Un’intervista sul Condominio di Giusy Capone

La struttura della silloge Il condominio S.I.M., edificata in cinque anni di lavoro, prevede circa otto testi, approssimativamente, per gli otto condomini che lo abitano. Quanto ha inciso un incedere che pare più vicino alla prosa quanto ad intreccio?

Otto testi, forse. In realtà sono otto sezioni composte da diversi testi per sezione. Ma è anche vero che nella letteratura è accaduto di leggere opere come fossero una sola poesia, motivo per cui ti ringrazio di avermi fatto notare che in effetti ogni personaggio potrebbe essere una sola poesia, svolta in diverse stanze.

Un incedere più vicino alla prosa che alla poesia, accusi, e probabilmente è vero. Dico “accusi” con una certa polemica verso il libro (non certo tu che mi intervisti) perché in effetti bisognerebbe chiedersi cosa deve fare la poesia. Raccontare qualcosa o farlo sentire?

Il “Condominio S.I.M.” inizialmente era “La ragazza di nome Olga” inserita ne “Il colore dell’acqua” (Samuele Editore 2016) ed era molto più narrativa di quanto appare oggi. Poi Maurizio Cucchi e Gianmario Villalta attraverso dei consigli puntualissimi mi hanno aiutato a tirare fuori il meglio che c’era, stilisticamente parlando, da un Condominio dove effettivamente vivo.

In buona sostanza mi ritrovo molto nella tua analisi, ovvero in una narrazione a intreccio, anche se, spero, nelle sue singole parti si riesca a incrociare qualche barlume poetico. Lirico? Non nego mi piacerebbe.

Ma la poesia, nel suo essere forma armonica, spesso decide da sola dove andare aderendo più alla realtà a cui si fa riferimento che all’autore che tenta di dirla.

Le pareti di un condominio propagano e diffondo rumori, piagnucolii, passi, strilli, lamenti. Si tratta di una convivenza indiretta fra perfetti sconosciuti. L’estraneità riesce a partorire un terreno fruttifero per la conoscenza dell’altro, per stabilire una intima relazione?

L’estraneità è un accidente, una pura contingenza. Però è indicativa e forma dell’estraneità delle persone. Sia tra di loro sia nei confronti di se stesse. La solitudine che viviamo, innegabile, a livello sociale è proprio il caos e la confusione che abbiamo tra noi e in noi. Non conosciamo gli altri, e non conosciamo noi stessi. Viviamo parlando ma non ascoltando. Esistiamo consumando ma non regalando.

Nel Condominio ho cercato di fare un focus sulle relazioni tra le persone, siano esse amici, amanti, persone sposate, persone sole. La domanda di fondo era: “come viviamo con gli altri?” In questo l’estraneità data dalle pareti divisorie tra gli appartamenti, le finestre, le porte dove al di là accadono cose, sono forme concrete di quanto in effetti abbiamo dentro le nostre vite.

Viviamo tutti con una parete davanti. Quello che mi chiedo, e chiedo, e se questa parete esiste veramente o la stiamo continuando a inventare noi, in maniera del tutto deleteria per noi stessi.

Quindi la mia risposta è no. L’estraneità non riesce a partorire un terreno fruttifero per la conoscenza dell’altro, non stabilisce alcuna relazione, ma ne sottolinea ed evidenzia la distanza.

“Non conosco la ragazza/ di nome Olga, però la penso”. Qual è il ruolo dell’immaginazione nel percepire chi è ignoto e vestirlo di realtà?

L’immaginazione è una brutta bestia. Percependo qualcuno al di là del muro immagini necessariamente qualcosa. Ma cosa? Quello che pensi sia veramente? O quello che hai paura che sia? O quello che hai bisogno che sia?

In Olga c’era il bisogno di immaginarla come necessità di una relazione. Non so chi tu sia, non so nemmeno il tuo vero volto, ma siccome ti percepisco esistere ho bisogno di darti una corporeità e una storia. Ascolto alcuni frammenti di te? Ma quali frammenti? La tua verità o sto cercando qualcosa che a me manca?https://c0.pubmine.com/sf/0.0.3/html/safeframe.htmlREPORT THIS AD

La distanza data dal bisogno di immaginare colei che esiste al di là di una parete diventa un tentativo di fuggire dalla propria solitudine, dal proprio isolamento. Ma se quella stessa solitudine e isolamento lo scopri anche nell’altro? Questo significa che viviamo in una società veramente così sola?

Oppure basta il desiderio di ascoltare vivere l’altro, di immaginare il vivere dell’altro attraverso la parete, a dire che siamo meno soli?

Lei scrive versi che narrano una quotidianità atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui le vite dei “vicini di casa” si svolgono. La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

Purtroppo qui la risposta è brutale quanto la domanda, ma esige una certa dose di coraggio. Siamo passati dagli ideali degli anni 70, le grandi battaglie, quando la mia generazione è nata, alle delusioni e al disfacimento dei valori degli anni 80, per poi cadere nelle promesse di rinnovamento degli anni 90 con un nuovo millennio esploso in diverse crisi strutturali che hanno minato l’identità stessa delle persone. Come contraccolpo di questo abbiamo avuto un apparente aumento di individualismi che, a ben vedere, sono semplicemente stati un abusare della soddisfazione personale come obnubilamento della capacità critica.

In buona sostanza abbiamo abusato di tutto, del consumo materiale e di noi stessi, dell’altro, perché così credevamo di essere qualcosa, di esistere. Arrivando poi ai social dove chi più urla più esiste, riscoprendo un manzoniano odio per l’altro anche se non lo si conosce.

L’indignazione è diventata la nuova saggezza, il concetto di “hater” il nuovo “cogito ergo sum”. Ma alla fine esistiamo veramente?

Nel Condominio questo mi sono domandato osservando i miei vicini: siamo veramente qualcuno e qualcosa di unico o siamo semplicemente tutti terribilmente uguali? Tremendamente intercambiabili? Anonimi, si, nella nostra non unicità?

Al lettore la risposta, spero ponderata il più possibile.

“Il tempo che ci è dato non coincide con la vita”. Tempo e vita sono scollati?

Anche in questo caso, e te ne ringrazio, la risposta è terribile quanto la domanda. E la risposta è si. Ma è una risposta che implica un’altra domanda, altrettanto tremenda. Vivere si deve, esistere è una sorta di dovere obbligato nel momento in cui respiriamo, ma cos’è effettivamente il vivere?

Bisogna fare di nuovo un passo indietro a qualche anno fa, quando il “vivere” era il provare tutto, l’avere tutto, il consumare tutto. Ma era vero vivere? A cosa ha portato questo modello?

Ogni cosa va valutata nelle sue conseguenze. Oggi, a mio avviso, subiamo un modello fallimentare che tentava di ingrassare la parte più blanda e superficiale dell’ego per nascondere l’annichilimento dell’individuo.

Pare una contraddizione? Forse. Viviamo in un tempo estremamente individualista eppure l’individuo non esiste più, è solo una parte di un sistema che va avanti per ingrasso e pance piene. E, quando non è così, per paura.

Ma noi chi siamo veramente? Possiamo veramente continuare a far finta di non vedere la nostra solitudine, il nostro isolamento, grazie alla “mente aperta” di una sessualità sempre più blanda, grazie ai telefonini, alla rete, al tutto e subito?

Insomma, stiamo vivendo veramente il tempo che abbiamo?

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