Rivelazione – Antonio Lillo

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Ho il piacere e l’onore, perchè conosco l’autore e la sua piccola casa editrice (Pietre vive Editore), di dare un’anteprima di questo bel volumetto che, senza mezzi termini, ho il rammarico di non aver pubblicato io. Conosco Antonio Lillo dall’anno scorso quando, per puro caso, l’ho scovato in rete e l’ho invitato al Soggiorno dei poeti, un bell’evento di tre giorni (che purtroppo non facciamo più per mancato stanziamento di fondi) qui nel nord Italia in un paesetto dove sono passati Carducci e altri. Un incontro fortunato con un ragazzotto mio coetaneo, più o meno, poeta e fotografo, molto bravo. Ho già parlato di lui in questo blog sia per il suo volume precedente (qui e qui) sia per i suoi scatti (qui). E ora devo ammettere questo libriccino, Rivelazione (Edizioni Pietre Vive – iCentoLillo – 2014), non tradisce le attese.

Lo leggo in anteprima, nel pdf, perchè verrà stampato la prossima settimana. E mi piace. Gli anni in Antonio Lillo condensano la maturità poetica verso un sospeso, un sentirsi alieni, parte e spaesati nel mondo. Con un’interessantissima abilità a creare una metafora non dichiarata col mondo stesso. Non si può infatti non leggere un testo in cui vengono lasciati liberi dei cani a massacrare degli uccelli come una metafora delle guerre di questi giorni. Una metafora non voluta? L’autore potrebbe correggermi, potrebbe dire che si tratta di un caso. Senza dubbio risponderei che non c’è caso in poesia ma esiste la capacità di connettere il macrocosmo umano con il microcosmo privato. Sto pensando all’attuale massacro tra palestinesi e israeliani. L’ennesimo massacro di uccellini. Da ambedue le parti. E Dio che dice “Coglioni! Coglioni!” perché fra i pochi suoi pregi, indubbiamente, c’è quello della sintesi. O la stupenda, stupenda, stupenda storia di un topolino impaurito braccato solo perchè si è mostrato: Una creatura del buio, pic­cola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammaz­zarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.

In tutto questo le branchie, immagine che compare in due diverse occasioni nel libro, diventano la metafora dello spaesamento. Sia esso il fratello che abbandona i suoi sogni per un lavoro sicuro o il fratello che abbandona il lavoro sicuro per i suoi sogni. O suo nonno (a cui vengono dedicati moltissimi testi, se non l’intero volume) che punisce i familiari perchè non sanno reggere abbastanza silenzio o tutti quegli essere umani non umani in maniera quasi kafkiana, con quel tanto di de Saint-Exupéry che non guasta mai.

Un libriccino bellissimo che ripeto avrei voluto pubblicare io, con belle illustrazioni in bianco e nero (non scala di grigio, proprio bianco e nero) di Raffaele Fiorella. Un grande plauso, quindi, ad Antonio Lillo.

 
 
 
 
 

LA COMPARSA DELLE BRANCHIE
 

Ogni giorno aspetto Dio al bar per prenderci un caffè insie­me. Discutiamo del tempo, dell’ultima notizia letta sui gior­nali, il prezzo dei pomodori sul mercato, la pop star morta di overdose, la prossima guerra del mondo. Farà ancora brutto, mi dice, forse per farmi dispetto, lui che gira i rubinetti lo sa. Appena pochi sprazzi di sole, giusto per darci respiro. Per­ché?, gli chiedo, qual è lo scopo? È un modo come un altro di proseguire la vostra evoluzione. Cadrà tanta acqua finché non vi spuntano le branchie. E dopo? Dopo nulla, prosciugherò tutti i mari. Dio ha uno strano senso dell’umorismo. Ancora non capisco, gli dico, a cosa serve tutto questo, qual è la sua utilità? Tu pensa alla salute e apri gli occhi, mi risponde ogni volta. Vedrai che un giorno lo capisci.

