Grillos – lo scultore della bellezza

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Si è conclusa da alcuni giorni una stupenda mostra di Grillos, scultore che lavora col bronzo secondo la tecnica della cera persa, e che ha portato queste maestose icone della bellezza femminile nella cornice della Provincia di Pordenone dal 10 aprile al 3 maggio. Ci sono capitato per caso, lo ammetto, rimanendo affascinato non tanto dalla magistrale mano di Grillos quanto dalla concettualità che da quella mano emana. Perchè la bellezza femminile è oltre ogni tempo e concezione estetica oggetto privilegiato dell’attenzione umana. C’è un qualcosa di naturale, quasi predestinato, nel corpo femminile. Esso rispecchia l’idea della bellezza. Sia che la guardi un uomo sia che la guardi una donna. Una bellezza priva di indirizzo sessuale perchè idea di sé stessa, e forma di sé stessa. Una bellezza che non è solo lineamento ma più precisamente gesto, movimento, posa del corpo che nella plasticità incontra la sua bellezza. L’idea della sua bellezza.

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Oscar Wilde ha scritto: La Bellezza non può essere interrogata: regna per diritto divino. Il diritto divino della bellezza, o meglio la sua predestinazione, è anche affrontato da un grandissimo filosofo antico, Plotino: Riprendiamo dunque il nostro discorso e diciamo subito che cos’è la bellezza dei corpi. E’ una qualità che diventa sensibile sin dalla prima impressione; attraverso l’intuizione l’anima la percepisce, la riconosce e l’accoglie in sé, plasmandosi in qualche modo su di essa. Quando invece ha l’intuizione di una cosa brutta, l’anima si agita e la rifiuta, respingendola come cosa che non si accorda con lei e che le è estranea. Ora, noi affermiamo che l’anima, per sua natura, è affine all’essenza delle realtà superiori ed è lieta contemplando gli esseri della sua stessa natura, o almeno le loro tracce; attratta dalla loro vista, le rapporta a sé stessa e sale così al ricordo di sé e di ciò che le appartiene. Ebbene, quale somiglianza può esservi tra le cose di quaggiù e quelle superiori? Se c’è somiglianza, deve essere possibile osservarla. Per quanto riguarda la bellezza, qual è la natura delle une e delle altre? La nostra tesi è che le cose sensibili sono belle perché partecipano di un’idea. Infatti, tutto ciò che è destinato a ricevere una forma e un’idea, ma non l’ha ancora, è privo di qualsiasi bellezza ed è estraneo alla ragione divina, perché non partecipa né della sua razionalità né della sua forma: è il brutto in assoluto. Ma brutto è persino tutto ciò che è sé dominato dalla forma e dalla ragione, ma non perfettamente: e questo accade perché la materia non può essere plasmata in modo perfetto secondo un’idea, ricevendo così la forma. Dunque l’idea si avvicina alla materia e pone ordine tra le parti multiple, di cui una cosa è fatta, combinandole insieme. L’idea le riconduce a un tutto ordinato, e crea l’unità accordandole loro, perché essa stessa è una, e l’essere che prende da lei la forma deve dunque essere uno, almeno nei limiti in cui può esserlo una cosa composta da molte parti. La bellezza prende così dimora in questo essere, così ricondotto a unità, ed essa si dà sia a tutte le sue singole parti sia all’insieme. Quando poi la bellezza prende dimora in un essere che è già uno ed omogeneo, allora essa splende interamente: è come se la potenza della natura, procedendo come fa l’uomo attraverso l’arte, donasse la bellezza, nel primo caso, a una casa tutta intera con tutte le sue parti, nel secondo caso a una sola pietra. Così la bellezza del corpo deriva dalla partecipazione alla razionalità che proviene da Dio.

