Note al Condominio


 

Pubblico alcune note al Condominio S.I.M. che sto rivisitando/rivalutando in questi giorni. Giusto per focalizzare meglio il giro di riferimenti e citazioni attorno a quest’opera che prima ancora di essere pubblicata riceve grandi plausi e grandi stroncature. Una di queste ultime afferma di identificare uno stile riconoscibile ma non convincente. Afferma d’essere di fronte a una non-poesia che va a capo. A questo proposito oggi ho letto l’articolo di Mario De Santis Da Kristof a Vivinetto, equivoci della semplicità in poesia di cui metto alcuni estratti:

Lo stile semplice è a basso tasso di figuralità, letterarietà, polifonia linguistica, complessità sintattico-formale, ecc – e ogni traduzione di poeta straniero finisce per essere, in modo inevitabile e incolpevole, depotenziata e appunto semplificata. Naturalmente quando l’invenzione di figure, quando la complessità dei temi è rilevante un grande poeta afferma la sua forza anche in traduzione. Certo la lingua perde la sua tramatura fonetica, uno degli elementi forti di uno stile poetico. Il caso più evidente è W. Szymborska, una poetessa dalla fittissima musicalità, per chi come chi ha avuto anche solo la possibilità di sentirla leggere, persa nella pur buona traduzione di Marchesani, riducendo i suoi teti ad una pur vivace aneddotica, sorta di parabole ironiche, costruzione di immagini, che restano ma non sono certo il linguaggio della poesia. La poetessa polacca è uno dei simboli di ciò che vorrei discutere più avanti. Ovvero che accade, credo, spesso che certi autori diventino canone ma nella lingua della traduzione, diventano cioè koinè della prosodia poetica italiana, dello stile, delle soluzioni formali adottate, insomma la poesia, anche la grande poesia, straniera sta influenzando in traduzione non poco gli scriventi italiani.
[…]
Nella poesia italiana contemporanea esistono due tipi di anti-letterarietà, quella a posteriori, consapevole e avversa alla tradizione del lirico – specie del gergo – come lo chiamò con felice sintesi Sanguineti – poetese – da superare, una poesia che sperimenta fuori dal letterario e che va oggi anche verso la prosa da posizioni di ricerca sulla “prosa in prosa” ecc. una avversione alla facile retorica, o in generale al già-scritto come tale, in letteratura, che prende le mosse dall’esempio storico della neo-avanguardia e approda fino a le ricerche di GAMM, e guarda ora più ad esperienze europee e non solo, con un’anti-letterarietà che ovviamente presuppone molta ricerca, mota discussione teorica, riferimenti alla filosofia, scienza e ad altri saperi. Un’anti-letterarietà complessa. Qui interessa però l’altro filone di poesia contemporanea, quella che oggi è approdata ad uno “stile semplice” quella che ha sempre fatto della resa alla lingua comune, della leggibilità un punto di forza. Ci sono stati tanti modi di sottrarsi. Quello di Saba, dai cascami dannunziani a quelli dell’ideologia, quello di Giudici, di parte della scuola lombarda che arriva fino a Umberto Fiori (ma Sereni e Raboni li collocherei nella lirica) fatto di sottrazione di figuralità, verso il narrativo, ma sempre in un fraseggio metrico tonale, con un linguaggio tendente alla denotazione, da cui però, in questo teatro del reale, l’io sembra almeno messo in disparte o di-messo. In ogni caso – sto procedendo tra incompleti accenni storici – era pur sempre una poesia che si muoveva dentro una dialettica di scrittura che presupponeva un’idea della stessa, di tipo letterario, oltre che consapevole del suo presente storico.
