Sul Poeta? Da Re[a]daction Magazine a Nanni Cagnone

Leggo su Re[a]daction Magazine un pezzo di Giuseppe Cerbino che fa riferimento a una proposta di Poeti al governo lanciata da Franco Arminio (Ansa). Cosa che, per inciso, trovo ininfluente e inconcludente, se non per alzare un po’ di rumore bianco nella stanza.

Ma Cerbino dice una cosa estremamente interessante:

Abbiamo bisogno di poeti che possano governare? Io penso che prima di rispondere a questa domanda occorra davvero capire che è necessario essere “educati” alla poesia.

Se non accade questo possiamo riempire le poltrone parlamentari con 300 poeti ma inevitabilmente rimarranno sempre dei burocrati. Il poeta non è un educatore in senso paternalistico, uno che ci sostenga quando stiamo per cadere.

Il poeta è un illuminatore, ma non necessariamente un illuminato.

Mi pare interessante la metafora del minatore – sporco e unto – che illumina con la torcia il sentiero che ha davanti; lo fa per gli altri ma anche per se stesso. Il minatore illumina; ma la sua miseria umana (il suo essere sporco e unto) non sparisce. Ciò che è fondamentale nella poesia è lo strumento (la torcia) del linguaggio. Tutti lo dovremmo davvero usare e lo dovremmo davvero consultare come fosse un oracolo per essere sempre più virtuosi; invece lo abbiamo ridotto a un mero codice.

Qui l’articolo prosegue con un riferimento a un altro pezzo, a firma di Federico Preziosi, ugualmente interessante (Re[a]daction Magazine).

Visibilità o appiattimento?

Qualcuno avrà da ridire su quanto illustrato finora per ragioni, in parte anche comprensibili. Alcuni vorrebbero prendere le distanze da un eccesso di esposizione in parte anche autoreferenziale: la quantità si concilierebbe poco con la poesia, in questo c’è del vero. Tuttavia vi sono altre questioni da tenere in considerazione. Le pubblicazioni sono numerosissime, gli spazi su pagine web, lit-blog e simili abbondano, vi è l’ascesa di autori-influencer più interessati al personaggio che alla poesia. A questo si può aggiungere un dibattito sterile sulla poesia stessa, si ha poca dimestichezza con una forma spesso succube della provocazione. Questo genere di cose hanno certamente assottigliato la percezione della qualità in favore della quantità. In un’epoca dove l’informazione abbonda e la formazione deflagra, la figura del critico vive un momento di grande sofferenza. La competenza segnata da un percorso di studi o frequentazioni letterarie può essere facilmente intaccata da facili consensi. Ha senso abbandonare il campo, lasciare che sia il tempo a selezionare un canone, oppure l’esposizione è diventata una conditio sine qua non per autori e critici?

Tutti esposti, nessuno visibile

Questione annosa, non vi sono dubbi. Difficile distinguere tra chi è sinceramente animato da intenti nobili e chi pensa soltanto a sé. Non è detto che quest’ultimo non possa essere maggiormente spendibile proprio sul piano culturale. Ci vogliono anche talento e intuizione per certe cose e a volte le dimensioni si intersecano. A ogni modo è lecito chiedersi se dinanzi a una mole gigantesca di pubblicazioni abbia ancora senso parlare di visibilità. Attraverso internet siamo tutti visibili e diventiamo, anche inconsapevolmente, dei potenziali canali mediatici che veicolano contenuti di poesia. Senza raggiungere numeri consistenti in termini di visualizzazioni o like e, soprattutto, se questo non si traduce in vendite di ebook e libri o partecipazione agli eventi, possiamo davvero concepire l’esposizione allo stesso modo di come la si intendeva tempo fa e ridurre il tutto a una mera questione di ego?

Le parole chiave dei due interventi, che mi colpiscono, sono: appiattimento e codice. Già in altri ambiti, e in questo mio stesso blog, ho ampiamente posto in evidenza la mia piccolissima opinione (Una riflessione da “La critica è morta”, un articolo su Davide Brullo, Il linguaggio (polemico) della poesia, Nella salvezza che congela – Matteo Bianchi, La dimora insonne – Daniela Pericone). Più da Editore che da autore, e questa la considero una conditio sine qua non per parlare.

Perché se abbiamo speso pagine e pagine per chiederci cosa sia la poesia, forse è arrivato il momento di chiederci cosa sia un poeta, e cosa sia un poeta oggi.

Cerbino propone la metafora del minatore, ed è estremamente convincente. Allo stesso modo Preziosi sottolinea la differenza tra esposizione e visibilità. È certo che un poeta dovrebbe avere come focus il linguaggio a prescindere da se stesso, ma sappiamo benissimo non accade.

Oggi vediamo autori pubblicare un libro all’anno convinti che più si pubblica più si è noti. Ottenendo solo diverse pubblicazioni di nessun valore e di nessuna storicizzazione o lettura.