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La poesia ha fatto spesso sua, al pari della religione, la definizione: le cose sensibili sono belle perché partecipano di un’idea. In realtà vi è stato e vi è un pericolo enorme in questo atteggiamento. Perchè se parliamo di religione l’idea diviene ideologia, mentre se si parla di poesia diviene idealizzazione. Religiosamente è ben noto l’orrido aspetto dei demoni, per antonomasia di Lucifero, in quanto l’allontanamento da Dio ha come diretta conseguenza (nell’immaginario religioso) la perdita della bellezza (che è caratteristica di Dio e di chi gli è vicino). Poeticamente invece, prendendo ad esempio casi abbastanza banali (non perchè lo siano in sé ma perchè triti e ritriti) quali lo stilnovismo, la Beatrice dantesca o la Laura petrarchesca (anche se quest’ultima soffre dell’enorme autoreferenzialismo del poeta), si vede subito quanto la bellezza intesa come idealizzazione sia di fatto un allontanamento dalla realtà, dalla persona che porta la bellezza. Fino alle concezioni contemporanee che prediligono il brutto come espressione di una bellezza più concreta, più quotidiana e per questo condivisibile.

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Una bella poesia di Alda Merini, che pure non apprezzo moltissimo come poetessa, dice così: Ho pensato al tuo fascino profondo / cara, piccola luce, così chiara / da parere una mite trasparenza / di vigoroso petalo o una spina / che ancor dritta si leghi alla tua voce. / Tu sei bella di lucida passione / non ancora riflessa / dentro nell’unghia scarna del destino… / Fai tu che questi non eguagli mai / la tua piana bellezza come fiume / che pareggi ogni mitico livello. Come si legge ritornano gli elementi più classici e anche un pò retorici della bellezza. Essa deve essere mite, deve essere trasparenza e petalo, in un certo non nuovissimo paragone coi fiori. E deve essere lucida passione e piana, e soprattutto mitico livello. E tutto ciò non può che dire idealizzazione più che bellezza, distanza più che comprensione. Non per nulla viene preso in causa un mitico livello. Un’altra poesia in questa direzione, di ben altra levatura, è Bella di Pablo Neruda: Bella, / come nella pietra fresca / della sorgente, l’acqua / apre un ampio lampo di schiuma, / così è il sorriso del tuo volto, / bella. / Bella, / dalle fini mani e dai piedi sottili / come un cavallino d’argento, / che cammina, fiore del mondo, / così ti vedo, / bella. / Bella, / con un nido di rame intricato / sulla testa, un nido / color miele cupo / dove il mio cuore arde e riposa, / bella. / Bella, / gli occhi non ti stanno nel volto, / gli occhi non ti stanno nella terra. / Vi son paesi, vi son fiumi / nei tuoi occhi, / io cammino in mezzo ad essi, / essi danno luce al mondo / dove io cammino, / bella. / Bella, / i tuoi seni sono come due pani fatti / di terra cereale e luna d’oro, / bella. / Bella, / la tua cintura / il mio braccio l’ha fatta come un fiume quando / è passato mill’anni per il tuo dolce corpo, / bella. / Bella, / non v’è nulla come i tuoi fianchi; / forse la terra possiede / in qualche luogo occulto / la curva e l’aroma del tuo corpo, / forse in qualche luogo, / bella. / Bella, mia bella, / la tua voce, la pelle, le tue unghie, / bella, mia bella, / il tuo essere, la luce, la tua ombra, / bella, / tutto è mio, bella, / tutto è mio, mia, / quando cammini o riposi, / quando canti o dormi, / quando soffri o sogni, / sempre, / quando sei vicina o lontana, / sempre, / sei mia, mia bella, / sempre.

