratteristiche è cattivo giornalismo in versi.
Questo libretto non sarà bene accolto dai poeti giovani e meno giovani. Guai a toccare il narcisismo dei poeti, e di coloro che li limitano scrivendo versi! […]
Beati coloro che credono che la poesia oggi attraversi un periodo di rigoglio e di espansione, di vigore e di qualità, una rinascita. Beati i giornalisti che scrivono, non sapendo cosa scrivere, che la poesia va. beati i poeti che oggi sono i primi perché domani saranno gli ultimi. […]
Il matrimonio dell’invadenza del linguaggio mediatico, superficiale e utilitaristico, con l’opportunismo delle relazioni personali (scambio di favori, protezione come segno di potere, bisogno di seguaci) annienta la poesia.
Prima i poeti che mostravano notevoli qualità riconosciute erano cinque o sei per generazione. Adesso sono cinquanta, tutti meritevoli della stessa attenzione. Altro che livellamento, altro che appiattimento! Non si vuole più distinguere tra poesia e versificazione. È il sottobosco (così lo si chiamava) che si è costruito fusti e rami alti e spaziosi!
Qualcuno ha creduto che l’abbraccio con la dimensione dello spettacolo o con il mondo della rete non fosse mortale per la poesia. Si è sbagliato. Il principio della selezione guida poesia e poeti, principio che è negato da internet e molto spesso anche dallo spettacolo.
La parola di internet è parola abusata. Internet è il luogo dell’abuso della parola. Per essere ancora più chiari: parola violentata, stuprata.
Ora si parla di «contaminazione» possibile tra poesia e canzoni di musica leggera. ma per carità! Come si fa a discutere di una sciocchezza simile? Le due realtà sono una l’opposto dell’altra. la poesia pone questioni grandi sull’esistenza, sul nostro essere al mondo, sui limiti del nostro percepire e sentire, e dunque si rivolge all’irrappresentabile e davanti a esso di ferma.
Le canzoni sono splendidi conforti alle nostre emozioni tristi e nostalgiche e al tempo stesso sono una spinta alla socializzazione.
Rimane a più osservatori oscuro e inspiegabile il risentimento con cui Berardinelli, a partire dal 1981, ha tante volte parlato della poesia italiana del secondo Novecento. Amarezza, asprezza, delusione? Chissà! Eppure anche lui, per un breve periodo, alla fine degli anni Settanta, ha provato a scrivere poesia.
La poesia è come una tessitura finissima e traforata (penso a un merletto, a un pizzo, a una trina) nella quale non è il pieno (i fili) che sostiene i vuoti (i fiori), ma sono i vuoti che sostengono i fili.
Con il proliferare di scriventi versi tutti bravi, può venire a un poeta la tentazione di guidarne un manipolo, di avere un seguito di ammiratori aspiranti a collocazioni pubbliche più alte, visto che quasi sempre non basta loro l’autodesignazione di poeta. Ma questa corrispondenza costerebbe cara al poeta: diventerebbe un principe, o un re, del sottobosco.
Il critico della poesia deve ogni volta coniugare il proprio pensiero con il testo in questione, matrimonio di volta in volta difficile nelle sue particolarità non generalizzabili, e invece non deve ricorrere per tutti i testi alle stesse definizioni, alle stesse formule.
Allora ricapitoliamo le condizioni sfavorevoli alla poesia di oggi: la prima è la pretesa di numerosi giovani (e di alcuni meno giovani) di diventare poeta per grazia sovrannaturale, per miracolo.
Invece bisogna leggere tanta poesia, finché entri nel sangue. e si tratta di leggere le opere dei poeti.
L’imitazione è assolutamente da evitare, quando è consapevole e furba. Quando è inconsapevole (e può succedere spesso ai giovani scrittori anche promettenti), c’è da augurarsi che ci se ne accorga presto.
C’è poi un altro pericolo, l’invadenza e la suggestione dei linguaggi mediatici e pubblicitari. Al tempo stesso c’è l’ambizione di raggiungere i risultati senza abbandonare la pigrizia, col minimo sforzo, con l’autopromozione e l’autodefinizione di «poeta».
Altra condizione sfavorevole per la poesia dei nostri giorni è la critica militante: sempre più occupata dai libri dei narratori seri o improvvisati, sempre meno interessata alla poesia. del resto la logica mercantile si impone su case editrici e giornali, per cui si privilegia ciò che offre più lettori e più vendite.
Ma il problema della critica è l’incontro con la poesia: si dovrebbe illuminare la specificità di ogni testo poetico e invece, come si è detto, è sempre più frequente (salvo qualche bella eccezione) l’uso delle stesse definizioni e frasi, ormai formule di repertorio, per tutti i libri recensiti.
Altra condizione sfavorevole alla poesia riguarda la pubblicazione (l’editoria è entrata in una strettoia). L’editore gradisce e valorizza il libro di narrativa o di poesia che venda molto (è raro che sia la poesia), che abbia un pubblico di acquirenti e lettori numeroso: in tal caso il libro diventa alimento economico per la casa editrice, reddito. Il suo autore sarà trattato con particolare gentilezza e cura. inconsapevolmente anche le persone più limpide e acute, più colte e sensibili subiscono l’effetto di valore del libro che vende molto.
Ai miei tempi le cose andavano diversamente: nel 1981 e nel 1990 i miei libri di poesia (Mondadori) vinsero due bei premi, e l’editore fece uscire una pubblicità di notevoli dimensioni su “La Repubblica”, riproducendovi la copertina del libro (il secondo fu anche ristampato e fascettato col nome del premio), libri che certamente non vendettero più di 1500 o 2000 copie.
Aspirare a un numero elevato di lettori di poesia è un errore…
Esiste la «nuova» poesia, la poesia del Duemila? Non è mai esistita la «nuova» poesia: la poesia è sempre stata la stessa, se è sempre stato indefinibile il suo nucleo essenziale. È pur vero che ogni volta la poesia è nata dalla tradizione… per poi cercare un’originalità di forme e di espressioni. E questa poesia del Duemila, giovane o meno giovane, ha ignorato la tradizione, ha mancato la nascita, non è nata. Si è riempita di parole, frasi, idiomi, suggestioni circolante e corrive, pubblicitarie ed efficaci, mutuate da ogni emittente. Questa poesia non è poesia.
Oggi, nello scrivere versi, si tenta un’operazione analoga a quella delle installazioni nell’arte: un linguaggio interessante, suggestivo, attraente, ben organizzato con belle apparenze, artefatto.

