Una recensione al Condominio su Carte Sensibili

All’inizio del libro l’autore ci avverte che negli anni ’70 il condominio S.I.M. era stato in realtà progettato come albergo, in seguito la società costruttrice si rese conto che come albergo non avrebbe potuto funzionare e, modificata la destinazione d’uso, venne riqualificato come condominio destinato a civili abitazioni.
Mi sembra molto interessante questa notazione preliminare, è come se l’autore volesse avvertirci che questo errore di prospettiva si sia riverberato sui futuri abitanti di quegli appartamenti, come se quell’errore di progettazione iniziale evidenziasse l’esistenza, sempre e comunque, di un errore nella prospettiva individuale, e che quindi ognuno dei condomini abbia dovuto riconvertire la propria traiettoria, rivedere il proprio percorso soggettivo.
Osservando in controluce le piccole finestrine in cui ogni condomino viene inquadrato, si intravvede un intoppo nel percorso, un inciampo, una mancanza, un esubero di solitudine e di incompiutezza.
Appena ogni singolo protagonista si affaccia alla ribalta, si intuisce che gli attori di questa rappresentazione sono in bilico davanti a un precipizio, dentro una sfasatura temporale: “ – e noi / che non saremmo / comunque arrivati in tempo”-.
Anche i bambini che alle nove di sera s’incontrano, e giocano, e urlano e a volte sporcano “non / sanno quand’è ora di rientrare”.
Così Silvio al ritorno dal supermercato dove ha acquistato pizze e birre per dimenticare, evidenzia uno squilibrio, un’aporia esistenziale, una condizione di disorientamento: “Il tempo che ci è dato non coincide con la vita”.
Va riconosciuto all’autore il merito di far balenare l’idea dell’abisso in pochi tratti, nella rapida, nitida ed essenziale sequenza dei versi, per ognuno dei protagonisti sono sufficienti poche parole, pochi segni di matita, per delineare la minima epopea del quotidiano che porta la cifra del naufragio, del disastro.
Oltre le mura del condominio, che cosa hanno in comune Olga, Carlo, Anna, Giulia, Silvio, Alberto, Alina, Aldo?

Alberto m’ha confessato
di sentirsi solo, ogni tanto.
La solitudine è una frattura,
un arto fantasma. E’quasi
un ritornello dei nostri incontri
il suo dialetto stentato
la puzza di pipì, l’amaro.

La solitudine accomuna ognuno di loro. In tutte le formelle, come vengono definite le finestrine cui si affacciano i protagonisti del libro da Maurizio Cucchi nella prefazione, si respira un’atmosfera di solitudine: affiora in Olga che prega Dio con le ginocchia, oppure quando “Non si può essere più soli / di quando non si è soli”; o Carlo, il ragazzo della porta accanto che “butta / le immondizie, la sera, come / la vita, una volta alla settimana”.
E Anna, che “passa mezz’ora nello specchio”.
“Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio” è una famosa frase di Tolstoi, che potrebbe essere rimodulata sulle dimensioni più ridotte di un condominio, un condominio in fondo non è che la miniatura di un villaggio.
In questo libro affiora tutto l’odore della realtà, tutto il rumore che può fare un bicchiere di vino o un fazzoletto lasciato in giro perché racconti una storia, e il pollo da fare al forno, e le buste della spesa, e “un pacco di cerotti per / quando ci si fa male nella vita”.

Paolo Polvani

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