La natura

 

È iniziato il percorso ormai tradizionale, all’interno degli eventi della Samuele Editore, che porterà l’8 aprile al Festival della Letteratura Verde presso Villa Correr Dolfin a Porcia. Un momento ricchissimo di incontri e ospiti. Tra questi Tiziano Fratus, Gian Mario Villalta, Ivan Crico, Livio Sossi, Sandro Pecchiari, Fulvio Segato, Ilaria Boffa, Monica Guerra, i ragazzi del Liceo Leopardi Maiorana. E di Editori: Saecula Editore, Daniele Marson Editore, Vita Activa, Media Naonis, Alba Edizioni, Kellerman Editore, Bottega Errante, Libreria Editrice Odos, Libreria Quo Vadis, Boheme Editore.

Oltre agli eventi sarà possibile prenotarsi, da lunedì 19 marzo, per pranzare assieme ad alcuni dei succitati autori attraverso il sito della Samuele Editore. Un evento il Festival della Letteratura Verde che nasce dall’esperienza di tre anni fa di Verdarti (rimbalzato nella stampa nazionale italiana, statunitense, indiana, francese) e dall’esperienza ormai pluriennale della manifestazione Orti in Villa della ProPorcia (che l’anno scorso ha contato 4 mila presenze).

Nell’evento Facebook è partita la proposta di pubblicare le proprie poesie o riflessioni sulla natura che domenica 8 aprile verranno scelte, stampate e omaggiate al pubblico del Festival. Un modo per essere ancora più insieme all’insegna del verso e del racconto della natura. Verranno inoltre fotografate le persone con le poesie e le riflessioni e poi condivise sui tradizionali canali social della ProPorcia e della Samuele Editore.

Nel frattempo colleziono in questo articolo, che aggiornerò settimanalmente fino alla domenica del Festival, le poesie che saranno inserite nell’evento. Poesie che devono riguardare la natura nel suo significato più ampio, forse più umano.

Ma cos’è la natura? Personalmente penso sia un qualcosa da cui veniamo e al quale non siamo più capaci di fare ritorno. Io lavoro con la poesia, per cui il mio presupposto e la mia prospettiva riguardano questo ambito.

L’uomo oggi non ricorda più cos’è realmente, quali sono le sue reali ragioni, reazioni, sentimenti. La sovrastruttura della società e della cultura lo rendono abissalmente lontano dalla propria natura e questo nel tempo ha provocato l’invenzione di Dio, di una religione capace di diminuire tale distanza e capace di soddisfare l’innato bisogno di una serie di regole.

Dico inventato perché ormai credo sia incontestabile il fallimento della religione, delle religioni. Ciò che avrebbe dovuto essere un avvicinamento all’uomo è diventato una sua ulteriore distanza, una sofferenza a lungo andare priva di motivo. Di sostanza. Con questo non intendo negare l’esistenza di Dio, anzi penso che se esiste deve essere una componente essenziale della natura in quanto è Esso stesso natura. Penso solo che non abbiamo più strumenti per conoscerlo e di conseguenza per conoscerci.

La domanda fondamentale che ci facciamo quando diciamo cos’è la natura riguarda noi più di quanto vogliamo credere. E credo che abbia per sinonimo un cosa siamo noi?

Detto questo ecco le poesie che arrivano nell’evento e che, come ho detto, aggiornerò settimanalmente fino all’8 aprile. Buona lettura.

 
  
  
 
 

La
natura
è tornata a far
parte dell’eredità cardiaca
dell’umano. Ancora non lo ha
abbandonato del tutto. Radici, foglie,
semi, ombre, nidi e canti fra le fronde. E un
passo che si avvicina. La mano di un uomo si
abbassa e sfiora l’acqua
gelida di un torrente. Ma non è la mano, è
la sua mente. È il pensiero che vaga in
questo mondo fuori dal mondo.
Egli è quel che il bosco
non pensa

 
Tiziano Fratus
  
 

 
 

Come ramo lacerato dal vento
hai una ferita esposta
Semmai un giorno si saldasse
avresti una parte più dura.
Bisognerebbe tagliarlo lo sai,
perché ramifichi ancora
ma il taglio non è la cura
 
Maria Milena Priviero
 
 

 
 

Non è che un ramo lacerato dal vento
il male che ci facciamo, lo scontro
del melo alla terra che non vuole.
Un viaggio. Uno schianto. Non frangere
due volte nello stesso schermo
il piatto della vita, il bicchiere
di vino non bevuto. Un gatto
riposa ancora sull’asfalto
perché sa che sotto, sotto ogni pelle
o gamba, sotto ogni sorriso
o capello esiste ancora il seme
capace di spezzare, l’inverno, l’orrore.
 