[…]
Il 900 è “troppo complicato”, questa è la risposta standard. O semmai arriva la superficie di questa apparente semplicità. Dunque l’opzione è la migrazione e la mutazione, verso una leggibilità e chiarezza dello “stile semplice” che nel risconto della fruizione (pubblico spesso live ad applaudire) fa perno per dire “vedete, piace, dunque è bella” e diventa valore estetico. La fruzione è un valore dell’estetica, con l’avvento della società di massa, ma appunto crea, fa emergere una nuova isola, con nuovi abitanti: non vanno respinti, ma nemmeno loro devono invadere, per usare metafore attuali. Del resto già accade, Ludovico Einaudi non suona a Salisburgo, la Filarmonica di Berlino non suona negli stadi. Si può convivere e il pubblico vero, in una certa percentuale passa da un’isola all’altra (io ad esempio me le faccio tutte). Chi scrive poesia, se guardiamo a poesia come la lirica moderna, secondo una definizione importante fatta da un poeta che è anche dei maggiori teorici della letteratura e in particolare della lirica, non ha più da tempo un “mandato sociale” (Guido Mazzoni), ma certo questa nuova poesia dello “stile semplice” non accetta questa condizione decaduta – come non la accettano dal lato opposto i più ostinati tra i poeti che fanno della ricerca un impegno politico: Gilda Policastro ad esempio reputa un’invasione di campo l’espandersi editoriale di questa poesia “semplice”. La questione del “campo” è centrale. Di quel campo parliamo? È necessariamente unico? E se fossero palchi e campi diversi come in certi megafestival? Vero è che ad onore degli organizzatori di certi megafestival poi nell’arcipelago con molti palchi, uno – e di fatto anche un compenso – viene offerto anche agli indie giovani che suonano non distanti dagli U2. I poeti dello “stile semplice” legittimano, giustificano, questa perdita di mandato, incolpano il fatto che la poesia non sia letta i poeti messi all’angolo nelle case editrici grandi, perché “scrivono per pochi”. Invece i poeti dello stile semplice rifiutano volutamente di essere epigoni di una tradizione considerata “morta o troppo difficile” e cercano alleanze, tradiscono il 900 verso il modernismo pop.
[…]
Il mandato sociale è ora ( nella società non solo di massa, ma di “massa-parlante” e giudicante tramite social) a scrivere poesia in modo comprensibile, come fosse la canzone. Da questo punto di vista allora potremmo leggere in modo analogo, la scelta che ci fu di realismo nel dopoguerra o di una poesia come quella di Patrizia Cavalli di cui abbiamo detto, o di Valerio Magrelli ecc. Certo appunto come dicevamo sopra, questi ultimi due poeti erano ancora dentro quella dialettica delle poetiche che ha segnato il 900. Ora la dialettica è tra un pubblico che non sa nulla e nemmeno ha desiderio o sente la necessità di sapere del 900, dei suoi poeti – non tutti, ok, qualcuno sa altri no, come il pubblico che li legge – e tutti gli altri, in blocco.
[…]
I nuovi poeti che adottano lo stile semplice e amano la Kristof, invece approdano a scrivere ma per molte ragioni – per scelta, per mancanza di preparazione, a causa di scuola, e università, impoverita –non hanno bagaglio o patria di letture, neppure da abbandonare. Come erranti nomadi, i lettori che approdano in questo spazio aperto e zona temporanea, hanno un italiano senza peso letterario e di conseguenza storico . Per questo facevamo l’esempio dei “beatles” : il loro esser scarti come scarafaggi, potrebbe alludere in realtà ad una “potenzialità antropologica” e una neo-soggettività storica.

