Innamoramento e amore – Francesco Alberoni

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Innamoramento e amore è uno stupendo stupendo stupendo saggio di Francesco Alberoni uscito nel 1979 per Garzanti. Un saggio particolare e particolarmente poetico, che dice cose ovvie quanto profondissime. Dimostrando quanto sia necessario ricordare sia l’ovvio sia l’impensato. In questo saggio, di cui pubblico solo qualche estratto ma che è da leggere tutto, c’è una definizione che trovo stupefacente: ci sono cose ordinarie e cose straordinarie. L’innamoramento e la sessualità nell’innamoramento è il momento straordinario. La vita quotidiana è il momento ordinario. In questo Alberoni spiega come avere 98 donne insieme non dia alcuna soddisfazione straordinaria perchè resta un momento ordinario, in quanto lo straordinario è necessariamente vincolato alla persona amata. E anzi chi cerca più donne (o uomini) spesso cerca/fugge proprio la persona amata e il momento straordinario che ha perso con lei/lui. Una definizione semplice, ma potentissima. Che Alberoni intelligentemente pone anche su altri piani, ad esempio quello religioso: la liturgia, la ripetizione dell’atto messianico. Il momento messianico è straordinario, il momento cattolico diventa semplice ordinarietà che, attraverso l’istituzione, impoverisce ripetendo quel momento straordinario (l’istituzione teme lo straordinario perchè in esso vige la regola della rottura delle regole, del cambiamento, del superamento del sé nella proiezione di un miglioramento).

Un saggio da leggere e sul quale riflettere a lungo non solo per capire le frustrazioni dei rapporti sentimentali, le loro bellezze e i loro limiti, ma anche per fuggirne i rischi, le noie. Un saggio per capire se stessi, ma anche gli altri. Perchè come benissimo afferma Alberoni l’innamoramento è un processo in tutto e per tutto affine ai grandi processi storici, come ad esempio la Rivoluzione Francese o la nascita del Protestantesimo. E con esse condivide bellezze, potenzialità, finalità ma anche fallimenti, limiti, tragedie.






Innamoramento e amore


Fino ad ora i sociologi, gli psicologi e i filosofi hanno avuto una specie di ripugnanza o di vergogna ad ammettere che vi sia qualcosa di comune, anzi di identico, nei grandi processi storici come l’islam, la rivoluzione francese e quella russa e fenomeni banali, privati, come l’innamoramento. Vi è un orgoglio della grandezza. Essi volevano occuparsi delle cose importanti, significative, delle cose centrali nella vita sociale. E l’innamoramento fra due borghesucci o fra due ragazzotti, la passione fra una maestrina e un giardiniere, fra un signore di mezza età e la sua segretaria parevano a loro talmente misere, talmente squallide, talmente prive di importanza da non fargli venir in mente che le forze in atto fossero le stesse. È successo come nella vecchia biologia. Da un lato avevamo l’uomo, signore del creato e fatto a somiglianza di Dio, poi gli animali superiori, il bellissimo cavallo, il leone e poi, in fondo in fondo, i vermi, le formiche, i molluschi. Eppure oggi sappiamo che, in tutti gli animali, la struttura delle cellule è la stessa, stesse le proteine che le compongono, stesso il DNA, stessa la sinapsi delle cellule nervose. Certo che l’uomo e gli animali superiori sono diversi: sappiamo benissimo distinguere un cavallo da un verme. Ma la diversità deriva dal fatto che, nei primi, i meccanismi biologici, biochimici e genetici di base sono integrati in sistemi estremamente più complessi. Per capire le cose bisogna studiare gli uni e gli altri, i meccanismi comuni e quelli diversi. L’innamoramento è la forma più semplice di movimento collettivo, non può essere confuso con la rivoluzione francese e l’entusiasmo dei primi protestanti. Non è neanche vero che una rivoluzione sia fatta dalla somma di tanti innamoramenti, non più che un cavallo sia fatto dalla somma di tanti vermi, né che sia un verme grandissimo. Sono cose diverse, ma tutte dello stesso regno animale, fondate sugli stessi processi di base.

