Bestiario fiorito – Antonio Lillo

copertina bestiale

 

Il rischio evidente di scrivere poesia sulla cronaca è che la poesia stessa, come la cronaca, diventi carta straccia il giorno dopo la sua uscita. A meno che, ovviamente, non si faccia storia. L’altro rischio, ancora più sentito, è che nella visione par­ziale e comunque soggettiva dell’autore, la poesia non pos­sa nemmeno considerarsi documento, spaccato di un pe­riodo. Moltissimi fatti non cattureranno l’attenzione di chi scrive; altri, pur vissuti con passione o rabbia, e necessari a completare il quadro, resteranno fuori per svariati motivi, in primo luogo estetici. Ciò che si vede alla fine, la punta dell’iceberg, è dichiara­tamente incompleto, aperto – com’è giusto – all’interpre­tazione, ma forse per questo inutile a delineare non solo il passaggio storico, ma anche umano, personale dell’autore. Con queste parole Antonio Lillo apre un lungo quanto complesso volume di poesia dal titolo Bestiario fiorito (Pietre Vive Editore, 2016). L’autore (il cui vero nome è Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra) è nato nel 1977 e attualmente vive a Locoroton­do dove è direttore editoriale delle succitate edizioni Pietre Vive. Ad oggi ha pubblicato con la medesima Casa: Dal confino, Le qualità del male, Viva Catullo, Rivelazione.

Devo dire che ho conosciuto Antonio Lillo ad Arta Terme alla prima edizione del Soggiorno dei Poeti e degli Artisti, incontro che tra l’altro resta in Bestiario fiorito nella forma di una prosa poetica particolarmente critica: I raduni poetici sono luoghi di alienazione fortissima in cui non sei tu, che scrivi, il diverso ma quelli che ti servo­no a tavola. Stiamo qui in tanti, con tempi alienanti, non facendo altro che svegliarci, mangiare, e parlare di versi, di vino, vezzeggiare il vicino, saltare il primo o prendere il dolce dopo il secondo, farsi venire le piaghe ai piedi in lun­ghe passeggiate per boschi, le piaghe in gola per dire la no­stra, paralizzati alle corde vocali in attesa del verso perfet­to, finale, o gonfi di stomaco per colpa dell’acqua minerale. Si cammina anche molto, per fare nuovo spazio digerendo, in salita e in discesa, dal fiume al santuario passando per la pizzeria o il bar in centro, osservando tutto curiosi, leg­gendo i segni del tempo, specialmente i giornali di ieri, per capire dov’è mai andato il mondo nel frattempo, mentre noi ricominciamo col primo, e partecipiamo dei problemi del cuoco con la salsa, del futuro delle giovani gambe della cameriera, sorseggiando una birra o un grappino in attesa di una nuova visione, in cui più che comari ben fiere del nostro poetare, saremo in lotta e pronti a scavare nel male, come i vecchi minatori venuti qui a curare i reumatismi.

Una poesia quella di Antonio che definirei di osservazione delle cose, della società nelle sue dinamiche più intime e fondamentalmente sua critica (Li ascolto attraverso i vetri. / Niente più che paroline smozzicate negli orecchi / gli occhi aperti e chiuse le chiappine. Chiusi loro nei letti / coi loro cappotti per darsi ancora un tono). Una poesia non priva di un certo senso di partecipazione alla storia anche se con una sfumatura non di rado passiva (Non c’è contraddizione se pensi / a una crisi più grande / ma se ripeto la vita è dolore / mi pare un abuso e sto zitto. / È meglio che si creda sconfitta / al ceppo della Storia piegata ma intanto / spezzo il pane col morso / sotto un cielo di bianco snervante) fino a saturare la partecipazione in autocritica e insoddisfazione (come già visto ad esempio nel caso del raduno poetico – Qui giace Lillo, che in vita / non ebbe vittoria / e in morte non sa / se gli sia valsa a qualcosa / la sua passione per l’arte. / Qui giace da solo, insoddisfatto.).