Non posso certo entrare nel merito delle critiche mosse al mio Condominio, che di fatto condivido, anche se continuo a passare le giornate sul legame delle parole, sull’andare a capo. A volte sul mettere o sul togliere quel tanto di poetico che potrebbe aiutare o stridere con quello che il Condominio è o vuole essere. Ma a fronte delle parole di De Santis (che non condivido completamente, come detto su facebook infatti temo che l’osservatore stia modificando la realtà e non viceversa vedendo solo certi autori e non altri, come ad esempio Giovanna Frene, Giovanna Rosadini, Alberto Toni, Silvia Bre, Federico Rossignoli, Flaminia Cruciani, Roberto Cescon, Maria Grazia Calandrone, Sonia Gentili) non posso non pensare a una scelta volontariamente abbassata come testimonianza dello status attuale. Senza con questo voler tradire la contestualizzazione all’interno di una tradizione di eliotiana memoria. Nello specifico intendo Il bosco sacro dal quale prendo alcune frasi (e attenzione che questo libro è stato scritto tra il 1917 e il 1920, eppure come è tremendamente attuale!!! In grassetto alcune parti che trovo fondamentali):

Abbiamo visto parecchie correnti di così esemplare semplicità presto andar perdute: e la novità è meglio della ripetizione. No, la tradizione è cosa di significato molto più ampio: essa non può venir acquistata in eredità; e se la volete possedere, dovete conquistarla con grande fatica; essa, in primo luogo, implica quel senso storico che si può considerare come strettamente indispensabile a chiunque voglia continuare a fare opere di poesia dopo i venticinque anni: e il senso storico implica non solo l’intuizione dell'”esser passato” del passato, ma anche quella della sua presenza; il senso storico costringe l’uomo non solamente a scrivere con la propria generazione nelle sue ceneri, ma con il sentimento che tutta la letteratura d’Europa, dopo Omero, e con essa tutta la letteratura del nostro paese ha una simultanea esistenza e forma un ordine simultaneo. Quel senso storico che è, insieme, senso del “senza tempo” e del temporale, tanto quanto del temporale e del “senza tempo” è ciò che fa uno scrittore tradizionale. Ed è, egualmente, ciò che fa uno scrittore proprio acutamente consapevole del suo posto nel tempo, della sua contemporaneità. Nessun poeta, nessun artista di nessuna arte ha da solo il suo pieno senso. Il suo significato, il giudizio che gli compete è il giudizio delle sue relazioni con i poeti, con gli artisti morti.
[…]
L’onestà critica e il giudizio sensibile si dirigono non verso il poeta, ma verso la poesia. Se badiamo alle grida confuse della critica dei quotidiani e agli echi della voce popolare che le ripete, udiremo nomi di poeti in gran numero; se non cerchiamo di conoscere il Libro Azzurro, ma le pure gioie della poesia, se chiediamo poesia, ne troveremo ben pochi.
[…]
Distrarre l’interesse dal poeta alla poesia è uno scopo lodevole perché ci potrebbe portare ad una più giusta stima della vera poesia, buona o cattiva. Ci sono molti che apprezzano l’espressione in versi di una sincera emozione, e ce ne sono un numero più piccolo che possono apprezzare l’eccellenza tecnica. ma ben pochi sanno intendere quando ci sia espressione di emozione “significativa”, emozione che ha la sua vita nella poesia e non nella storia personale del poeta. L’emozione dell’arte è impersonale. E il poeta non può raggiungere questa impersonalità senza arrendersi interamente all’opera che deve esser fatta.

Il Condominio, almeno nelle intenzioni, è sostanzialmente una critica alla situazione delle relazioni sociali, della solitudine, delle separazioni, dell’amore/non amore, o amore superficiale, e del sesso come elemento al posto dell’amore, attraverso il racconto/osservazione di personaggi immaginari che hanno tutti, chi più chi meno, una dichiarazione d’impossibilità. È una dichiarazione di impoeticità della vita attraverso una poesia che non può essere poesia, o lo vuole essere proprio in virtù del suo non esserlo. Come i personaggi raccontati che spesso dichiarano fin dal principio la propria inesistenza o impossibilità d’essere.

Olga ad esempio non esiste, e il sapere che non esiste la fa esistere (pare paradossale ma la nostra identità, o ricerca di identità, nei social ha questa dinamica). Giulia è solo una foto lasciata nell’atrio del Condominio. Silvio è già morto cadendo dalla scala antincendio (Silvio ha vissuto cinque anni / o poco meno prima di cadere / dalla scala antincendio che non c’era). Aldo se ne è già andato da tempo (Aldo ha vissuto in Condominio / solo qualche giorno ma / lo ricordo ancora bene). Degli altri personaggi i riferimenti alla loro impossibilità sono un poco spariti nell’editing perché non consideravo la cosa più così importante.