Alessandro Canzian
 
 

 
 
Le foglie lasciano scheletri
sottili tra la terra e i respiri
dei tronchi che fanno le pance
più grosse succhiando da sotto la crosta.
In alto rimane quel vuoto ricamo
che il ramo fa con la sera
filando un intreccio col buio
una bava di luna più chiara.
 
Michele Paoletti
 
 
 
 
C’è poesia negli occhi urbani
appesi al cielo steso
Ce n’è nel distinguere le lacrime 
dal sudore nei molluschi bivalvi
Cola sulle porte antipanico
bloccate da incubi scaduti
Fiumi di poesia sul gatto
asfaltato lungo la Statale 
C’è poesia nel costruire 
se è umano è già crollato
 
Matteo Piergigli
 
 
 
 
un tempo l’uomo intendeva il respiro
della ginestra
la fragilità originaria
contatto leggero con la terra
il segreto innocente
 
del sussurro dell’iris
dopo secoli di rumore prepotente
per le strade
stanze di cemento bianchissimo
un’ordinata
mortificazione
 
la recrudescenza ostinata 
di quella parola
nel silenzio della metropoli
che sovrasta
 
i fiori troppo limpidi
non parlano a voce bassa
tra gli ordinati salici
non basta più ascoltare
 
è inutile chiamarli
risponde il tuo riflesso
soffocati in un feretro
di galaverna e poliuretano
quei fiori sono 
morti
 
Mario Famularo
 
 
 
 
all’orto botanico
 
mi piace guardare
morire, spuntare,
e tempo dopo, rinata
adoro imparare da te
che ogni spina ha un nome
e un posto dove stare,
mentre la tua risata,
divagazione di un attimo,
attraversa l’aria d’eucalipti
fino alla punta dei capelli
della palma di Goethe,
intatta come l’autunno.
Adoro il disappunto breve
sui lucchetti chiusi in serra,
e andare via senza neanche
sfiorare l’orchidea.
La passiflora invece cresce
e non ricorda quanto,
solo passione che sfugge
ai vetri e li infrange lenta,
violenta, pensandosi già a casa,
dal piano superiore al tetto,
e nelle aiuole sfilate e antiche
dove aspetto da un momento
all’altro di rivedere Linneo,
senza per altro
incontrarlo mai.
 
Flavio Almerighi
 
 
 
 
La natura ama nascondersi
(Eraclito)
 
Difficili sono da riconoscere i segni
Poiché occulta è l’ Origine
La Natura ama nascondersi
Poiché è solo nascostamente
Che genera
 
Ciò che fa apparire
Tende a far sparire
Ciò che fa nascere
Porta a far morire
La forma si cancella
Ciò che diviene
Tende a scomparire
 
Ogni forma
Perde la sostanza
Ogni traccia
Perde il segno
Ogni riconoscimento
Si dimentica
 
Ogni evento è un pesce
Che attraverso l’acqua trasparente
Nuota quasi invisibile
Se non fosse per l’ombra che proietta
Sul fondo
 
Da questo comprendiamo
Come l’Oscuro
Come l’Ombra
Riveli
Quando cerca di nascondere
 
Lucia Guidorizzi
 
 
 
 
Tradescanzia (La miseria)
 
Scappa da un quadrato di tufo
la ricca miseria.
Intangibile è il senso della polvere,
l’usura di mura antiche che rimangono.
 
Ignora la mancanza d’acqua
il viola che si getta sopra il giallo
di una festa rimandata.
 
Strisceranno come serpenti
i fiori rosa della tradescanzia
quando verrà maggio noumeno
 
Immanente è il respiro
quando le certezze delle ombre
passeggiano nel verde
 
Esplicita la luce
di questa ricca metafora
nascosta dentro il nome
 
E non ti serve nulla
per ricominciare a germogliare.
Uno stacco di foglia,
e poi, cadere.
 