Critica e autocritica priva di sconti, insoddisfatta ma a ben vedere non pessimista, e forse in questo si può riconoscere la vera cifra stilistica di un autore molto meno pigro di quanto egli stesso voglia ammettere. Soprattutto quando incontra la materia prima del lavoro dello Scrittore, le parole (I nna sapève nùdde ca na dígghje / m’à appeccète mpìtte u stèsse fúke / u cante ca na dígghje a spascè u mùnne / pi paruòle, ca so piète pu scarpìdde. / U sàcce bbúne jí, ca i fatìgghje.E non sapeva nulla che un giorno / mi s’è acceso in petto lo stesso fuoco / il canto che un giorno spaccherà il mondo / con le parole, che sono pietre da scalpello. / Lo so bene io, che le lavoro.). Il linguaggio scelto in questo caso è, nella sezione Una prole testarda, il dialetto natale che introduce a un’osservazione ampliata anche alla sua terra (C’è chi si sradica il Sud dal cuore / come una pietra dallo scasso / lì dove gli emigranti sono cani sciolti / e indirizzati al macello […] e ai traditori e agli infami che l’hanno / svenduto il nostro Sud per un piatto di fave / e di sivoni e d’uva asprigna come i cuori / piegati dalla zappa e bestemmiano / i figli d’essere nati a prenderne il posto).

L’osservazione come atto privilegiato della poesia torna nella sezione l’unico altro che ti vede (Una foto ti mostrava / inquieta e sorridente sotto il panama bianco / e tu correvi ogni sera in pizzeria / dal signor Enzo per offrirgli / quel sorriso, insieme con l’ultimo sorso di vino). Un’osservazione misurata, contata nei suoi millimetri per una completa esperienza umana prima che poetica (E poi una volta / scocciato ti ho risposto: «Paride / tu cerchi soldi ai poveri!» E tu / – lo eravamo in due – col tuo genio / mi hai risposto: «Sì! / ma è proprio fra poveri che ci si aiuta»). Ma la partecipazione non può sottrarsi a un contraccolpo polemico che è la ricorrente e amara critica alle persone (Magari si potessero estirpare / il morso e la radice del tuo male) e alle loro abitudini (Ognuno sta solo nel cuor della doccia / trafitto dal gettito d’acqua: / e di te rinnega ogni traccia).

Il linguaggio diventa spesso crudo, apoetico in una narrazione più diretta e immediata del male non tanto di vivere quanto dell’essere in una società fatta di precise dinamiche sociali per le quali la parola si veste di ribellione, di accusa, o per meglio dire di sfogo polemico di quella succitata insoddisfazione (Io vorrei davvero cara tu morissi / per il lungo desiderio in me covato / di pisciarti sulla tomba a contrappasso / con il cazzo che una volta m’hai baciato). L’amore, come ha ben detto Francesco Santoro in una sua recensione al libro (qui), è rappresentato come un meccanismo guasto così come l’amicizia. Non a caso l’animale più presente nel bestiario è il topo, simbolo di un’esistenza nascosta e contaminata. Non ultime vengono trattate, sempre con il medesimo linguaggio basso-colloquiale, le tematiche politiche alla stessa stregua di quelle personali (Dice Azzollini / (adesso ch’è fuori) / che piscerà nelle bocche / dei vostri bambini / piscerà sulla Boldrini / e sulle tette della Boschi / piscerà pure negli occhi / alla Meloni e persino piscerà / nella vagina di Alfano). La medesima amarezza poi trova significato e confini in alcune definizioni date nella settima sezione del libro, con lingua disumana (seppur d’amor si muore il mondo è ingiusto / e non per questo te ne dà più merito […] Creature, sì, di pena, / ma soltanto per la loro piccolezza […] Sono un uomo che non fa più miracoli / né spera che l’amore o l’amicizia / possano salvarlo dall’urgenza della fine).