I riferimenti letterari più fondamentali sono l’Antologia di Spoon River, il testo della canzone degli Eagles Hotel California, la Terra desolata di Eliot, La noia di Moravia e un po’ tutta l’opera di Kundera. Gli altri li ho detti man mano nelle poesie qui sotto. Poi c’è chi ci vede George Perec, ma devo ammettere di non conoscerlo per cui non è un mio riferimento.

Per la Terra desolata in particolar modo mi colpisce il passo in cui si decostruisce, culturalmente, l’amore verso un sesso sociale e obbligatorio, che nel Condominio diventa un’auto obbligo. Qui il passo di Eliot:

Ma
0 0 0 0 that Shakespeherian Rag…
Così elegante
Così intelligente
“Che farò ora? Che farò?”
“Uscirò fuori così come sono, camminerò per la strada
“Coi miei capelli sciolti, così. Cosa faremo domani?
“Cosa faremo mai?”
L’acqua calda alle dieci.
E se piove, un’automobile chiusa alle quattro.
E giocheremo una partita a scacchi,
Premendoci gli occhi senza palpebre, in attesa che bussino alla porta.
 
Quando il marito di Lil venne smobilitato, dissi –
Non avevo peli sulla lingua, glielo dissi io stessa,
SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE
Ora che Albert ritorna, rimettiti un po’ in ghingheri.
Vorrà sapere cosa ne hai fatto dei soldi che ti diede
Per farti rimettere i denti. Te li diede, ero presente.
Fatteli togliere tutti, Lil, e comprati una bella dentiera,
Lui disse, lo giuro, non ti posso vedere così.
E io nemmeno, dissi, e pensa a quel povero Albert,
È stato sotto le armi per quattro anni, si vorrà un po’ divertire,
Se non lo farai tu ce ne saranno altre, dissi.
Oh è così, disse lei. Qualcosa del genere, dissi.
Allora saprò chi ringraziare, disse, e mi guardò fissa negli occhi.
SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE
Se non ne sei convinta seguita pure, dissi.
Ce ne sono altre che sanno decidere e scegliere se non puoi farlo tu.
Ma se Albert si sgancia non potrai dire di non essere stata avvisata.
Ti dovresti vergognare, dissi, di sembrare una mummia.
(E ha solo trentun anni.)
Non ci posso far niente, disse lei, mettendo un muso lungo,
Son quelle pillole che ho preso per abortire, disse.
(Ne aveva avuti già cinque, ed era quasi morta per il piccolo George.)
Il farmacista disse che sarebbe andato tutto bene, ma non sono più stata la stessa.
Sei davvero una stupida, dissi.
Bene, se Albert non ti lascia in pace, ecco qui, dissi,
Cosa ti sei sposata a fare, se non vuoi bambini?
SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE
Bene, quella domenica che Albert tornò a casa, avevano uno zampone bollito,
E mi invitarono a cena, per farmelo mangiare bello caldo –
SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE
SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE
Buonanotte Bill. Buonanotte Lou. Buonanotte May, Buonanotte.
Ciao. ‘Notte. ‘Notte.
Buonanotte signore, buonanotte, dolci signore, buonanotte, buonanotte.

Per La noia di Moravia c’è da dire che il filone esistenzialista della narrativa italiana aveva già esplorato negli anni 60 le difficoltà di relazione tra uomo e donna, il sesso appunto utilizzato come alienazione, distanza (come in Kundera, ne scrivo tra poco). Riproporre oggi questo argomento non vuole essere un ritorno a vecchi temi quanto un cercare di capire quanto ormai siano vecchi per noi. Cioè quanto ormai li consideriamo normali, e li soffriamo.