da La presenza di Èrato

In tutto questo continuo a credere che chiedersi cosa sia la poesia non abbia senso, come non ha senso continuare a dichiararne la presunta morte e/o rinascita, e per un attimo mi era capitato di volerne fare un accenno in forma di giustificazione dell’opera nel Condominio, cosa alla quale ho poi rinunciato per una breve contestualizzazione molto semplice.

A dirla tutta Federico ha anche tentato di aiutarmi proponendo un testo poetico, un prologo (di contro al suggerimento del Direttore di Collana di cui sopra che indicava, in primissima battuta, la possibile trasformazione di alcuni testi in prose a introduzione di ogni personaggio):

Pochi anni sono passati,
ma già stanno seppellendo
questo tempo, già nei libri
hanno scritto: costruzione
 
non architettura. Allora
credevamo di far spazio
a persone, oltre le cose
che portavano con loro.
 
Ci hanno detto che qualcuno
è rimasto, si è spezzato
come una collana in tanti cassetti
per non perdere la solitudine.

Federico Rossignoli

Questa belle contaminazioni tra autori amici non sono cosa strana. Mi piace qui riportare anche un testo inedito (che fa parte del suo prossimo libro) dove si fa riferimento a me e a una parte del Condominio (nello specifico Anna) a cura di un altro amico molto caro: Sandro Pecchiari (di lui si veda lo stupendo Scripta non manent, Samuele Editore 2018, collana Scilla, prefazione di Giovanna Rosadini).

