Recensione di Mario Santagostini al Condominio

SPECIALE PREMIO SAN VITO 2020

Il Condominio S.I.M., Alessandro Canzian (Stampa 2009, 2020)

di Mario Santagostini

Notiamolo subito, perché il dato salta all’occhio e rappresenta una costante sintattica e stilistica, un motivo che si ripete a oltranza: nella silloge di Alessandro Canzian c’è un numero elevato di poesie dove l’attacco viene costantemente affidato a un nome proprio in posizione di soggetto attivo. Di cui si racconta in terza persona. Così, con ricercata e monotona regolarità, cominciano le micro-storie di Alina, Aldo, Silvio… Inoltre: quando quel nome non compare all’inizio del verso, verrà regolarmente recuperato nel corso del testo. Il quale, di fatto, a quel nome gira attorno, e lo sviluppa, e gli attribuisce qualità, gesti. E dunque ogni poesia è un tassello d’un mosaico, l’episodio di una vicenda.
Certo, sono dettagli tecnici che autorizzano a constatare come la costruzione di Condominio S.I.M. è, tra l’altro, anche un riuscito omaggio alla simmetria, e ad apprezzare una scrittura cresciuta in reazione al frammentismo Novecentesco. E che aiuteranno il lettore a storicizzare il poeta.


Ma, forse, quella ricorrenza ostinata, costante e perfino ossessiva per nomi propri regolarmente posizionati è qualcosa di più del segnale d’una raffinata cura artigianale: è il filo conduttore formale che attraversa e raccorda le parti di quello che, pagina dopo pagina, si rivela essere un poema narrativo e polifonico. Dove più figure si alternano e tendono a incrociarsi. Eppure, e qui sta il punto importante o dolente, non partecipano a uno scambio (chiamiamolo così) umanamente virtuoso, non fanno comunità. Dunque, qui non c’è una storia collettiva. E il poema polifonico, a questo punto, rivela il suo amaro paradosso nel mostrare come ogni vita è sconnessa dalle altre. Detta brutalmente: di tante esistenze, nessuna è solidale con nessuna.

La sensazione, allora, è che Canzian inganni con lucida consapevolezza il lettore. Gli procura, attraverso una sorta d’effetto di parallasse, la visione utopica d’un possibile sentire collettivo, d’una vicenda unitaria: in fondo, Condominio, significa alla lettera abitazione condivisa. E gli dimostra, testo alla mano, che tutto ciò non esiste. Insomma: della comunità intravista io potrò afferrarne solo dei frammenti.

Restano i piccoli drammi individuali. Ossia i movimenti centripeti e inevitabilmente autoreferenziali di figure che, forse, hanno tentato o desiderato inserirsi in un disegno globale, di trovare un senso se immessi in una storia che li comprenda e li collochi nel mondo. E che da quella stessa storia sono state respinte. E allora risultano semi-emarginate, stordite da uno stato di solitudine che non è azzardato qualificare come assoluto, irrimediabile. Ed è in questa solitudine dove crescono e si muovono i loro vissuti: impoveriti, azzerati perché inibiti a ogni forma di relazione. Soprattutto: inevitabilmente concentrati su orizzonti minimi che si ripetono giorno dopo giorno. Vite che (purtroppo, viene da dire) esemplificano in apici di cupa quotidianità la propria singolarità, il proprio essere isolato. Figure, dunque, tetre. O fantasmi di una socialità nemmeno perduta: mai arrivata. Al più, sognata. Figure, in ogni caso, nelle cui vicende l’autore-narratore interviene di rado, con qualche stilema ricorrente volto a collocare la situazione nel tempo quali: lo vedevo uscire… O con improvvisi lampi di sapienzialità gnomica. Segnali di realismo, di tensioni all’oggettività. Di una poetica che incontra la prosa narrativa e si mantiene in un ispirato equilibrio tra i generi. E dell’ispirazione di un autore che, forse, ha cercato l’epos e (è un altro paradosso, certo) ha scritto da minimalista.

Mario Santagostini

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