Borgo con locanda – Mario Benedetti

Senzanome
 

Che Mario Benedetti sia uno dei più grandi poeti viventi è cosa ormai indiscussa. Ma invece di recensire l’ultimo suo libro ho pensato di tornare un po’ indietro con gli anni, a quegli anni quando Benedetti non lo trovavi in tutte le librerie a marchio Mondadori ma usciva con il marchietto del Circolo culturale di Meduno in una collana chiamata La barca di Babele, in un paesetto minuscolo del Friuli. Un marchietto che poi tanto marchietto non era, avendo come curatore della detta collana Pierluigi Cappello. Certo è da dire che Benedetti non ha cominciato a pubblicare nel 2000 con questo Borgo con locanda, ma aveva già qualche esperienza alle spalle. Ma la poesia è anche affezione, sentimentalismo. Anche verso la carta. È questo libriccino rappresenta per me uno di questi momenti affettivi, cari.

Un libriccino con prefazione di Gian Mario Villalta, che parla di paesaggio e di un come-stare-nel-paesaggio. Un esserci in fondo, e un esserci stati. Con le radici di tutta quella grande poesia che ne è seguita.

Un libro non di origine, ma una tappa. Una bellissima tappa che dal Borgo con locanda ha portato a Tersa morte. E se infatti andiamo a leggere la recensione che Ottavio Rossani fa dell’ultimo libro di questo poeta non possiamo non notare che le medesime parole già potevano essere, forse solo con sfumature diverse, dette e presagite in questo piccolo libello di quattordici anni fa: Le parole sono precise, utili al punto giusto. La rarefazione di alcune situazioni sono subito compensate dal riferimento alle cose vicine, circostanti, agli oggetti, ai volti, alle mosse, ai gesti. Le parole sono l’ossatura del pensiero, non potrebbe essere che così, ma non nascono gratuitamente, escono lentamente dal rapporto tra la mente e il corpo, tra il concetto e la realtà, tra l’immagine e la percezione.

 
 
 
 
 
Borgo con locanda
 
Come in un volo la corriera mi ha dato lo spiazzo con la facciata.
Era bello, i calzoni che cadevano larghi sulle scarpe grosse,
stare in mezzo alle foglie qua e là.
Mattine senza sapere di essere in un posto, dentro una vita
che sta sempre lì, e ha la fabbrica di alluminio, i campi.
Si muove il bancone quando si parla,
le finestre con i vasi, le tende minutamente ricamate.
Fuori i cortili corrono piano, le foglie vanno piano sotto le mucche.
Il cielo gira verso Cividale, gira la bella luce
sulle manine che avevamo, che è stata la vita essere vivi così.
 
 
 
 
Figura vuota
 
I secoli della primavera sono qui intorno.
Noi siamo lì.
Avranno detto:”Questo vento di sera”.
Io sono contento, come una volta.
 
 
 
 
A cena dalla nuova famiglia
 
C’era un tempo come questo, con le nuvole, i bambini come te,
ma diverso, come se ci fossero altre gambe,
non le gambe da staccare e da cambiare che ha il tuo giocattolo
ma delle mani, degli occhi pieni di grondaie.
 
Io sono capitato con le stelle, poco per volta nei giorni di neve.
Come tanto bianco uno può dirlo come si vuole?
Che non è questa la neve, non è questa neve che è grande per noi?
 
E le nuvole, io le guardavo, gli alberi a me piacevano tanto,
i tronchi, il fogliame, mi piaceva che i miei genitori vivessero
con le loro forchette, i piatti che avevamo sul tavolo…
 
 
 
 
a D.

 
Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, o passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.
 
 
 
 
Natale in Carnia
 
Case addossate in un solo zig-zag di muratura
diverso per altezza e forme rifatte sulla pietra.
Qua e là spioventi di un fienile e i sassi a vista.
La gente è di altrove, tranne la banda e qualcuno.
Il bar anche bello, a triangolo sulle due vie.
Un vecchio malandato, con il berretto di fustagno,
il bicchiere e mezza sigaretta, batte la gamba
e un poco il braccio quando ascolta.
Di fronte, di là della statale, un magazzino
a prezzi alti di roba finta di una volta.
Anche i presepi sono venuti a vederli così
quelli che sono andati via subito come me.
 
 
 
 
Unico sogno
 
È tutto preparato. È stato detto tanto,
durante la settimana, sulle cose da mangiare.
Ma uno dorme. Sul lungo tavolo,
uno è malato e dorme, invece di mangiare.
E si può andare dalla finestra, dall’aria della finestra semiaperta fuori
sull’occhio che butta resina. Sembra con due sogni.
In uno è un’altra la nostra vita, nell’altro
quattro dita col pollice a tenere meccanicamente il ramo.
Prenderlo dalle ali, tenerlo sull’asse e con un colpo tagliarlo.
Con i pezzi nel piatto e il rosso sangue da intingolo,
va la brina del cielo per tutto il prato, nella sera buttata dal Signore.
 
 
 
 

Annunci