 
 
 

CORAGGIO
 

Questa casa è un inferno senza silenzio e senza riposo, in cui le ore tranquille, per scrivere, sono quelle notturne. Tengo il mio quaderno sempre vicino, sul letto vuoto accanto al mio, quello dove un tempo dormiva mio fratello, che ora vive in città e lavora in fabbrica, e qualche volta torna a casa per il fine settimana per un bel pranzo di famiglia, dove ci si rac­conta sempre come va. Qui si parla tutti di partire ma l’unico ad andarsene finora è stato lui. Una volta suonava il piano, gli piaceva cantare. Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro. Ora ha una bella busta paga ed è per nulla più infelice di prima. Vive con poco, mette da parte, e se potrà, dice, un giorno passerà quella valigia a qualcun altro per fare il viaggio che a lui non è riuscito. Se potrà a quel qualcuno gli pagherà pure il biglietto.

 
 
 

AMORE
 

È da un po’ di giorni che, ogni mattina, trovo l’ultimo nato delle mie tartarughe rivoltato in giardino. Pensavo, data la stagione degli amori, che duellasse con gli altri maschi del gruppo, e stavo attento ché non me lo uccidessero. Invece oggi, uscendo, ho scoperto che, fra tutte quelle che ci sono, si è scelto come compagna la più vecchia del gruppo, che è grande quasi il doppio di lui. Ha provato a montarla e non ce l’ha fatta, è caduto all’indietro ed è finito sottosopra. Io l’ho preso e l’ho rigirato. “Senti, ma perché proprio lei? Cioè, ho capito che ti piace ma ragionaci un attimo, è troppo grossa per te! Prenditene una più piccola, alla tua portata!” E lui, piccolo ma testardo, mi fissa nervoso negli occhi e mi dice: “Mi piacciono grosse, perché fanno cic-ciac!” Allora gli ho dato una foglia di lattuga, per consolazione, e gli ho detto: “Lo sai, tu farai strada nella vita!”

 
 
 

SCIOPERI
 

Talvolta i racconti di mio fratello sui comportamenti igienici nell’azienda alimentare in cui lavora sono talmente agghiac­cianti che davvero mi viene voglia di comprarmi un pezzo di terra e qualche animale e ricominciare a produrre da solo il mio cibo. Non è l’unico. Anche il mio vicino e poi un nostro amico comune, che fanno uguale lavoro ma in aziende diver­se, ripetono lo stesso copione con piccole varianti. C’è di tut­to, da chi scatarra nella vasca del latte a chi architetta scherzi coi topi. Protagonisti assoluti dei racconti non sono mai i padroni, che immaginavo capaci di qualsiasi scorrettezza pur di guadagnare, ma gli stessi operai, gente semplice, di cuore, talvolta di buon senso, ma che in quella realtà fatta di turni al nastro trasportatore sembrano imbarbarirsi fino al punto di scordarsi persino di sé, e di chi consumerà i loro prodotti, per dar sfogo alla rabbia e alla frustrazione. Quegli operai, di cui conosco alla perfezione i nomi, pur non avendoli mai incontrati, sono adesso i primi a scendere in piazza, perché il loro posto di lavoro è minacciato dalla crisi e mi chiedono accorati, dallo schermo della tv mentre pranzo, una mano per salvaguardare il loro futuro e il loro diritto a una vita dignitosa.

 
 
 

POSSESSO
 

C’è una ragazza che ha deciso di cancellare ogni parte di sé dalla mia vita.
Così, per eliminare ogni traccia, mi dice di distruggere tutto, ogni poesia o dedica, ogni foto che le ho fatto. Lei stessa ha già provveduto, senza nemmeno informarmi, a regalare in giro i miei regali. Sei troppo legato alle cose, mi dice.
Le dico di no, non voglio distruggere nulla, sono mie crea­zioni. Lei allora mi nega il permesso di usare qualsiasi foto contenga la sua immagine e chiude la conversazione con un grazie. Ma la domanda resta a lungo nell’aria. Di chi è quell’immagine fotografata?
È sua perché la rappresenta? E dunque la foto di una strada o di un gatto o di un mazzo di fiori è proprio della strada o del gatto o dei fiori? E non mia che ho fissato il momento, l’inca­stro perfetto di luce e sentimento?
Quell’immagine è anche mia, penso. Ma spiegarle che per me, nel suo essere perfetta e bidimensionale, la fotografia livella tutto, ogni moto del cuore, ogni storia allo stesso linguaggio, risulta già più complicato.