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La bellezza secondo chi scrive deve essere qualcosa di comprensibile, di concretamente tangibile, anche quando non condivisibile. La bellezza deve essere un filtro di lettura che coglie sulla pelle tutta l’imponenza della sua storia, la fierezza e l’impotenza della sua biografia, anche nelle ferite. Inevitabilmente testimoniando la biografia della sua era. La bellezza deve essere posa e gesto ma senza esaurirsi in questi, anzi traendone linfa per essere. Un essere che però se viene privato dell’intenzione non può trovare il suo compimento. Privato e sociale. Perchè la bellezza può anche essere considerata secondo questa prospettiva: compimento essenziale di una forma e di una sostanza, di un significante e di un significato. Un bellissimo brano di Milan Kundera tratto da La festa dell’insignificanza (Adelphi 2013) dice bene questi concetti e li amplia: Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta. Era affascinato: affascinato e persino turbato: come se il loro potere di seduzione non fosse più concentrato nelle cosce, nelle natiche o nel seno, ma in quel buchetto tondo situato al centro del corpo. La cosa lo fece riflettere: Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle cosce, come descrivere e definire la pecularietà di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: la lunghezza delle cosce è l’immagine metaforica del cammino, lungo e affascinante (per questo le cosce devono essere lunghe), che conduce alla realizzazione erotica; infatti, si disse Alain, anche in pieno coito la lunghezza delle cosce conferisce alla donna la magia romantica dell’inaccessibilità. Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nelle natiche, come descrivere o definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: brutalità; allegria; il cammino più breve verso il traguardo; traguardo tanto più eccitante perchè duplice. Se un uomo (o un’epoca) vede il centro della seduzione femminile nel seno, come descrivere e definire la peculiarità di tale orientamento erotico? Improvvisò una risposta: santificazione della donna; la Vergine Maria che allatta Gesù; il sesso maschile inginocchiato davanti alla nobile missione del sesso femminile. Ma come definire l’erotismo di un uomo (o di un’epoca) che vede la seduzione femminile concentrata al centro del corpo, nell’ombelico?