Raffaela Ruju
 
 
 
 
Come abeti
 
Ho imparato da loro
il tempo silenzioso dell’attesa,
ho avuto anch’io braccia piegate
dall’impietoso vento di dicembre.
Ho pianto come loro
pioggia d’aghi orfani a terra
in notti di gelate senza luna.
Immutabile a rassicurarli
la certezza d’altre stagioni a venire,
la fine e il principio
nel susseguirsi d’ombra e luce.
Io come loro attendo
ma non so più dire chi, né cosa.
 
Annalisa Rodeghiero
 
 
 
 
È l’ora
che precede la veglia
mentre mi sfilo
dal nerobuio del tunnel
e d’un tratto
si fa natura d’intorno
tra gli schizzi la luce
e i gomitoli del sonno.
Inspiro intero
un dipano inviolato
tra i rami di senso
trame in divenire
saliscendi scoscesi
oasi i silenzi
i miei semi le parole.
Inspiro intero
Quell’indifferente sostrato
che ci ama
anche quando ci odia.
 
Monica Guerra
 
 
 
 
la manica rigata tra i fari d’eliporto
riprende vita, bianca e rossa
un retino da farfalle che cattura
ingoia i pini blindati di corteccia
 
un sudore di resina pronto alla battaglia
 
le torri d’ospedale sono orchi
di cemento di mille occhi, armate
 
la vita da ora si misura in meno
parole da scambiare
 
saranno bottino
dopo
 
Sandro Pecchiari
 
 
 
 
Foglie
 
C’è un albero esposto
alla quinta stagione
e per il tuo andartene si stacca
un’ennesima foglia.
Schiarivamo le sere
con lampi d’ironia
luminosi e confortanti
come un fuoco di bivacco.
Ma la quinta stagione preme:
primavera evirata di fiori,
ha già fatto l’estimo
dell’albero e del campo.
Ed è giusto così, e io
sono triste.
Vai, vai anche tu
come le foglie vanno.
 
Gabriele Borgna
 
 
 
 
campagna brulla com’è la campagna d’autunno
dal treno sfilano campi bruciati stoppie
inaridite terra nera divelta
tra Torino e Genova sulla pianura
un largo luogo si consuma:
cime di platani olmi
qualche bosco di betulla
solitarie cascine si levano in mezzo ai campi
già pronti per le sementi
e sotto un cielo grigio che appiattisce i confini
si snocciolano i soliti colori dell’autunno:
bruni rosso cupi verdi scuro
con qualche tratto ocra e giallo spento
 
dicono i colori dell’anima
se l’anima è in tormento
non so dire il confronto
e non mi è chiaro il muto legame
della terra
 
crescono i fili si dipanano
allargandosi in molte differenti direzioni
ora tenaci ora più lievi e fragili
e sospesi
se scavi un fosso trovi spesso vermi
se la terra è grassa
e mota e umido e radici
e tutto è mescolato nel profondo
e passa da forma a forma
da natura a natura
con la contiguità dell’onda
e il rosso della vite avvampa
ma subito si smorza nel verde scuro
dei pampini residui
arriva al bruno del viticchio
storto al nero della terra dolce
 
se ancora cerco un confronto con la vita
dovrei pensare a questa grata
che imbriglia sassi terra erbe anche radici
lungo i fianchi scoscesi della scarpata
che chiude lato a lato questa ferrovia
 
Gabriella Musetti
 
 
 
 
temporale
 
tutta quest’acqua che cola
che sprilla dalle gronde rotte
sgorga dagli sbrecci delle mura,
col suo gorgogliare di torrente
lo sciaguattare fra sponde di fiume
con le canne piegate sulle rive.
La voglio mettere nei barili
nelle bottiglie e catini di latta
raccolta nelle tazze con l’orlo scheggiato
e nella scodella del latte
nascosta nell’angolo in fondo della credenza.
Quest’inverno nel gelo diventerà
lastre lucide, si potrà scivolare
come sul ghiaccio, si potranno lisciare
come specchi e ci vedremo ridere riflessi,
si potrà vedere dipinte le anatre che
se ne vanno, si potrà lanciare le cose
che adesso ci piegano e oscurano
e slitteranno lontano, dove il mare le aspetta
e affonderanno col loro gran peso,
si potrà aspettare seduti che il sole
le riscaldi e avremo il sentire della primavera,
e allora potremo così passare la vita,
da un temporale ad un inverno,
e potremo anche…
 
Fulvio Segato
 
 
 
