Una recensione al Condominio su Sololibri.net

 

La parola poesia proviene dal verbo greco poiein, fare. Fare il mondo, ma ricreandolo secondo moduli espressivi che ne svelano il cuore interno.
Secondo Pessoa la poesia è una missione, lo scrive nel suo testamento spirituale. Detto da lui, così misterioso nei suoi eteronimi, possiamo credergli e acconsentire a questa presa di posizione. Dunque fare poesia è un’espressione tautologica nella quale il poeta diventa demiurgo, facitore di mondi dell’anima.
Si può dire che Alessandro Canzian abbia assunto su di sé questo compito importante, nell’antichità sacro, nello scrivere Il Condominio S.I.M. (Stampa 2009 p. 103, 2020), con prefazione di Maurizio Cucchi, fresco di stampa.

Che il condominio esista o meno nella nostra realtà tridimensionale ha poca importanza – ma per la cronaca sì, esiste -, importa che le figure umane che lo abitano nella visione dell’autore sappiano dire al lettore il loro unico e prezioso quid. Chi sono e perché sono. Secondo James Joyce la “quiddità”, l’unicità deve essere “radiosità”, ovvero deve splendere, non secondo moduli stereotipati di bellezza, ma per un suo significato, tradotto nella forma adatta.

Ecco alcuni esempi di momenti in cui si staglia e risplende la cosa detta:

“Silvio ha vissuto cinque anni / in Condominio prima di cadere / dalla scala antincendio. Aveva / scordato le chiavi e pensato / bastasse saltare per esserne / salvati. Non sapeva / che ogni passo è una caduta”.

“Giulia è la ragazza che vive / all’ultimo piano del Condominio / e la vedo solo nei giorni / in cui l’ascensore non funziona / – come quando ci si deve / incontrare ma non si riesce -“.

“Di Alina conoscevo già / i capelli lunghi e neri / perché anni prima vivevamo / nello stesso paesino e / mi aveva permesso di sentire / il profumo del suo collo / appena comprato alla Lidl”.

Con pennellate veloci, Canzian tratteggia le linee essenziali di un personaggio divenuto tale, pirandellianamente, nei versi; il personaggio e l’autore si sono felicemente trovati. A ciò egli fa spesso seguire una sua chiosa psicologica, una considerazione illuminante che ben calza al tipo ritratto, ma rappresenta pure, nel contempo, uno status universale, la sua visione del mondo. Incontrarsi infatti non è una faccenda semplice, la solitudine sta sempre in agguato. Anche l’amore è una condizione miracolosa, accade quando accade… cadere accade molto spesso…
A volte la chiosa è amarognola, a volte tenera, sempre compartecipe, intrisa di pietas. Ciò fa del libro un affascinante e malinconico ritratto umano.

Che cosa privilegia il poeta? Momenti di vita che testimoniano la fatica, oppure le speranze.

 

Gabriella Atzori

 

 

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