Tale fotografia (così possiamo definirla) continua anche in una serie di prose dal titolo emblematico, senilità, o quanto rimane nelle quali Antonio auspica di tagliare i rami secchi e farla finita con le illusioni. Una pianta da vaso non è meno felice di quella nel bosco: en­trambe tendono al cielo e nessuna lo tocca. Siamo tutti sconfitti in partenza. E piangere o ridere non cambia la realtà delle cose. Quindi, perché non ridere? Perché il poco non mi basta e se non tocco il cielo non sono contento. O tutto o nulla. E se non posso avere tutto, allora non voglio nulla. Per poi rivolgersi in senso cronachistico alla realtà quotidiana dove la famiglia è una trappola / con denti sottili di plastica. / Affondano per arrivare all’osso / e renderlo compatto nella morsa. Segue quindi una suite di microracconti dal verismo affilato sempre in bilico tra racconti dell’individuo e racconti della società (allo stesso modo in cui si bilanciano poesie e prose poetiche). Per congedarsi infine con testi che parlano specificatamente della poesia e della sua vitalità-non-vitalità (La poesia è viva, la poesia è morta. Ma che rottura questa storia che intasa siti e giornali da più di un mese, da tutta una vita. La poesia è viva, la poesia è morta, e serve solo da richiamo verso chi non so, visto che la poesia se la leggono in pochi. Questo posso dirvi: io sono vivo, e chi non legge la poesia è morto. E chi non legge proprio è stramorto, ma come tutti gli stramorti non lo sa).

Un libro che mette in relazione diverse cose sfilacciando le tenute e le certezze di una società da una parte come uomo (osservando le storie di sé e dei singoli) da una parte come poeta (osservando coi medesimi occhi storia, politica e società). Un libro che conferma la capacità poetica di Antonio dopo la posizione di finalista al Premio Carducci nel 2015 con la raccolta Rivelazione (di cui mi sono occupato qui). Un libro infine che si inserisce perfettamente in un Catalogo curato da Antonio stesso e che vede, tra gli altri, Wunderkammer di Carlo Tosetti, L’adatto vocabolario di ogni specie di Alessandro Silva e spazio privato | spaţiu privat della poetessa e giornalista romena Elena Vlǎdǎreanu. Libri che sono rintracciabili nel sito dell’Editore (qui) e sui quali cui vale pena di soffermarsi un attimo per completare questo quadro (attraverso un esempio delle sue scelte editoriali) di Antonio Lillo.

 
copertina_wunderkammer_b1, rid

Carlo Tosetti, poeta milanese autore di Wunderkammer, crea una poesia lunare e spesso arcana, giocosa, tutta musicalità e preziosità della parola. Il libro si sviluppa intorno all’idea rinascimentale di Camere delle meraviglie, prima espressione del collezionismo europeo. Al loro interno si dispiegavano, in ordine più o meno sentimentale, una miriade di oggetti rari, misteriosi o favolosi: alcune delle tante chiavi necessarie a comprendere la nuo­va realtà che, con fascino e terrore, si spalancava davanti ai loro possessori attraverso l’esplorazione, l’arte, la scienza e i primi scismi religiosi. Fra quelle mura si posiziona con estrema naturalezza la poesia di Tosetti. Il volume è illustrato da ALE+ALE.

 
copertina Silva

L’adatto vocabolario di ogni specie di Alessandro Silva (vincitore di “Luce a Sud Est”, concorso di scrittura sociale di cui sta per partire la nuova edizione) può intendersi come il primo esempio italiano di Light Poetry: di libro che mischia, sull’esempio delle Light Novel giapponesi, testo e illustrazione da fumetto (su disegni di Giovanni Munari). In realtà è una raccolta assai articolata, capace di gestire con lucidità vari linguaggi, mischiando cronaca e verso per descrive l’odissea di un operaio nell’Ilva di Taranto, e come questa rispecchi o distorca i suoi rapporti famigliari. Un’opera di poesia civile densa e coraggiosa che, con rari accenti pavesiani, riesce sempre a sollevarsi sopra la città, verso le vette salvifiche della ragione.

 
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spazio privato | spaţiu privat è la prima racconta tradotta in italiano della poetessa e giornalista romena Elena Vlǎdǎreanu. Il libro, tradotto da Gabriele Di Palma, è stato realizzato con il finanziamento dell’Istituto Culturale Romeno, ed è illustrato da Dan Perjosvschi. L’opera della Vlădăreanu ci parla in chiave lirica e allo stesso tempo dissacrante, del fenomeno del neoconsumismo sviluppatosi in Romania dopo la caduta del comunismo, utilizzando un verso assai particolare, libero, lunghissimo, alliterativo, che dà all’opera una forte connotazione meta-narrativa, con tanto di inserzioni dialogiche, schegge pubblicitarie e confessionali, arricchite in maniera fondamentale dall’apporto grafico di Perjosvschi.