 
Sbuffi di vento
 
un bianco giglio
rincorre il mattino
un cinguettio
sopra un’iris nera
un paio d’ali
confondono le fronde
le rose rosa
non anelano l’ombra
sbuffi di vento
con il dente di leone
gioca sincero
un timido bimbetto
sul verde prato
di questa fanciullezza
la margherita e
la povera bellezza
d’una violetta
 
Mauro Basso
 
 
 
 
Il torrente
 

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Jorge Luis Borges

 
Lo scroscio del torrente che sferza rapido
le rocce dei colli sopra Cisòn di Valmarino
trascina e involve nella spuma del suo flutto
sassi e legni, foglie e gamberi di fiume.
Dice bene quest’acqua spietata del tempo
e della vita, dei dolci giochi
degli occhi e delle mani
il breve mulinello e l’estinzione.
Racconta giusto come ogni nostra cara cosa
vada via o – hai visto? – se n’è già andata
nel mucchio dei detriti a valle.
E non regala alcuna spiegazione.
 
Ti insegna quest’acqua forte di montagna
che gorgoglia nella strozza delle pietre
e dirupa per il pendio scosceso
che ogni umano movimento ha una sua sorte,
un tempo ed un dissolvimento.
In quest’arco esatto di compasso – che tu dici breve –
vive la curva dell’onda fragorosa,
altra segue, più forte o blandamente,
ma il numero è finito e se t’impaura
il fondo del vino nel bicchiere
ormai quasi svuotato
nulla sente il torrente
né chi dalle colline lo getta alla pianura.
 
Francesco Sassetto
 
 
 
 
Nel sentiero degli alberi perenni
il tempo si ostina a non dare traccia
di sé, come scoiattolo a cui piaccia
il silenzio che rimesta gli insonni.
 
Presto al mattino, quando legittimo
sembra ogni desiderio, lo si scorge
sul sedile di granito che sorge
dalle foglie e dalle edere, l’ultimo
 
dei troni e lascito delle corti
rinate. Ancora sussurrano i liuti,
ancora le erbe domate negli orti
 
non vogliono passare per rifiuti.
Fanno intendere d’essersi destate
le vegete macerie calpestate.
 
Federico Rossignoli
 
 
 
 
Sempreverdi
 
Centellinavo il piacere della campagna
per farlo apparire quasi eterno:
 
affondare le dita nell’humus nero,
piantare erbe e alberelli freschi di brina,
alternare i colori ai fianchi dei viottoli
con l’alba dei limoni e i tramonti delle arance,
inseguire rivoli d’acqua
e condurli in conche dove la rana si specchia.
 
E poi nei tardi pomeriggi stupirsi,
riposando lo sguardo su chiazze dorate
che il sole in declino lasciava impigliate
tra stoppie di trebbiate colline.
 
Ma, ahimè, come alti e dritti
siete oggi diventati, alberelli miei,
che la vecchiaia curva vi striscia quasi ai piedi.
Come te, cedrus di Atlante,
figlio della mia zappa e della mia terra,
che altissimo e giovane a cinquant’anni
giochi ancora con gli stormi dell’aria.
 
Questa carne però non ha rinascenze,
e vedo la mente trascinata a morire
tra una natura immobile che a lungo
conserva ad altri una vita indolente.
 
E io che non ho radici, né linfa,
né un Dio che parlando m’accompagni nei cieli,
io vorrei tagliare l’irrisione del tuo tronco,
ma tu, o mio cedrus,
figlio delle mie mani e della mia terra,
tu mi dici che pure di notte
giochi con le stelle,
che solletichi con la cima altissima
le ciglia della luna
e che un’allodola all’alba
vi canta l’inno alla Natura.
 
Filippo Passeo
 
 
 
 
Natura. Ciò che sta per nascere
 
Ho incontrato uomini di un villaggio nascosto
uomini dallo sguardo primitivo
dalle movenze primordiali, dal riflesso tardivo
che sanno del bosco cose che io non conosco
 
che siedono per ore sul muschio
a cinguettare come uccelli, a interpretare la natura.
Si posano farfalle sui loro occhi. Alberi, foglie li abbracciano.
Il loro sguardo non è temuto dai pesci.
 
I loro aculei non hanno lenza, non hanno ami.
Le radici sono i loro piedi che si nutrono delle storie di ieri.
Le loro spoglie asciugate dal vento sono attaccate al presente
alla pietra che è sorretta dal mondo e non dal cemento.
 