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Il nostro visitatore del futuro non potrà comunque evitare di fare un’altra curiosa scoperta. Coloro che visitano una mostra d’arte d’avanguardia, che comperano una scultura “incomprensibile”, o che partecipano a un happening, sono vestiti e truccati secondo i canoni della moda, portano jeans o vestiti firmati, si pettinano o si truccano secondo il modello di Bellezza proposto dalle riviste patinate, dal cinema, dalla televisione, e cioè dai mass media. Essi seguono gli ideali di Bellezza proposti dal mondo del consumo commerciale, quello contro cui si è battuta per cinquanta e più anni l’arte delle avanguardie. Come interpretare questa contraddizione? Senza cercare di spiegarla: essa è la contraddizione tipica del XX secolo. A questo punto il visitatore del futuro dovrà cercare di chiedersi quale è stato il modello di Bellezza proposto dai mass media, e scoprirà che il secolo è attraversato da una doppia cesura. La prima è tra modello e modello nel corso dello stesso decennio. Tanto per fare qualche esempio, il cinema propone negli stessi anni il modello della donna fatale impersonato da Greta Garbo o da Rita Hayworth, e quello della “ragazza della porta accanto”, impersonato da Claudette Colbert o da Doris Day. Consegna come eroe del West il massiccio e virilissimo John Wayne e il mansueto e vagamente femmineo Dustin Hoffman. Sono contemporanei Gary Cooper e Fred Astaire, e l’esile Fred danza con il tarchiato Gene Kelly. La moda offre abiti femminili sontuosi come quelli che vediamo sfilare in Roberta, e nel contempo i modelli androgini di Coco Chanel. I mass media sono totalmente democratici, offrono il modello di Bellezza per chi è già fornito di grazia aristocratica dalla natura, e per la proletaria dalle forme opulente; l’agile Delia Scala costituisce modello per chi non può adeguarsi alla “maggiorata fisica” Anita Ekberg, per chi non ha la Bellezza maschia e raffinata di Richard Gere, c’è il fascino esile di Al Pacino e la simpatia proletaria di Robert De Niro. E infine, per chi non può arrivare a possedere la Bellezza di una Maserati, c’è la conveniente Bellezza della Mini Morris. La seconda cesura spacca in due il secolo. Tutto sommato gli ideali di Bellezza a cui si rifanno i mass media dei primi sessant’anni del Novecento, si richiamano alle proposte delle arti “maggiori”. Signore dello schermo come Francesca Bertini o Rina de Liguori sono parenti prossime delle donne languenti di D’Annunzio, le donne che appaiono nelle pubblicità degli anni Venti o Trenta richiamano la Bellezza filiforme del floreale, del Liberty o dell’Art Déco. La pubblicità di vari prodotti risente dell’ispirazione futurista, cubista e poi surrealista. Ispirati dall’Art Nouveau sono i fumetti di Little Nemo, l’urbanistica d’altri mondi che appare in Flash Gordon ricorda le utopie di architetti modernisti come Sant’Elia, e addirittura anticipa le forme dei missili a venire. I fumetti di Dick Tracy esprimono una lenta assuefazione alla stessa pittura d’avanguardia. E in fondo, basta seguire Topolino e Minnie, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, per vedere come il disegno si adegui allo sviluppo della sensibilità estetica dominante. Ma quando da un lato la Pop Art s’impadronisce, a livello di arte sperimentale e di provocazione, delle immagini del mondo del commercio, dell’industria e dei mass media, e dall’altro lato i Beatles rivisitano con grande sapienza anche forme musicali che provengono dalla tradizione, lo spazio tra arte di provocazione e arte di consumo si assottiglia. Non solo, ma se sembra che esistano ancora due livelli tra arte “colta” e arte “popolare”, l’arte colta, in quel clima che è definito post-moderno, offre contemporaneamente nuove sperimentazioni al di là del figurativo e ritorni al figurativo, a rivisitazioni della tradizione. Dal canto proprio i mass media non presentano più alcun modello unificato, alcun ideale unico di Bellezza. Possono ricuperare, anche in una pubblicità destinata a durare una sola settimana, tutte le esperienze dell’avanguardia, e al tempo stesso offrire modelli anni Venti, anni Trenta, anni Quaranta, anni Cinquanta, persino nella riscoperta di forme desuete delle automobili di metà secolo. I mass media ripropongono un’iconografia ottocentesca, il realismo fiabesco, l’opulenza giunonica di Mae West e la grazia anoressica delle ultime indossatrici, la Bellezza nera di Naomi Campbell e quella nordica di Claudia Schiffer, la grazia del tip tap tradizionale di A Chorus Line e le architetture futuristiche e agghiaccianti di Blade Runner, la donna fatale di tante trasmissioni televisive o di tanta pubblicità e la ragazza acqua e sapone alla Julia Roberts o alla Cameron Diaz, Rambo e Platinette, George Clooney dai capelli corti e i neo-cyborg che metallizzano il volto e trasformano i capelli in una foresta di cuspidi colorate, o si radono a zero. Il nostro esploratore del futuro non potrà più individuare l’ideale estetico diffuso dai mass media del XX secolo e oltre. Dovrà arrendersi di fronte all’orgia della tolleranza, al sincretismo totale, all’assoluto e inarrestabile politeismo della Bellezza. Con queste parole si chiude il libro Storia della bellezza di Umberto Eco (Bompiani 2005), che ha il grandissimo pregio di farci capire quanto l’esistenza di un canone di bellezza sia in questi ultimi anni solo un pretesto commerciale, di consumo. Ci sono tantissimi canoni estetici compresenti fino ad arrivare alla negazione degli stessi per mantenerne l’esistenza, o l’idea di esistenza (un pò come hanno fatto Pound ed Eliot con la forma della Poesia).