 
 

Di seguito, per concludere, una nutrita scelta di testi da Bestiario fiorito di Antonio Lillo.

 
 
 
 
 
 
PROCESSO IN UN ALIMENTARI
 
«Gli intellettuali hanno ammazzato Ceausescu!»
mi dice la commessa rumena
mentre le chiedo del pane
e io sarei l’assassino mi pare.
Era un tiranno le dico ma lei
«ma dava una scuola a mio figlio
lavoro casa una macchina
non potevi parlare né dire
vaffanculo a un politico
ma ora che troppo lo dici che cambia?
né lavoro né casa né macchina
e nemmeno la scuola è più buona
avete ucciso per niente»
mi dice.
Non c’è contraddizione se pensi
a una crisi più grande
ma se ripeto la vita è dolore
mi pare un abuso e sto zitto.
È meglio che si creda sconfitta
al ceppo della Storia piegata ma intanto
spezzo il pane col morso
sotto un cielo di bianco snervante
e il sapore che sento al palato
mi appare di carne e di sangue
e la lingua è come bruciata
incapace a chiamare soccorso.
 
 
 
 
 
 
GRIGIO
 
Quant’è grigio il mio cuore
striato come il pelo del micio
lasciato e in cerca di casa.
 
 
 
 
 
 
LONTANI
 
I
 
C’è chi ha grandi finestre
per far pace ogni giorno
col Cielo. Stanno lì
sui balconi per ore
coi nasi alti gocciolanti
infreddoliti. Senza risposte.
 
 
 
 
 
 
Qui giace Lillo, che in vita
non ebbe vittoria
e in morte non sa
se gli sia valsa a qualcosa
la sua passione per l’arte.
Qui giace da solo, insoddisfatto.
 
 
 
 
 
 
UNA PROLE TESTARDA
 
Talvolta
quando scrivo in curdunnese
lingua del paese in cui io sono
lingua un po’ di padre un po’ di madre
(allevati in campagna con accenti diversi
e a nozze accasati nel centro)
talvolta se scrivo mi sento un profugo in patria
che cerca d’esprimere mondi
limitato nel gergo nei modi
dalla sua povertà d’espressione
costretto da politica e scuole
all’autoepurazione dal dialetto
dalla sua storia non statale
ma orgogliosamente laterale mi costa
ogni parola
trovarla nel buio una fatica di madre
che concepisca una prole testarda
scontrosa e gracile al peso
ma tenacemente attaccata alla vita.
 
 
 
 
 
 
I PÀCCE
 
Fatìgghje pi pàcce ca sò duò jànne
agne digghje jè na digghje aspettànne u Segnóre.
 
U tìmpe ammarèsce sópe i capere di pàcce
ca me díscene sèmpe: «dottò pe stè ddò
o sí pàcce o sí fèsse. Ma tu fèsse na ssí. Sarà
ca sí pàcce cume a néggue?»
 
I a kjéne kjéne a stè pi pàcce
tutte scìme mbrjéche ma sènza penzíre
ca díscene nùdde de péne o de mmíre.

 
 
 
 
I PAZZI
 
Lavoro coi pazzi che sono due anni
ogni giorno è un giorno aspettando il Signore.
 
Il tempo si guasta sulle teste dei pazzi
che mi dicono sempre: «dotto’ per star qui
o sei pazzo o sei fesso. Ma tu fesso non sei. Sarà
che sei pazzo come noi?»
 
E piano piano a stare coi pazzi
tutti andiamo ubriachi ma senza pensieri
che dicano nulla di pane o di vino.
 
 
 
 
 
 
U SCÌNKE
 
U scìnke! – me kjéme fràteme
i akkjànke u díscete affeléte jínte a càrne.
Se pìgghje a pezzechéte u jaredídde
ca jí mànge
i jídde nóne –
a dieta!
róseche sckìtte l’óssere di vìrme.
 
Belle jídde cante jínt’a vetrìne – jí stòke riète
nu scínke de passione ca stè scrìve
a vìte nóstre i cume vòne i fàttere
pu cuòre
ca vè sculànne sàgne mméne a Críste.
 