Massimo D’Arcangelo
 
 
 
 
Arance
 
Al primo cenno di freddo
durato solo un attimo a novembre
impazienti come guance di fanciulle
che già indagano nei sogni le speranze,
accese ai rami pullulano gocce
via via più fitte quanto sole son cresciute
poi che nessuna mano d’uomo le ha recise
o la canicola più dura di un agosto.
Piccole stille a grappoli socchiuse
dalle foglie più verdi e dalle chiare,
qualcuno le corrà con mano scaltra
per un magro guadagno
quasi fossero primizie saporite
delle secche frasche d’alberi e abbandoni.
 
Io le vedevo un tempo coccolate:
erano i giorni della giovinezza
su per il monte che mi intimoriva,
dove alti disegni erano in cielo le stelle
ad agosto trapunte alla notte
già fresca di pigre cicale.
 
Verdi e petrigne sui rami flessibili
spaccavano a volte la scorza sottile
per troppa bevanda, per attrito di fronde:
mio padre diceva che fossero ancora vissute
sarebbero state più dolci del miele,
poiché il frutto difende col miele
le ferite che danno l’amaro
come un cuore che rende al destino crudele l’amore.
 
Mio padre ne diede i suoi giorni migliori:
fredde albe d’inverno
nel vento che taglia le labbra,
calde estati affannose ove dura fatica
la zappa a cercare di svellere zolle alla saja
ed il sangue si aggruma alle reni,
ore d’ansia per notti di grandine, gelo, predoni.
E ne diede di sangue da tingere
la sua polpa rossa quel maggio
che schiude le rose alla vita e anche lui.
 
Ora vedo quell’oro dei rami
quasi pallido fatto dal freddo gennaio
come mani che spremono ghiacce rugiade
e le pongono dentro i canestri:
ricordi d’olio motore bruciato, di olive
annerite da cenere svelta a volare
sul pane, sulle salsicce che gli uomini cuociono presto
e i più scaltri le mangiano crude, all’alba
con crude cipolle e del vino.
Ricordo che ero bambino e mi misi al piccone
per rompere terra grigia e arcigna
e appianare un solco che sempre s’apriva
dinanzi a un orto, in discesa:
ne venne ad un colpo più forte terra alla giovane bocca
e sputando ne seppi l’aroma straniero e potente.
 
Ora fatto di terra mio padre a una terra non sua,
quelle arance di cui prendo il succo
mi sanno slavate fragranze d’inganno,
mani d’altri e non sue,
subitanea e soffusa memoria
di noi delle piante del tempo
che viene e che va e tutto coglie
e mi tolse di lui la figura.
 
Tommaso Cimino
 
 
 
 
Sull’argine
 
Una violetta bagnata
colta ieri di prima mattina
in una breve pausa dalla pioggia
sull’argine di fronte a casa mia
mentre il sole del tutto sparito
somigliava a quei caratteri
che si leggono di sfuggita
sul colophon di un libro
 
Ormai da qualche tempo
c’è tanta gente affaccendata
attività redditizia e assai lucrosa
incurante del freddo e dell’inverno
adesso sul torrente fa faville
il nuovo supermarket della droga
 
Sembrano lontani quei giorni
in cui si passeggiava sulla riva
buttando ogni tanto qualche sasso
cercando la pace della natura
e d’estate un po’ di refrigerio
lontano dall’asfalto e dal cemento
 
Pare così strano adesso
stare ancora a raccogliere le viole
le stesse che raccoglievi tu
 
qui l’aria è sempre meno pura
il cielo che ti guarda di traverso
capendo che è solo un’illusione
cercare nella speranza del momento
un tempo che non tornerà mai più.
 
Marco Maggi
 
 
 
 
Inganno
 
Un’aria zuccherina si è distesa
stamattina sul giorno e le sue facce.
 
Aggrappati alle loro radici,
deboli fili d’erba si sgranchiscono
dentro grumi di verde, puliti
da una boccata di luce.
 
A piccoli gruppetti
i suonatori di primule
danno il la ai loro cori,
tra le prime ronzanti ballerine.
 
(Ma il tuo sguardo, smussato dalla fatica dei gesti
come un calco di giorni, ogni giorno più uguali,
avrebbe capito.
Tu, che sapevi la forma di ogni stagione,
intagliata da sempre – dicevi –
nel canto degli stormi,
tu, che hai accudito tra i polsi e le dita
la parola scandita dalla terra,
adesso giaci ai bordi del silenzio,
nell’eco di un sapere calpestato).
 
