Un’intervista su rivistasegno.eu

 
 

Ammazzare il tempo: con quali armi?

Ammazzare il tempo implica in qualche modo una necessità di ammazzarlo che non condivido completamente. Senza arrivare ad appellarsi al concetto di otium direi che il tempo è un qualcosa che inevitabilmente esiste a prescindere da noi, e con il quale dobbiamo altrettanto inevitabilmente fare i conti. La storia recente ci ha inoltre mostrato due differenti approcci a questo tempo: il tempo vuotoespanso, e il tempo che non basta.
Il tempo vuotoespanso, è quello che ha riproposto il concetto di noia (il medesimo di cui ci avvertiva Pascal) con le conseguenze degli ultimi anni soprattutto sulla fascia più giovane della popolazione. Con tentativi di ammazzare il tempo spesso aberranti. Mentre il tempo che non basta è quello dell’accelerazione disumana dei processi che porta all’accelerazione dell’essere umano stesso. Tutto deve cambiare in fretta, rinnovarsi nonostante Bauman ci avverta che così finiamo col considerare e considerarci alla stregua di un prodotto da supermercato nel quale è già insito il desiderio di buttare via. E questo è successo. Le relazioni umane sono diventate incontri rapidissimi e abbandoni altrettanto rapidi. Col risultato di acuire il senso di solitudine e disagio.
Alla fine potremmo dire che il nostro periodo storico è contrassegnato dall’incapacità di gestire il tempo. Siamo come adolescenti che prendono per la prima volta in mano un motorino ma non lo sanno guidare, e cadiamo. E continuiamo a cadere e a farci male e continuiamo a salire sul motorino senza però avere imparato nulla dalla caduta. Perché in effetti il cortocircuito che il nostro rapporto col tempo oggi rappresenta mostra un nostro enorme difetto: siamo incapaci di imparare.

Non solo non abbiamo più una memoria storica, ma nemmeno una memoria a breve termine. Basti pensare a una politica italiana dove il rappresentante di turno viene coinvolto in uno scandalo, viene condannato e poi dopo tre mesi è già sull’onda come nulla fosse successo. O personaggi istituzionali che dopo essere stati riconosciuti colpevoli di crimini e/o atteggiamenti esecrabili eccoli assumere posizioni dirigenziali.

Ma noi ce la prendiamo con la maestrina sciocca che perde la testa e urla frasi senza senso. Perché questo è il nostro modo di ammazzare il tempo: trovare qualcosa che è peggio di noi e ci faccia sentire migliori. Senza doverlo essere.

Ho letto alcune settimane fa un’intervista che comparava i programmi degli anni ’80 a quelli odierni, leggi L’isola dei famosi. La riflessione conclusiva era che negli anni ’80 i vari Mike Buongiorno ti portavano all’identificazione con il concorrente di turno. Oggi i Reality Show ti portano al giudizio ovviamente tutto a tuo favore. E tu stai meglio perché vedi che c’è qualcuno peggiore di te.

De André cantava si sa che la gente dà buoni consigli se non può dare il cattivo esempio, ed è assolutamente vero. E anche questo è il nostro ammazzare il tempo: non avere più la possibilità di dare il cattivo esempio perché ormai consideriamo normale qualunque cosa. Non c’è più una grata di riferimento, un metro di misura a cui appellarsi.

In tutto questo io credo il poeta non debba ammazzare il tempo ma segnarloinciderlo. Caratteristica fondante della parola è il suo essere definitiva, il suo poter percorrere i tempi. E non è solo appannaggio della parola scritta in quanto anche quand’era orale veniva trasmessa ugualmente, la sua vita oltrepassava quella dei singoli uomini. Il poeta cioè non ammazza il tempo, lo testimonia. Quando è un grande poeta arriva addirittura a suggerirgli una nuova direzione.

Per quanto riguarda me io non lo ammazzo e non ho strumenti per farlo. Lo uso, uso un tempo che credo mi sia stato concesso (senza identificare un qualcuno che lo concede) per cercare di fare qualcosa di buono e utile per questo mondo. Sia dal punto di vista dell’Editore che dell’Autore.

 

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