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Ora se riflettiamo bene sul fatto che noi abbiamo avuto tutti l’esperienza di brevi periodi di sessualità straordinaria e di lunghi periodi ordinari dovremmo concludere che, in realtà, anche nell’uomo la sessualità non è qualcosa di continuo, come il mangiare e il bere. Essa è piuttosto qualcosa che c’è sempre, come gli altri «bisogni» nella sua forma ordinaria, ma che assume una forma ed una intensità totalmente diversa, straordinaria, in certi periodi, i periodi dell’amore. Nell’uomo non vi è un ciclo biologico della sessualità, però anche nell’uomo come negli animali la sessualità è discontinua e si presenta in tutta la sua magnificenza solo nei periodi dell’amore. In questi periodi la sessualità è qualcosa di inesauribile eppure si appaga completamente. Allora noi viviamo per giorni e giorni continuamente abbracciati alla persona amata e non solo non teniamo conto dei «rapporti sessuali» e della loro durata, ma ogni sguardo, ogni contatto, ogni pensiero rivolto all’amato ha un’intensità erotica cento, mille volte superiore a quella di un «rapporto sessuale» ordinario. In questi periodi tutta la nostra vita fisica e sensoriale si dilata, diventa più intensa; noi sentiamo odori che non sentivamo, percepiamo colori, luci che non vediamo abitualmente. Ma si dilata anche la nostra vita intellettuale perchè percepiamo relazioni che prima ci erano opache. Un gesto, uno sguardo, un movimento della persona amata ci parla in profondità, ci dice di lei, del suo passato, di come era bambino o bambina; comprendiamo i suoi sentimenti, i nostri. Negli altri e in noi stessi intuiamo subito ciò che è sinceroe ciò che non lo è perchè siamo diventati sinceri. Eppure sappiamo creare un universo di fantasie in cui non ci stanchiamo mai di ritrovare il nostro amato. E la sessualità strarompente, il desiderio di piacere e di dare piacere investe tutto ciò che è dell’amato; di cui noi amiamo tutto, perfino l’interno del suo corpo, il suo fegato, i suoi polmoni. Il rapporto sessuale allora diventa un desiderio di essere nel corpo dell’altro, un viverci ed un essere vissuto da lui in una fusione che è corporea ma che si prolunga come tenerezza per le debolezze dell’amato, le sue ingenuità, i suoi difetti, le sue imperfezioni. Allora riusciamo ad amare anche una sua ferita, trasfigurata dalla dolcezza.

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Ma le indagini servono anche ad ingannarci. E lo fanno indicandoci la possibilità di aumentare la nostra felicità passando, per esempio, da quattro a dieci rapporti sessuali, magari più lunghi e, cosa soprattutto eccitante, con più persone diverse. Ingannarci perchè, quando operiamo entro la sessualità ordinaria, avere rapporti con la stessa persona o con novantotto persone diverse non cambia nulla. E chi ha provato lo sa, perchè in genere lo ha provarto proprio quando voleva sostituire quell’unica persona che, da sola, avrebbe potuto dargli la totalità e la pace per quegli intervalli di tempo che, soggettivamente, sono momenti di eternità. Noi, abituati a misurare ogni cosa col metro del tempo fisico dell’orologio, dimentichiamo che nella sessualità straordinaria dell’amore il tempo è diverso.

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L’innamoramento tende alla fusione, ma alla fusione di due persone diverse. Perchè ci sia innamoramento occorre che ci sia diversità e l’innamoramento è una volontà, una forza per superare questa diversità che però esiste e deve esistere. La persona amata interessa perchè è diversa, perchè è portatrice di una propria inconfondibile specificità. Questa specificità, questa unicità anzi nell’innamoramento si esaspera. Noi vogliamo essere amati in quanto esseri unici, straordinari, insostituibili, assolutamente noi stessi. Questo non può essere raggiunto nelle organizzazioni dove tutti siamo sostituibili, fungibili. Non può essere raggiunto nella quotidianità della famiglia, perchè qui sì siamo unici ed insostituibili, ma non straordinari; e se unici, non lo siamo esclusivamente per noi stessi in quanto fine. Invece noi desideriamo sentirci fine ultimo. Però non ci basta essere adorati da qualcuno che non ha valore, da qualcuno che è fungibile. Vogliamo essere vissuti come unici, straordinari, indispensabili da chi è unico, straordinario ed indispensabile. Per questo l’innamoramento è monogamico. Perchè è pretesa di esclusività da chi è straordinario ed è riconoscimento di straordinarietà da chi è straordinario, abbandono a colui che è l’unico capace di dare piacere, gioia e vita.