Ma il cielo, attorcigliato nel gomitolo
della notte, ha svelato il suo inganno.
E si getta a grattare ogni cosa
in uno scroscio che non ha rifugio.
E a sentirlo bene, mentre spacca il silenzio,
sembra quasi una risata,
rivolta a quegli occhi distratti,
intorpiditi da un attimo di gioia.
 
Enrico Giacomini
 
 
 
 
Tra i singulti di un rosso
e di un bruno alternarsi
le chiome schernite
dagli schiaffi di bora
piangono foglie
-come figli, i tuoi
caduti in guerra-
 
prominenze di linfa
dai stemperati cinabri
cedono vita
al carsico suolo
sul corpo impietrito
 
forte è il riverbero
riflesso dal vento.
Poliedriche luci
curvano gli angoli
di un tempo
scolpito sul marmo
 
dai custoditi sepolcri
scoperchiano memorie
-hai frapposto tumuli
in terra, di mezzo
a te e il mondo-
appendici
di pudende radici
sterpate nel vespro
 
nel rigore
boreale di una sera.
 
Valentina Premerl
 
 
 
 
Il seme
 
Vive il suo germinare nel suolo,
affonda le radici e cerca la fonte.
Si aggrappa al seno della terra
e ne succhia il latte e il miele.
Nel germogliare delle gemme è
il silenzioso vagito, affrettati e
vivi la tua Primavera, prima che
il tronco pianga la sua ombra e
la corteccia mostri i solchi amari.
 
Mina Campaner
 
 
 
 
Ti lascerò parlare musica
 
Ti lascerò parlare musica
a tarda sera
dopo il sfaccendario
della routine ordinaria
in cui nulla era in armonia
la tua armonia
la stessa che cerco nelle parole.
Ti lascerò parlare musica
e di te mi nutriró
e forse domani
saprò scrivere
un gesto migliore.
 
Valentina Carinato
 
 
 
 
Natura morta
 
Le curve forme morbide
dei sassi levigati.
I legni bianchi
che implorano il cielo.
Le filigrane
delle foglie fantasma.
Frammenti aguzzi di conchiglia
si confondono tra i ciottoli.
Natura morta marina…
Ma
non potrà mai morire
il mare.
 
Loretta Tartufoli
 
 
 
 
Aiutami ad assordare di vita
questo silenzio,
che come la nebbia di novembre
avvolge il calore dei volti,
arrossa gli occhi umidi e barcollanti,
raggela le membra incerte,
che camminare è credere
di mantenere un calore
che – anche se sfuggente – dica
che l’inverno di te
può solo tentare inconsistenti
minacce al tuo sorriso.
 
Raccogli insieme a me dai nostri occhi
queste lacrime inutili
e poi gettale lontano
nel mare grigio dell’esistere,
affinché io riesca
ad ingannare ancora una volta i sensi
promettendo loro
che un raggio di sole, quando sarà,
possa insinuarsi caldo
nelle gelide crepe del nostro cuore.
 
Per quanto inospitali appaiano
le coordinate del tuo vivere,
non dirmi mai
con un tremito smarrito e ad occhi bassi
che la vita ti pesa:
sembrerebbe che tu
ti sia spogliata del ricordo
del calore di noi
strappato al tempo
che ogni cosa raggela nel buio
della sua corsa inesorabile.
 
Paolo Badalotti
 
 
 
 
La vera bellezza degli occhi
non sta nel loro colore
ma nella luce che emanano.
 
Il colore in sé è solo la superficie.
Invece la luce viene direttamente dal profondo.
 
E svela, sprigionandola,
l’anima.
 
Davide Baratto
 
 
 
 
Verande d’azzurro
 
I
 
Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza
prima di entrare nella moschea delle bocche.
 
 
II
 
I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine
indossano pastrani di luce.
 
 
III
 
Un gregge di bagliori
alle pendici dei versi
nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…
 
Canicola di gioia, tanfo d’allegria
negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità
negli acuti del sole
e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…
 
 
IV
 
Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…
Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno
intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi
festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.
Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…
 
 
V
 
Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.
 
Dal lievito nullo di rocce azzime,
paesini salgono
pioli di luce.
 
Pietro Pancamo
 
 
 
 
Poema en verde
 
De verde pradera se viste mi amor;
para darte un beso y un suspiro en flor.
En verde esperanza mi amor permanece,
estrenando sueños desde que amanece.
 