Alessandro ha vissuto il non saper lasciare
e ricomporne l’irricuperabile
alle nostre frasi l’aria reagisce come un cane
qui dentro è il dialogo, non nelle cose dette
 
Marco dice male delle mie difese
è vero, basta un bisturi ad assiepare gli anni
nel taglio netto di mannello
le ricordanze attraversano la vita
 
Sameh esibisce amanti come pietre
che spanciano e rimbalzano
e parlano affondando
soffocando nella buccia aspra di parole
non riuscirà a costruire un muro
che non scarti storie
 
Cristina conosce tutto questo doppio
che sostiene la vita se si smorza
e assume lo sparire dentro un quadro
con la forza del chiodo che lo appende

Sandro Pecchiari

Ad ogni modo, tornando al discorso sulla poesia in quanto tale, ribadisco che non trovo molti motivi nella ricerca di una definizione, direi invece che potrebbe avere più valore chiedersi cosa deve fare la poesia oggi per avere senso.

Io credo debba affrontare, analizzare, criticare la realtà cercando di comprenderla. Perché forse in poesia dobbiamo accettare che capire è sinonimo di dire. Che lo stile è effettivamente la posizione dell’autore nei confronti di quanto osserva, racconta. Senza voler a tutti i costi cercare una nuova forma, uno sperimentalismo che salvi la poesia.

Che poi ci sia una parte personale nell’opera è inevitabile e credo che il vero salto dell’opera passi attraverso l’accettazione della propria presenza. L’accettazione di sé. Credo questo sia il presupposto per poter analizzare e criticare la realtà. Un po’ come le fondamenta solide di una casa per non far crollare la casa stessa. Anche il fatto che la conclusione di un’opera coincida spesso con la conclusione di un periodo della vita dell’autore è altrettanto innegabile. Anche il mio Condominio chiude sei anni di esistenza.

In buona sostanza, e per tirare le somme di quest’accozzaglia forse confusa di pensieri con la quale sto cercando di licenziare le mie poesie, voglio dire una cosa che credo d’avere imparato: in poesia non servono nuovi stili, nuove modalità, nuovi strumenti. Quelli che abbiamo sono più che sufficienti. Forse dobbiamo solo re-imparare a utilizzarli.

Alessandro Canzian

 
 

 

Il Condominio S.I.M.

 
 

Il Condominio S.I.M. è il Condominio dove abito da alcuni anni. La sigla S.I.M. sta per Società Immobiliare Maniaghese. Costruito nel 1970 era stato inizialmente pensato come un albergo. A costruzione quasi ultimata la Società si è però accorta che nella zona e in quel periodo un albergo non avrebbe potuto funzionare, per cui fu utilizzato come Condominio. Sono ancora presenti il ristorante (oggi utilizzato come luogo di culto dai Testimoni di Geova) e il gabbiotto del custode, utilizzato come ripostiglio.

 
 

Olga

 
 
La ragazza di nome Olga
è una ragazza che non conosco,
né me ne sono mai innamorato.
Ma se me la immagino la penso
con la pelle bianca come i capelli
di mio padre, e il seno grosso
– ma la memoria non fa vedere –
e con l’utero profondo
come il buio dentro un uomo.
 
 
 
 
La ragazza di nome Olga
si taglia le unghie ogni martedì
mattina, quasi fosse un rito,
una cosa importante per il mondo.
E tiene una mano fra le gambe
a respirare l’alito di Dio
ogni qual volta si addormenta.
La ragazza di nome Olga
è innamorata in modo abominevole.
 
 
 
 

Carlo

 
 
Carlo so ha fatto un viaggio.
A Londra, o a Parigi, so
ha fotografato salumi e coppie
abbracciate alle vetrine, perché
gli uomini amano l’effimero,
ciò che esiste e poi scompare.
Non siamo fatti per restare.
 
 
 
 
Carlo questa notte credo
abbia fatto l’amore. Ho sentito
versi di persiane scorrere
e di gole che si toccano, ma
non aveva volto quella donna.
Solo piedi lunghi e capelli ben curati.
E grida di un animale in gabbia
che non sa come uscire dalla vita.
 
 
 
 

Anna

 
 
Anna segue un protocollo
ben definito quando esce.
Prima le scarpe, aperte
quand’è estate, poi i capelli
altrettanto aperti e lunghi,
poi un po’ di trucco sulle labbra
e inversamente sulle ciglia. In
fine il fard, da sfumarsi addosso.
 