Oggi vediamo il linguaggio piegato all’interesse dell’autore per la visibilità. Quell’insegna dantesca di cui già ho parlato altrove. In buona sostanza essere pubblicati per essere conosciuti, ma a che pro?

Oppure alzare un po’ di polvere (o rumore bianco, qui le metafore si sprecano) per mantenere alta l’attenzione. In questo caso più al personaggio che al testo (qui si prefigura un’operazione di marketing legittima come legittima è la pubblicità o le sit-com televisive, ma non parliamo di letteratura).

Ma quindi il poeta oggi cosa fa? Cerca solo una blanda e inutile fama che ormai non dura nemmeno più 15 minuti? A cosa serve in fondo essere riconosciuti, o avere un plauso popolare che più che essere critica è lusinga?

A niente. Questa è la mia risposta. Giorni fa parlando con l’amico Matteo Bianchi si discuteva sul fatto che un’opera, unico elemento importante di tutta la filiera della letteratura e ancor più della poesia, deve emergere da almeno quattro o cinque anni di sedimentazione. Letteratura è studio, e questo richiede tempo (per buona pace di quanti espongono nelle loro bacheche i vari Art is work oppure No Culture No Future e poi sono tra i protagonisti dell’appiattimento culturale perché non ne comprendono il significato profondo e non egoriferito, oppure perché consapevolmente abbassano il livello a loro circostante per poter emergere senza sforzo, senza tensione concreta all’elevazione). Letteratura è anche messaggio, e il messaggio prescinde da chi lo lancia. Letteratura infine è costruzione, confronto, dibattito, non esposizione.

Allo stesso modo parlando con Elisabetta Zambon, alcuni giorni fa, è emersa una realtà che non comprendo ancora se troppo personale o effettivamente universale. Il poeta, quando ha un approccio concreto e vissuto a 360° con la poesia e con il linguaggio, scrive per non scrivere più. Ricordo a questo proposito un corso che avevo fatto allo IAL sul marketing delle piccole e medie imprese e un insegnante, raccontando il suo percorso, dichiarò: io lavoro per avere l’indipendenza economica, quindi per non lavorare più. Affermazione questa quasi paradossale ma vera, e molto simile a quello che forse un poeta fa.

Il poeta è un testimone del suo tempo, di tutta la società e la cultura del suo tempo. E questa raramente è una condizione favorevole. Un poeta credo preferisca più vivere serenamente che confrontarsi con le contraddizioni del mondo.

A questo proposito voglio far leggere alcuni versi di uno di questi veri poeti che, alla domanda la poesia, ora, che cos’è? posta su Pangea (Pangea), ha avuto il coraggio di dire:

Sociologicamente, una malattia che resiste alle terapie d’urto dei mass media e dei social networks. Una delicata attività asintotica, che richiederebbe solitudine, e invece è chiassosamente praticata da troppi, pur essendo cosa per pochi. Sarò un reazionario, insensibile al mito della democrazia, ma condivido quel che si dice negl’Inni orfici: “Il numero degli eletti è chiuso”.

foto di Dino Ignani

Nanni Cagnone:

Mi smarrii quel giorno
in un villaggio
– prego, non ridere –
come potrei smarrirmi
in un riverbero,
nell’erba tremula
a un ruscello, ne
l’inatteso suo sorriso,
donna che in un punto
fa delicato il mondo.

Da Tornare altrove 





Supponi vanitose
le peonie (la solita manía
d’imporre sentimenti).
Impara, non far domande,
innocenza invece, venerare,
ché non c’è piú tempo,
sei sul ciglio maggiore
e non comprendi:
non sono individuali,
le tue ceneri.

Da La genitiva terra  





La devozione
con cui coltivi il vuoto
è inerme come il sonno.
Di quanti versi hai bisogno
per non muovere un passo?
Prodiga tua malinconia
e sgretolata arguzia
del pensare, sillabe contuse
indolenziti accenti,
mentre dilegua una volpe
immiserisce il prato.
Non si passa senza pena
dal tuo mondo al suo —
più dell’amicizia
ha gravità la Storia.

Da Tacere fra gli alberi 





Vieni scorrere accanto,
mia diletta, e non esser mai
de la stirpe dei ricordi.

Conosci gli sposi della rugiada
e, nella silenziosa chimica
dei boschi, coloro che
concedono il mondo.

Non nominare la scure.

Da Penombra della lingua 






Spazio finito, orlo di tamburo.
Ti conviene incarnarti finché puoi,
racimolare luce anche di notte,
far cammino nella bruma
e non lasciarlo mai solo
l’istante, se no punge ogni cosa.
In fondo, in fondo al mareggiare
dei tramonti, al maturare insicuro
bruciore senza trama delle pene,
il solenne episodio delle foglie —
stormire e basta. Stormire.

Da Le cose innegabili






Era certamente amore,
spericolato respiro
carezza di porcospino
o moneta tra i selci,
rotolante. Era amore
voler conservare l’ignoto:
tenerlo al riparo, lontano
da libri senza batticuore.

Da Doveri dell'esilio