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La verità è che chi vive nella vita quotidiana non può raggiungere quell’intensità spasmodica del desiderio e della volontà che produce la felicità. Per farlo deve rompere la vita quotidiana, attraversare il fiume proibito della trasgressione. E questa non è una cosa che lui possa decidere a piacimento. L’innamoramento «appare» quando sono lentamente maturate le condizioni strutturali; l’innamoramento è un «evento» che ci si impone. Nello stesso modo quando siamo innamorati non possiamo raggiungere e tenere lo stato di tranquillità serena. Il nostro amore non è nelle nostre mani, ci trascende, ci trascina e ci costringe a mutare. Per riuscire a trasformare questa cosa in serenità quotidiana occorre distruggerla. E, ripeto, molte persone, uomini e donne, non hanno pace fino a che non hanno trasformato l’essere splendente del loro amore in qualcosa di controllabile, circoscritto, definito; finchè non lo hanno trasformato in un animale domestico. Il prezzo però è la fine dell’innamoramento e la scomparsa dell’estasi. Ciò che resta a loro è la banalità quotidiana, la tranquilla serenità continuamente interrotta dalla noia, dal rancore, dal «disappunto». Nel quotidiano si desidera quindi lo straordinario, nello straordinario il quotidiano. Nel quotidiano si desidera l’estasi, nello straordinario la tranquillità. Questi due desideri, entrambi irrealizzabili, vengono sommati insieme a costituire quel «vissero felici e contenti» che ha sostituito, nella nostra epoca, il mito dell’elisir dell’eterna giovinezza e quello della pietra filosofale.

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L’innamoramento è una ricerca della propria più profonda autenticità, un cercare di essere se stessi fino in fondo. Questo viene ottenuto grazie all’altra persona, al dialogo con lei, all’incontro in cui ciascuno cerca nell’altro il riconoscimento, l’accettazione, la comprensione, l’approvazione e la redenzione di ciò che è stato ed è realmente. Il rifacimento del passato, di cui abbiamo già parlato, rende questo passato non pericoloso; ciascuno può parlarne e, parlandone, raccontandolo all’altro, se ne libera. Ma per liberarsene, per «essere redento dal passato», deve dire il vero; soltanto «la verità fa liberi». Ciascuno perciò si redime dicendo all’altro totalmente la verità, mostrandosi a se stesso totalmente trasparente nel parlare di sé all’altro. Non vi è nessuna esperienza del genere nella vita quotidiana. Noi possiamo dire la verità a un estraneo, ma il dirla non ci aiuta minimamente perchè egli non ha alcun potere su di noi. Soltanto dicendo la verità a colui che è il dispensatore del bene possiamo essere redenti di ciò che siamo stati e cambiare, cioè essere come dobbiamo essere per realizzare il nostro massimo bene.

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Gli uomini non sono tutti uguali,vi sono fra loro differenze profonde di sensibilità, di intelligenza, di cultura e di creatività. Quando una persona creativa si innamora diventa più creativa, aumenta la sua capacità di arricchire la vita con la produzione dell’immaginario. Essa allora costruisce fantastici labirinti, città incantate e le abita come se fossero reali. Gli artisti, i poeti, gli scienziati, vivono nell’universo immaginario da loro creato e, innamorandosi, tendono a trasportare chi amano in questo loro mondo. Il loro fascino è grande, ma spesso è grande anche la delusione che provocano. La maggior parte delle persone vuole realizzazioni concrete e perciò, di fronte a questa produzione fantastica, ha l’impressione di qualcosa di irreale o addirittura di qualcosa di falso. Ci sono differenze che l’innamoramento non riesce a colmare: il complesso può capire il semplice, ma il semplice non può capire il complesso, gli sembra falsità e follia. Dostoevskij poteva capire la ragazza di cui era innamorato nel suo viaggio in Italia, ma lei non poteva assolutamente capire lui. Leggendo il Werther di Goethe ci si rende conto che fra Werther-Goethe e la semplice Carlotta c’è un abisso. In Virginia Woolf si sente costantemente la solitudine del genio che non può essere compreso.






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