Il linguaggio (polemico) della poesia

In questi giorni, nella pubblica piazza di Facebook, abbiamo visto svolgersi la polemica tra Andrea Ponso e Isabella Leardini (o meglio, Andrea Ponso contro Isabella Leardini) attorno all’investitura di Isabella a direttrice di Collana per Vallecchi Editore.

Posto che tali vicende, al netto della sostanza, sono sempre e comunque un veicolo promozionale importante ed efficace (nei fatti Andrea ha più o meno consapevolmente già segnato il successo dell’avvio della collana di Isabella), l’errore che a mio avviso non dobbiamo fare è quello di semplificare e prendere posizione.

Personalmente ho conosciuto entrambi, e ne conosco bene le esperienze in ambito letterario. Allo stesso modo non ignoro (e non deve essere ignorata) la storia della letteratura, che non di rado vede autori, artisti, musicisti, opporsi gli uni agli altri.

Ma oggi cosa sta realmente succedendo? Cosa ci dice questo fatto?

Andrea è poeta e critico riconosciuto, così come è ben conosciuta e riconosciuta la sua verve polemica. Ha un suo indirizzo preciso che predilige il rigore del linguaggio (un ottimo esempio è stato I ferri del mestiere, edito da Mondadori nel 2011). Isabella invece dopo un acclamato esordio (La coinquilina scalza, La vita felice 2005) confermato da due pubblicazioni con Donzelli e Mondadori (2017 e 2019), si è occupata di promozione della poesia con il Festival Parco Poesia per quindici anni, prediligendo un taglio educativo e laboratoriale teso alle fasce giovani.

Anime inevitabilmente inconciliabili per percorsi (posto che per Andrea sono molto poche le cose conciliabili, ma dato la status della letteratura la maggior parte delle volte non ha torto) ora agiscono in un dibattito a distanza ben preciso.

Andrea attacca Isabella pubblicamente perché non la ritiene all’altezza del compito. E in questo dichiara un simbolo della decadenza letteraria attuale. Isabella si difende argomentando le difficoltà di una donna che cerca di portare avanti una carriera.

Ad Andrea sicuramente va criticato il pressapochismo iniziale dell’attacco che non viene argomentato, ma che poi supplisce con un post esaustivo in risposta a Isabella. Isabella da parte sua dice delle cose sacrosante ma non esce dalla propria esperienza personale.

Il sunto della questione, per non dilungarmi troppo, è che è palpabile nell’aria la mancanza della critica, del confronto serio, ma non viene bene messo a fuoco tanto che perfino gli attori coinvolti, coloro che sentono questa mancanza, non riescono a esprimerla.

Non si fa critica o confronto con un proclama di due righe simil insulto. Ma è anche vero che lo stesso esprime il bisogno di opposizione, di discussione. Così come l’esperienza personale non è sufficiente a raccogliere il sasso (pur tirato in testa) della polemica anche se testimonia indiscutibilmente una verità storica e sociale.

La questione molto semplicemente è la seguente: la poesia che Isabella è solita portare avanti è vera poesia? È vera testimonianza del tempo? E se si perché? E la polemica di Andrea ha delle basi di valore o è fine a se stessa? Le istanze di Andrea sono valide? E se si perché?

Al netto di insulti e altro questa è l’opposizione (e il linguaggio dell’opposizione) che ci manca. Quello che spiega le motivazioni delle proprie scelte e critica quelle dell’altro. E post come quelli di Andrea e Isabella non fanno altro che segnalare a gran voce il bisogno di questi tavoli di confronto. Il bisogno di tornare a discutere di ogni singolo verso di una poesia.

Alcuni giorni fa si parlava di Davide Brullo e della mancanza delle stroncature, da lì mi sono permesso anch’io di fare un percorso di riflessioni in diversi articoli (dall’articolo iniziale su questo blog alla recensione di Daniela Pericone dove parlo della non democraticità del linguaggio) che qui mi tornano utili perché la contrapposizione di Andrea a Isabella non è solo la contrapposizione tra due idee di poesia diverse, ma è il frutto di un disagio a stare in questa letteratura.

Certo Isabella ha ragione a dire che per una ragazza/donna è molto più difficile oggi andare avanti, e ha ragione Andrea a rispondere che non è questo il punto. Viviamo consapevolmente in una realtà eccessiva che cerca a tutti i costi il vittimismo. La cultura che ci siamo costruiti non attende altro che incrociare una frase anche solo in odore di sessismo per gridare allo scandalo.

Io stesso ho visto più volte persone e autori comportarsi in maniera spregevole a livello di linguaggio e di azioni ma in pubblico sbandierare un purismo della moralità quasi imbarazzante, sempre alla ricerca dell’indignazione contro qualcuno o qualcosa.

Io stesso vedo continuamente autori mediocri isolarsi in gruppi autoreferenziali con l’unico obiettivo di fare una cena assieme e di sentirsi parte di una storia. Che non è la Storia, non è la Letteratura anche se con presunzione pretendono di essere considerati tali e importanti (non di esserlo, questo sarebbe quasi più dignitoso perché implicherebbe uno sforzo intellettuale personale, un criticarsi).

Non è certo il caso di Isabella questo vittimismo, ma in qualche modo emerge dalla contestazione di Andrea. Ambedue hanno paradossalmente ragione ma non centrano il bersaglio. Volontariamente? No, io credo oggi sia impossibile centrare questo bersaglio.

Da anni si parla dell’assenza del canone, della democratizzazione della letteratura che vuole tutti poeti. Io penso che questo alterco non sia nemmeno tra Isabella e Andrea ma sia un bisogno di tornare a parlare di poesia con strumenti veri e con la capacità critica di una lettura e di un’apertura ma senza sconti, favoritismi o clientelismo (che Andrea auspica, ma che lo stesso a causa del suo linguaggio fa spesso temere di non poter assicurare).

Un confronto che molti hanno dimenticato perché è nel confronto che emergono le debolezze di tutti, e oggi pochi accettano di guardarsi veramente e seriamente a fondo. Molto più facile autoproclamarsi poeti o arroccarsi dietro polemiche pseudopolitiche senza capo né coda, se non palesemente ipocrite.

E nemmeno credo verrà colto il testimone di questa discussione. Non abbiamo ancora gli strumenti per tornare a un tavolo a parlare seriamente.

Ci resta la fame, ma non il cibo.