 
 
 

DUE DONNE
 

Ama una donna. Anzi no, meglio, ama due donne. Sono ami­che. Si assomigliano tanto che a volte, per errore, ne con­fonde il nome, oppure lo fonde in uno solo, nuovo. Può farlo, perché anche nel nome si assomigliano. Per una, sinuosa e sfuggente quanto un’anguilla, ha scritto decine di poesie fra le più belle, ha scritto della sua pienezza e della sua man­canza, soprattutto della mancanza. Con l’altra, infallibile se­gugio, si avventura in lunghe passeggiate per i boschi, alla ricerca di fiumi e corsi d’acqua che permettano il passaggio dell’anguilla. Aspettandola, hanno fatto l’amore a lungo. Un giorno l’ha baciata davanti a una chiesa imbiancata, l’aria in­torno era tutta sospesa e cani e gatti randagi stavano seduti ai loro piedi come testimoni. Sembrava quasi un matrimonio sospeso, anch’esso.

 
 
 

SINTESI
 

Dio è simpatico, ma non troppo di compagnia. Lo frequento da qualche anno. Parla troppo, fuma troppo, si lamenta spes­so, e se può ti scrocca sempre dei favori in cambiò del caffè. Il suo lo beve corretto o, come dice lui scherzando, corrotto. In­somma, non è uno con cui passeresti volentieri troppo tempo, soprattutto a pranzo, e quando ti tocca lo fai e basta, come se fosse una medicina che qualche volta devi prendere, an­che se amara, per la salvezza dell’anima. Lui, che sta sempre da solo, trangugia tutto con le lacrime agli occhi, commosso dalla possibilità che gli si offre, ogni tanto, di un buon pasto in famiglia.
Guardiamo il telegiornale in silenzio, mentre mastichiamo la nostra pasta, e di tanto in tanto lo senti sibilare allo schermo, fra i denti: “Coglioni! Coglioni!” perché fra i pochi suoi pregi, indubbiamente, c’è quello della sintesi.

 
 
 

RIVELAZIONE
 

L’intero condominio si riversò in cortile quando si sparse la voce che un topo, un piccolo affarino dal pelo grigio ma con una coda lunga così, si era arrampicato su un cornicione e scorazzava avanti e indietro per sfuggire ai bambini che lo inseguivano con delle mazze lunghe e sottili, riuscendo tal­volta a toccarlo. La signora del terzo, mentre rientrava a casa con le buste della spesa, a vederlo scoppiò in una serie ordi­nata di piccoli gridi in crescendo, e un tipo del secondo, coi baffi gialli di nicotina e la barba non ancora rasata, si mise a sedere lontano, sui gradini di fronte, e si accese una sigaretta fissando il tutto in silenzio e senza mai intervenire, come fa un vero uomo di mondo. Stefano invece, impietosito, provò a fermarli con la ragione, e quando si accorse che non c’era il modo, salì le scale di corsa a cercare la sua macchina fotogra­fica, così da immortalare il momento, quello in cui ognuno avrebbe rivelato la sua vera natura. Ma non c’era niente da immortalare, nessuna rivelazione. Una creatura del buio, pic­cola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammaz­zarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.

 
 
 

MATTINATA IN OSPEDALE
 
Una pigra mattinata in ospedale
in questo verde surreale che rinfranca
non un grido che turbi non una
emergenza. Attendiamo il nostro turno
per andare: radiologia poi di nuovo
nella stanza – fra i tuoi pari –
per essere smistati ad altro piano
risalire alla piena conoscenza del tuo male.

 
 
 
 

Gli uccelli portano la morte sulle ali
ecco perché piove per bagnarle
e spingerla più in basso. L’hanno messa lì
i cacciatori – proiettata coi loro fucili –
e ora la morte è libera di andare
a caso sui tetti sulle antenne
scivolare giù per le grondaie
affacciarsi sui balconi umidi. A volte
di notte mi sveglio in una crisi d’insonnia
e la morte mi guarda nel buio
dal letto vuoto accanto al mio.
Come ogni donna il suo sapore è salato
sa di lacrime e di fresco bucato
il mio – dice – è leggermente più amaro
né porta con sé niente di buono.

 
 
 

VARIAZIONE

 
Ogni giorno al mio risveglio
ti svuoto la sacca dell’urina
ha il colore del mirtillo
e un retrogusto amaro di vita.

 
 
 
 

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