Il Condominio S.I.M. su Diacritica

Amare l’effimero, ciò che esiste e poi scompare

I palazzoni, anonimi e schierati con i balconi in fuori, occupano le periferie italiane senza distinzione e spesso chi li popola per decenni neanche si accorge dei vicini e dei loro volti; solo le voci talvolta scavalcano i muri che danno la misura dei rapporti odierni.

In termini di vissuto e di conseguente patimento interiore, Il Condominio S.I.M., la nuova raccolta di Alessandro Canzian edita da Stampa 2009, gli è costata molto, specialmente rendendosi conto, l’autore, che nulla rimarrà davvero, nonostante la nostra volontà di perdurare e di pretendere significati perenni. Si tratta di un’opera corale, figlia di un tempo egocentrico, opaco quanto una serranda abbassata, ma dalla quale filtrano a fatica magri bagliori e un filo d’aria: tratta dell’esistenza di otto persone, ciascuna in balìa della propria complessità.

Dall’osservazione del singolo, a tratti morbosa, Canzian cerca di trarre una considerazione più ampia, più organica, che non di rado è critica sulle nostre abitudini. Un fugace parallelismo con Il condominio di Ballard, la prigione immaginaria ma attualissima che ha concepito lo scrittore inglese, non può essere evitato. Bloccati e compressi dentro lo stabile a causa di un blackout – un’improvvisa e visionaria privazione della luce –, i tipi di Ballard non riescono a tenersi addosso gli istinti più atavici e irrazionali, arrivando a un massacro. Canzian narra, invece, di un luogo presente in cui egli stesso ha abitato sia “dal basso”, con la sua routine farraginosa, sia “in altezza”, con angosce e desideri.

Il titolo, infatti, scaturisce da un dato concreto (e perciò soggetto a dissoluzione), ossia dalla sigla della Società Immobiliare Maniaghese, il nome della ditta che ha costruito lo stabile dove l’autore risiede tuttora, come se circoscrivesse e connotasse una serie di esperienze da lui affrontate con una determinata disposizione d’animo. Il suo Condominio disegna una mappa di testi che lascia intendere un lavoro pluriennale composto da versioni differenti, abbandoni e fallimenti. E con citazioni più volte rielaborate che egli tenta di nascondere tra le pagine: si avvertono Ferruccio Benzoni, tra i suoi più amati; Cristina Campo, Mario Momi, sino alla ripresa di Orfeo. Euridice. Ermete di Rilke, assumendone la chiusa folgorante («E quando il dio bruscamente / fermatala, con voce di dolore / esclamò: Si è voltato –, / lei non capì e in un soffio chiese: Chi?»).

Matteo Bianchi

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