 
 
 
Oggi ho sentito Anna
urlare ad un suo amico. Lo
accusava d’essere violento
e presuntuoso, urlava e gli
sbatteva la porta addosso
mentre lui tirava calci alle pareti
con lo sguardo di chi sa che il cane
segue sempre il suo padrone.
 
 
 
 

Giulia

 
 
È bizzarra questa Giulia che
guardo ma non conosco, non
incontro, cammina in fretta
ma non la vedo. Le calze nere,
i tacchi appena un poco alti e
i capelli arricciati come polvere
da mettersi alle spalle.
Giulia oggi è un melograno.
 
 
 
 
Oggi ho aspettato l’ascensore
che non funziona ormai da mesi.
Nemmeno le scale funzionano
più da quando Giulia non scende
con lo sguardo che non esiste
se non in una piccola fotografia
lasciata per caso in mezzo all’atrio.
In fondo siamo tutti un transito.
 
 
 
 

Silvio

 
 
Silvio ha vissuto cinque anni
o poco meno prima di cadere
dalla scala antincendio che non c’era.
Aveva dimenticato le chiavi
e pensato che bastasse saltare
da un luogo all’altro
per esserne salvati. Non sapeva,
Silvio, che ogni passo è una caduta.
 
 
 
 
Poi Silvio m’ha raccontato
che una volta aveva tentato
anche di scriverle una lettera:
«Sei bellissima, ma ti amo». E
lei pure aveva risposto: «complimenti
per tutto questo piscio». Perché
le risposte quando le si cercano
non tardano ad arrivare.
 
 
 
 

La ragazza del secondo piano

 
 
Ieri sera ho invitato un tizio
conosciuto nelle chat. L’ho
lasciato entrare in casa e l’ho
lasciato farmi complimenti
e dire che non ce ne sono altre
simili a me. «Come un angelo
tu mi appari», un altro
stupido poeta, ho pensato,
che nemmeno cita bene.
 
 
 
 
A volte il male quando arriva
non lo riconosci immediatamente.
Così lui è entrato ferocemente
con la fame di un animale
nel mio pranzo. Una tavola
imbandita mi è parso d’essere,
senza vino, senza dolci,
senza complimenti alla cucina.
 
 
 
 

Alberto

 
 
Alberto non parla mai
di Monica, la donna che ha avuto
per tanti anni in moglie. Due
figli e venticinque stagioni
a dormire assieme, quasi
non lo capisco, gli stessi odori,
gli stessi vestiti da lavare
nella stessa lavatrice.
Poi un cancro, a pulire tutto.
 
 
 
 
Oggi Alberto mi ha raccontato
di sentirsi solo, ogni tanto.
La solitudine dice è una frattura,
il dolore d’un arto fantasma. Ma
il problema non è la mancanza
quanto l’idea dell’altro che non c’è.
Alberto parlava sorridendo
e puzzava un poco di pipì.
 
 
 
 

Alina

 
 
Ad Alina un giorno vorrei chiedere
perché non pensa di lasciare
il marito e magari trovarsi
un bravo uomo, uno di quelli
che ti fa la colazione la mattina.
Penso Alina risponderebbe
che sono ancora giovane e
non so che siamo tutti uguali
chiusa la porta di casa.
 
 
 
 
Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì mattina.
Strizza lo straccio con dovizia
e lascia cadere l’acqua e dice
«attento, è bagnato». In fondo
sappiamo entrambi che
è sempre bagnato da qualche parte
e non si può tornare indietro.
 
 
 
 

Aldo

 
 
Aldo è uscito senza auto, oggi,
perché un amico lo aspettava
appena fuori dal portone,
anche lui col macchinone grande.
Lo stesso sguardo fermo e fiero.
E la stessa camicia ben stirata
da una donna pagata apposta
per sentirsi meno soli.
 
 
 
 
Aldo ha salutato sorridendo
e tendendo la mano appena chiusa
solo alla ragazza delle scale. Lei
però gli ha risposto male
per istinto od esperienza
o anche solo perché il mondo
è uno, uno e solo, e sempre uguale.
E si è voltata dall’altra parte.