Dè stòke jí –
campànne senza cuòre sópe u cìppe.

 
 
 
 
IL VITELLO
 
Il vitello! – mi chiama mio fratello
e spinge il dito affilato nella carne.
Si prende la pizzicata il galletto
ché io mangio
e lui no – a dieta!
rosica solo le ossa dei vermi.
 
Bello lui canta in vetrina – io sto dietro
vitello di passione che scrive
la vita nostra e come vanno i fatti
col cuore
che va scolando sangue in mano a Cristo.
 
Lì sto io –
campando senza cuore sopra il ceppo.
 
 
 
 
 
 
PLANIMETRIA DEL DOLORE
 
La percezione della solitudine
che abbiamo del mondo
rispecchia il momentaneo stordimento
della nostra delusione.
Moltiplica quella per i miliardi di noi
copie fotostatiche nell’ombra
e avrai la visione millimetrica del vuoto
la pianta catastale del suo cuore.
 
 
 
 
 
 
A SILVIO
 
che tace al novanta per cento
o sonnecchia sul treno delle sette
trasportato a lavoro
che invecchia
negli angoli intorno alla bocca
e s’incanta che belle
le balle di fieno
e se parla discute di vermi e ciliegie
ma solo per dire
dell’insensatezza del mondo
delle meraviglie del caso
lo conosco da tanto mi accorgo
dai tempi che portava gli occhiali
e si sforzava
di decifrare ogni cosa
l’ho incontrato poi senza una mattina
e mi ha risposto non so
sarà sparita la miopia
o ci si abitua proprio a tutto
ma non reggevo più le lenti
mi davano male alla testa
io gli ho risposto così
sei più bello
allora lui si è sciolto in un sorriso.
 
 
 
 
 
 
LE QUARANTENNI
 
Le quarantenni non proprio illuminate
dall’autoironia a cui cominciano
a cascare le tette le incontri tutti i giorni
al supermercato oppure in posta
che se la tirano per nulla già sconfitte
dal confronto quotidiano con le figlie
modellate a loro immagine ma sode.
Una volta erano belle. Te le immagini già
fra qualche anno ancora saporite e buone
per gli scopi del caso. Come prugne.
 
 
 
 
 
 
Tumore mio che covi metastasi in panciera
saluta il nuovo giorno dolore senza scampo
mio nemico-amico mio compagno
ti porto con me per la vita stai certo
e dopo quando mi ammazzi
ti porto con me nella tomba
nel nostro duello alla pari
in cui tu non vinci ma bari.
 
 
 
 
 
 
DUE AL BIVIO
 
Nessuno sa più che fare o di che vivere.
L’uno sta immobile e pavido
osservando le ombre che s’agitano
sul muro illuminato dai fari
mentre aspetta chissà cosa o come.
L’altro trottola irrequieto
si pavoneggia in movimenti stellari
d’effetto certo ma sterili
se calcando la mano ricade ogni volta
l’uno ha la testa più rotta.
È possibile che ritornino amici
se non dal vivo in sogno
con facce d’uccelletti rapaci
e pronti a infilarsi le unghie nel cranio.
È possibile il ritorno.
Così come la corsa lo schianto
contro un palo d’inverno
o impiccarsi alla doccia.
 
 
 
 
 
 
L’amore, spesso, con lingua disumana
spera attraverso la poesia
di dare un senso ai disordini del cuore.
Confonde dunque anima con viscere
e produce aria che non sempre è canto
che ripete strombazzando ai quattro venti
come
seppur d’amor si muore il mondo è ingiusto
e non per questo te ne dà più merito.
 
 
 
 
 
 
Milano 2 gennaio ore 6.50 – V.
comincia a preoccuparsi del tempo.
Ha l’alito pesante. La donna
gli volta il viso le labbra
gli si screpolano. Ha l’anulare
tranciato da Milano
quand’era muratore. Fissa per ore
il moncherino costretto dalla fede.
Ripensa a un’altra
di quei giorni senza lingua.
Ci si esprimeva a gesti dai dialetti
e lei gallina strepitava
quando le pigghiava le mammelle.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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