Il Condominio Sim su Leggere Tutti – recensione di Gisella Blanco

di Gisella Blanco

Il poema polifonico di Alessandro Canzian, “Il Condominio S.I.M.” (Stampa2009), si àncora a un dato realistico capace di stabilire, già dal titolo, la precisa dimora antropologica di tutti i personaggi, i quali transitano dall’invenzione alla verosimiglianza per abitare, infine, nell’esperienza collettiva. Se questo condominio è il domicilio eletto o d’elezione di molti nomi propri e, contemporaneamente, comuni di persone non sempre conoscibili ma, di certo, concepibili a quella memoria proustianamente involontaria che accomuna ogni estraneità esistenziale (“Non conosco la ragazza/di nome Olga, ma la penso”), ciascuno di questi condomini vivrà nello spazio lirico-linguistico di strofe lunghe sette o, più raramente, sei versi in cui svolgerà il suo potenziale di umanità irrisolvibile. L’eco di una Milano moderna, frenetica e capitalizzante (similmente all’atmosfera descritta ne “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani, opera richiamata da Maurizio Cucchi nella prefazione), è un’ipotesi suggestiva sulle ispirazioni autoriali ma, al di là di qualsiasi parallelismo letterario, tra i versi di Canzian affiorano un’empatia recondita e un istintivo interesse verso la fragilità, tutta contemporanea, della gente che, in qualche modo, si sente sempre “appesa alle mani di qualcuno”. Il cinismo emerge nella descrizione della sacralità dell’attimo e della profanità dei cicli esistenziali (“Il nome non ha importanza/nel trascorso del racconto, il/dolore è pari al suo piacere”) ma lo sguardo vigile del poeta non si sottrae all’impatto con il dettaglio esistenziale che accomuna la parola al moto, la vita alla sua narrazione: “È dalle/intercapedini del muro/che conosco la sua fede, quando/prega Dio con le ginocchia”. “La vita ritirata come un ragno” rappresenta, forse, quell’impronta di silenzio impressa in ogni casa, in ogni quotidianità, in ogni segmento di socialità in cui si dubita dell’io alla visione assordante del tu poiché “Non si può essere più soli/di quando non si è soli”. Dalla porta accanto può uscire ed entrare tutto ciò che siamo o che non siamo nel pieno mistero salvifico della soglia che affascina e inganna Yves Bonnefoy e che non finisce di attrarre e irretire l’uomo contemporaneo, “appena/fuori dal portone, in attesa/di qualcosa che non passa”. C’è sempre un ultimo piano in ogni palazzo, abitato da qualcuno che forse “è tutta un’invenzione” o, per ipotesi, potremmo essere noi l’invenzione dell’ultimo piano di qualcuno ma, in fondo, il segreto (ce lo suggerisce bene Canzian tra un piano e l’altro del suo palazzo poetico) è cercare di percepire la presenza di ogni abitante nell’abitato e di tutto l’abitato in ogni creatura.

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