Una porta sul buio – Seamus Heaney

heaney

L’opera di Seamus Heaney inizia da qui, dalla compassione cosmica e microcellulare: l’anguilla che raggiunge l’euforia nella zona tra acqua e terra, tra origine e insediamento, tra mito e civiltà, è un suo animale, un suo simbolo esemplare. Il pescatore le è pari, può morire affogato, perchè non sa nuotare. L’uomo e l’animale partecipano alla stessa realtà vivente del globo, inclusi nella nebulosa di acqua e terra in cui confliggono e si fondono mito e storia, rito e vita quotidiana.

Con queste parole Roberto Mussapi apre Una porta sul buio di Seamus Heany, edito per la prima volta nel 1969 e ora uscito nuovamente per Guanda (ma in edizione digitale) nel 2014. Un’opera che segna e disegna, come bene dice Mussapi, l’intrecciarsi di uomo e mondo in una consapevolezza che tutto è sacro, pur senza religione, anche la ferocia e il dolore. Un mondo poetico che per il suo calore in qualche modo mi ricorda il Macello di Ferrari, pur con altri toni.

Un poeta che vive, non solo ricorda, il mondo. Lo vive e lo guarda, spesso dai finestrini di un’auto, di un viaggio, sentendosene parte in questa modalità fotografante il tutto, l’orizzonte. Non sottraendosi alla sua parte. Perchè come dice sempre Mussapi: Come per gli africani, qui nulla è brutto, indegno, impoetico, tutto è manifestazione del sacro e nello stesso tempo tutto è materiale, quotidiano, letteralmente incarnato. La poesia di Heaney è scavo sotto la superficie della terra, racconto di una ricerca che nel mondo fossile rivela la vita del passato, i legami tra i vivi e i morti, tra gli antenati e i presenti. La sua discesa agli inferni è, modernamente, discesa paleontologica all’origine della specie e della vita, ma anche, secondo un modulo antico, accesso alla forza radiante degli elementi, al loro nudo magnetismo, al lucore del fango, alla lucentezza della pietra, alla sofficità dell’argilla, allo splendore del buio.

 
 
 
 
 
 
Notturno
 
 
Devi conoscerlo ancora?
Lento battere il fieno,
l’inquieto nitrito.
 
L’orlo di una spugna teso su ogni dente.
Anca opalescente,
muscolo e zoccolo
 
ammucchiati, sotto il tetto.
 
 
 
 
Night-Piece
 
 
Must you know it again?
Dull pounding through hay,
The uneasy whinny.
 
A sponge lip drawn off each separate tooth.
Opalescent haunch,
Muscle and hoof
 
Bundled under the roof.

 
 
 
 
 
 
 
 
Andato
 
 
La schiuma verde che insaponava i due capi
dal morso lucente
è una ragnatela d’erba fossile.
Lo spago sudato del sottopancia
si è irrigidito, freddo nella mano,
e le imbottiture del paraocchi
sporgono gonfie dal traliccio.
Redini, catene e bardature
giacciono in un groviglio.
 
Il suo puzzo caldo è dissolto.
Il luogo è vecchio nella sua muffa.
 
Ha sgomberato in fretta,
vestito soltanto dei suoi zoccoli,
lasciando disfatta questa stalla.
 
 
 
 
Gone
 
 
Green froth that lathered each end
Of the shinning bit
Is a cobweb of grass-dust.
The sweaty twist of the bellyband
Has stiffened, cold in the hand,
And pads of the blinkers
Bulge through the ticking.
Reins, chains and traces
Droop in a tangle.
 
His hot reek is lost.
The place is old in his must.
 
He cleared in a hurry
Clad only in shods
Leaving this stable unmade.

 
 
 
 
 
 
 
 
La penisola
 
 
Quando non hai più niente da dire, guida
per un giorno intorno alla penisola.
Il cielo è alto come su una pista di decollo,
la terra non ha segnali: non c’è arrivo
 
ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.
A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,
il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce
e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,
 
il litorale smaltato e il ceppo controluce,
lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,
gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,
isole galoppanti nella nebbia verso il largo,
 
e guida verso casa, ancora con niente da dire,
tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio
con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,
acqua e terra ai loro estremi.
 
 
 
 
The peninsula
 
 
When you have nothing more to say, just drive
For a day all round the peninsula.
The sky is tall as over a runway,
The land without marks so you will not arrivederci 
But pass through, through always skirting landfall.
Ar dusk, horizons drink down sea and hill,
The ploughed field swallows the whitewashed gable
Abd you’re in the dark again. Now recall
 
The glazed foreshore and silhouetted log.
That rock where breakers shredded into rags,
The leggy birds stilted on their own legs,
islands riding themselves out into the fog
 
And drive back home, still with nothing to say
Except that now you will encode alla landscapes
By this: things founded clean on their own shapes,
Water and ground in their extremity.

 
 
 
 
 
 
 
 
Madre
 
 
Mentre lavoro alla pompa il vento greve
di sputi di pioggia rompe
la corda dell’acqua che sto pompando.
Si riversa fuori come placenta d’aria
a ogni sorso dello stantuffo.
 
Sono stanca di rifornire la scorta.
Ogni sera lavoro a questo manico
mezz’ora per volta, le mucche
s’ingozzano all’abbeveratoio nella stalla.
Prima che l’abbia portato a livello
l’hanno già abbassato.
 
Si sono di nuovo trascinate dentro dal cancello prefabbricato
che lui ha piantato nella staccionata: una spalliera di letto tintinnante
legata con fil di ferro ai pali. E agli sgoccioli.
Non tintinna più per la gioia.
 
Sono stanca di andarmene in giro con questo stantuffo
dentro di me. Dio, si agita come un vitellino
impazzito alla corda.
Distesa o in piedi non si calmeranno mai
queste capriole, questo singulto nel mio pozzo.
 
O quando sarà un cancello per me stessa
questo vento rompa le mie acque
scavandomi la gonna tra le cosce
riempiendo d’aria la mia gola.
 
 
 
 
Mother
 
 
As I work at the pump, the wind heavy
With spits of rain is fraying
The rope of water I’m pumping.
It pays itself out like air’s afterbirth
At each gulp of the plunger.
 
I am tired of the feeding of stock.
Each evening I labour this handle
Half an hour at a time, the cows
Guzzling at bowls in the byre.
Before I have topped up the level
They lower it down.
 
They’ve trailed in again by the ready-made gate
He stuck into the fence: a jingling bedhead
Wired up between posts. It’s on its last legs.
It does not jingle for joy any more.
 
I am tired of walking about with this plunger
Inside me. God, he plays like a young calf
Gone wild on rope.
Lying or standing won’t settle these capers,
This gulp in my well.
 
O when I am a gate for myself
Let such wind fray my waters
As scarfs my skirt through my thighs,
Stuffs air down my throat.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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