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Ed è proprio per questo che vedere la mostra di Grillos dà oltre ogni dubbio una gran boccata d’aria all’anima e agli occhi, e non ultimo al cuore. Perchè in Grillos si forma una precisa geografia della bellezza fatta di seni e fianchi, fatta di lineamenti del volto e di labbra che hanno una loro uniformità, una loro coerenza. Che lasciano un segno che potremmo quasi considerare univoco in un tempo di polivalenze e politeismi. Un segno chiaro e preciso, essenziale e non per ultimo erotico. La questione dell’eroticità in Grillos credo varrebbe ben un saggio a parte, e sono certo prima o poi qualcuno penserà ad avventurarsi in queste fessure e morbidezze per trarne la poetica di uno scultore che evidentemente non vuole strappare veli, rompere canoni, ma più delicatamente trovare dei punti di riferimento. Quindi a me non resta che provare a tracciare quella che è stata un’impressione, una sensazione provata nel rapporto con queste opere. Non esiste in Grillos un’ostentazione del sesso ma una sua naturale esistenza che di fronte al fruitore diventa coesistenza, condivisione. La bellezza nuda in Grillos non è una bellezza erotica (con tutto il suo carico di pulsioni sessuali eventualmente derivanti) ma un erotismo che si sveste dell’atto ultimo e diventa immagine, bellezza (anche se a onor del vero esistono opere dello scultore che riportano a un’attrattiva sessuale forte, importante, ma sono eccezioni nella sua produzione). Una cosa anomala nell’immaginario comune dove ogni bellezza femminile è stata fatta diventare una bellezza da calendario con organi sessuali ben in primo piano, ben ammiccanti l’atto sessuale che implicitamente diventa l’obiettivo dell’immagine stessa. Ebbene in Grillos nemmeno un seno ben esposto nella sua florida giovinezza diventa aspirazione sessuale, i fianchi curvi non riescono a stimolare desideri tangibili perchè non sono parte integrante della loro posa, la donna che si sveste non comunica alcuna penetrazione o simulazione ma dice un’intima quotidianità, mai mitologica, mai distante. Grillos ha la capacità di fissare un canone di bellezza laddove ce ne sono molti, e anche se quella bellezza pare una cosa facilmente rintracciabile in altri ambiti della contemporaneità a uno sguardo più attento ci si accorge che invece ha delle caratteristiche ben definite, proprie, come detto poc’anzi univoche. E’ parere di chi scrive che tale capacità, o meglio tale possibilità, nasca da un amore che lo scultore ha per questa precisa forma di bellezza femminile, per questa idea. E’ ipotesi di chi scrive che Grillos stia continuamente disegnando col bronzo un’unica donna, un unico corpo, essenziale e meraviglioso, tanto amato oltre alla sua reale esistenza o inesistenza. Oltre il suo colore, la sua posa, i suoi giorni, i suoi atteggiamenti.

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Un’unica donna che trapela da ogni curva, da ogni fossetta, da ogni costola incisa, da ogni piega delle labbra o del naso. Un’unica donna che allo scrivente tanto ricorda la ragazza di Vinh Long di Marguerite Duras, di cui ho parlato alcuni giorni fa (qui): Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita nell’abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. A creare l’ambiguità dell’immagine è quel cappello. Come fosse capitato in mio possesso l’ho dimenticato. Non vedo chi potrebbe avermelo dato. Credo che me l’abbia comprato mia madre, e su mia richiesta. Unica certezza: è un saldo di saldi. Come spiegare quell’acquisto? Nessuna donna, nessuna ragazza porta cappelli da uomo nella colonia, a quei tempi. Neppure le indigene. Ecco come deve essere successo: io mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell’età, diventare un’altra cosa. Ha smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. È diventato l’opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito.

 
 
 
Qui il sito dello scultore.

(il lettore perdonerà la poca qualità delle foto ma, come detto, sono capitato alla mostra per caso e avevo con me solamente un telefonino anche abbastanza economico – per una migliore visione delle opere e una maggiore comprensione delle stesse si rimanda quindi al sito dello scultore)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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