El verde del mar con sus caracolas
me trae tu recuerdo, en sus suaves olas.
Y en este verdor del paisaje hodierno,
quisiera tenerte, en abrazo tierno.
 
Son tus lindos ojos un par de esmeraldas,
que cuando me miran, mi pasión se escalda.
Quisiera tenerte juntito a mi pecho
y que el verde pasto fuera nuestro lecho.
 
Silvia Valdés
(Guadalajara, México)
 
 
 
 
… e non sono triste, non sono
nemmeno triste, esiste
la rosa tuttavia, esiste
il papavero che pur non resiste
ma ritorna ed insiste
tuttavia, sulla via dell’estate
e della stagione che non ritorna…
 
Maria Luisa Bigai
 
 
 
 
L’orto dei morti (queste cose semplici)
 

“E tu che se’ costì, anima viva, \ pàrtiti da cotesti che son morti.” (Dante – Inferno III, 88-89)

 
Pàrtiti da costì, senza partiti
scompartimenta il tempo su spartiti
misti d’aria e di terra: è questa l’arte
rimasta – in rime storte, quasi morte;
 
l’ontano va lontano e le sue foglie
figliano fiori ai rami, mentre remore
remano canti invisibili e santi,
e tutto intorno antenne vegetàbili
diffondono segnali alle radici
e al vento che le porta dove sa(nno) –
che traffici, più facili ai felici:
 
sì, qui c’è questo centro s-concertante
di cose imprevedibili e presenti –
tranne il cemento, quello è nella mente
che poi lo sbenna fuori, tira in giro
colate di lamenti e colpe tante;
 
tu tenta l’ora, e gli spazi, e gli eventi –
s(tr)àziati, col tuo niente, di portenti
e attenta l’estinzione col silenzio…
 
(22/09/2016)
 
Ulisse Fiolo
 
 
 
 
Il cuore del poeta
 
Cent’ettari di zolle rivoltate
un’eco di casa lontana
e un carrubo al centro, solo
coi rami tra le nuvole:
unico scialo del coltivatore.
 
Paola Puzzo Sagrado
 
 
 
 
La Quercia
 
Una lunga ciminiera
pulsa
sul cuore di una quercia
verde
 
Quercia del mio Orizzonte
 
Quercia Madre
 
Quercia che concepisci
il vento
nel tuo procedere
d’ ombra e voli;
le tue radici
hanno intenzioni
e racconti di saggezza.
 
Quercia, piccola Figlia,
 
la chioma di sale
si meraviglia,
e un poco cede
ai miei giovani giorni
 
Quercia spalancata al Cielo,
guizza il tuo cuore
verde,
canta ai piedi
di una ciminiera.
 
Nel punto più alto
dei miei sogni,
tengo il tuo giorno
splendido,
tengo il più celeste
dei tuoi pensieri
 
Vittorina Sarzi
 
 
 
 
l’albero e la mela
 
l’albero eri tu (credevo)
la mela rossa, legata con un filo
appesa ad aspettare i morsi
solo un desiderio da sfiorare
le mani bloccate, pergioco sparite
 
nella Notte in cui – tutto può accadere –
 
vicine le bocche, nel sorriso e nel – taglio –
ma una scorza già dura per spaccarsi alla vita
in fondo non è stato troppo
recidere luci d’affetto candito
gingilli e – casette – protese dai rami
 
di polpa in corteccia hai scoccato la spina
che importa, mi nutro di chioma, la fingo per fede
di un pallido muschio, il solo attecchito, moncone insoluto
distacco congiunto in punta di stella o – bagliore di lancia –
 
“il sangue gronda a nord sotto i cartoni, e la mia solitudine”
 
(da Oltreverso, 2012)
 
Doris Emilia Bragagnini
 
 
 
 
La decadenza del bosco passa
con la cesta a livellare i rami.
È di moda radere al suolo qualunque forma.
Dell’albero resta un tronco
mozzato un pezzo di cuore
inciso sulla corteccia.
Sulla sabbia sarebbe rimasto almeno
un segno un alito di marea
uno sguardo assorto di gabbiano.
Un tronco avvolto tra le reti
ha la forma di un uccello in volo.
 
Giorgia Vecchies
 
 
 
 
-Estate in città-
 
-Ammazza che caldo che fa!
-Quegli animali che escono con il caldo come si chiamano?
-Forse grilli parlanti?
-No, quelli dal canto notturno, quelli che non lavorano e deridono le formiche salvo poi chiederle di essere salvati.
-ah, ho capito, le cicale!
– Esatto! Basta un po’ di immaginazione, chiudere gli occhi e in queste notti d’estate in città, ti proietti in Croazia, al mare sotto ad un pino, ascolti il cicaleccio… e fa un po’ meno caldo!
 
Francesca Feletto
 
 
 
 
Los conocí el pasado año.
Ella sedaba la negra melena
de mujer de aire
con el brillante tul, verde limón,
tan transparente como la sonrisa.
El chico, con ensortijados caracoles,
delgado, chaval de viento,
más aceituna la piel
que la de Antoñito El Camborio,
idéntico porte y elástico andar,
descubría el mundo desde sus adolescentes ojos
con un inusual ingenio rubricado por el sentido del humor.
Arrastraban tras de sí
un itinerante pasado
de injusticia, invasión y rechazo.
El padre, sin trabajo, educado y culto,
Simbolizaba en su rostro el gesto
del medio millar de desterrados en su propia tierra,
la mirada alta y noble, perseguido el cuello,
el mentón oblicuo hacia la luna,
con los ojos tristes del exiliado
y las vacías manos de quien todo dejó atrás:
el amargo té del primer sorbo,
los paisajes anaranjados de su paraíso,
amigos, arena limpia, sol,
cansancio por el irregular trueque,
fosfatos y luz por personas.
La hija luce cedidas ropas
por nuestras aulas.
La marcha silenciosa da frutos de uvas doradas,
comprensión, caridad.
Pero no es la solución.
Cada ejemplo es un testimonio de acoso, desahucio y
olvido.
 
María Jesús Fuentes
 
 
 
 
Di un amore che muore
-così come è nato-
conservo nel mio giardino
l’angolo riparato
dalla pioggia
il punto di unione delle menti
le strade convergenti di pensieri astratti.
Innaffio quando il cielo inaridito non manda giù la pioggia.
 
Non aspetto un altro amore
per adesso
coltivo ogni istante
curo l’orizzonte da cui giunge tutto.
Lo sguardo aperto arriva
dove gli opposti si confondono
il fiore sbuca dalla neve.
 
Grazia Procino
 
 
 
 
Lipa
 
Tiglio,
albero della gioia perplessa
ogni volta maestosa mi sorprende
la tua bionda chioma
matassa profumata
inebriante trappola amata.
Albero-Vita
Vita-Segno
il quadro degno di conoscenza inesprimibile
come donarti la mia riverenza
compagno di dimentica giovinezza?
 
Sulla scia del tempo ti ho cercato nelle parole altrui
tilo a Chapultepec, Città di Messico,
lime tree nel lessico di Dundee,
a Berlino un umido Unter den Linden
parole senza sorriso sul viso di chi ti vive a distanza
mentre noi due sappiamo:
la nostra segreta comunanza è stata sigillata
sulle pergamene sottili dei tuoi petali fluttuanti
da quando
come due amanti
tu m’abbracciasti ed io t’abbracciai confusa dalla fragranza
con cui avevi proteso la mia esistenza
come i grembi delle madri proteggono i fanciulli dal male.
Che bella storia la nostra!
 
Lipa, moja lipa slava,
presenza maestrale
a palpebre chiuse ti ho trovato
solo quando ho sognato
la mia città natale.
 
Budmerice, Slovacchia, giugno 2003
 
Melita Richter
 
 
 
 
Dare riposo al respiro,
abbandonare il pensiero,
perderlo nel dondolio dolce del vento,
farsi attraversare dal fiore
e diventare il suo profumo,
chiedere al proprio nome di non dirsi
– non dirsi più –
lasciarsi abbracciare dalle cose
e percorrere la terra
con passo leggero.
 
Marco Sorzio
 
 
 
 
Spunta l’alba
 
…ma i galli non cantano più!
 
Un profilo rosato sopra nuvole scure
Annuncia la giornata a venire
L’incertezza atmosferica mi agita e
… mi ferisce.
 
Un uccello ha iniziato a cantare
Un canto breve e sincopato
Talvolta interrotto dal sibilo sordo
di un treno che passa.
 
La quiete si stende di nuovo…
 
Rombo di un’ automobile
e poi di una seconda e di una terza…
 
Si è rotto l’incanto:
il giorno nuovo ha aperto i battenti.
 
Sabina Romanin
 
 
 
 
 
 

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