Per Kundera non posso definire un libro particolare a cui fare riferimento. Un po’ in tutti il sesso viene utilizzato come alienazione, allontanamento. I personaggi fanno sesso ma non ci sono realmente con la mente e Kundera continua a ripetere la medesima scena come esempio del suo esilio (lui infatti è un esiliato credo politico, e porta nella società, tra i personaggi, il suo malessere, come d’altronde ha fatto Dante nella Divina Commedia). Metto un estratto da La festa dell’insignificanza per spiegare il concetto di sesso come distanza, alienazione:

Nello stesso istante, all’altro capo di Parigi, una bella donna si svegliava nel suo letto. Anche lei aveva sentito un suono forte e secco come un pugno sul tavolo; dietro agli occhi chiusi, il ricordo dei sogni era ancora vivo; sveglia a metà, rammentava che erano sogni erotici; il loro aspetto concreto si era già dissipato, ma si sentiva di buonumore, perchè quei sogni, senza essere affascinanti o indimenticabili, erano indubbiamente piacevoli. Poi udì: «È stato molto bello»; e solo allora aprì gli occhi e vide accanto alla porta un uomo, sul punto di andarsene. Quella voce era acuta, debole, esile, fragile, in tutto simile all’uomo stesso. Lo conosceva? Ma sì: se ne ricordava vagamente: un cocktail a casa di D’Ardelo dove c’era anche il vecchio Ramon che è innamorato di lei; per sfuggirgli, si era lasciata riaccompagnare da uno sconosciuto; ricordava che era molto gentile, così discreto, quasi invisibile, tanto che non riusciva neppure a rievocare il momento in cui si erano separati. Ma, mio Dio, si erano separati? «Davvero molto bello, Julie» ripetè lui sulla porta e lei si disse, lievemente stupita, che quell’uomo aveva certamente passato la notte nel suo stesso letto.

I testi sono 99, come i canti della Divina Commedia di Dante. Il che significa un desiderio, un’intenzione più che un’azione, di movimento salvifico (che però non c’è a causa di Rilke, lo vedremo poi). Più un prologo (come in Dante) in prosa che è di fatto un suggerimento di Cucchi ma è anche un mio vecchio desiderio di copiare l’inizio della Terra desolata di Eliot.

Il continuo uso di ripetizioni di versi (ad esempio: La ragazza di nome Olga che inizia quasi tutti i versi del personaggio) viene da una parte dall’Eliot che ho citato sopra (SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE) ma soprattutto dall’uso di Poe del verso Quoth the Raven: Nevermore in The Raven, dove la ripetizione è solo apparente perché di fatto il significato di quel nevermore cambia continuamente.

Devo ammettere che il Condominio non mi piace moltissimo, anche se al momento è la cosa migliore che ho scritto. È la migliore per il fatto che non parlo più di me stesso, la facile autobiografia è superata a favore di un’osservazione della società. Ma non mi piace perché il messaggio è in qualche modo negativo, pessimista. Tutti i personaggi sono soli non perché vogliono essere soli, la loro domanda d’umanità è paradossalmente giusta, ma si interrompe nell’essere appunto solo domanda. Nessuno risponde. E se tutti domandano e pretendono per se stessi non c’è più nessuno che risponde per cui sono tutti personaggi che parlano da soli. Tutti chiedono amore ma nessuno lo da. Con il risultato di una non esistenza delle relazioni e dell’umanità.

Anche in questo caso la letteratura ha già dato esempi che avevo bene in mente. Da Kierkegaard che si ferma alla possibilità delle cose e non le attua, a Buzzati che in quello straordinario libro che è Il deserto dei Tartari disegna appunto l’attesa del protagonista dei nemici, per decenni, senza mai vederli arrivare. E quando arrivano lui è ormai troppo vecchio e non può combattere, quindi non ha la gloria della battaglia. Un’altra domanda che non ha avuto risposta, o quando l’ha avuta era ormai troppo tardi.

Insomma un libro senza speranza umana, cosa che in futuro vorrei non ripetere.

Di seguito le note private, del Condominio.

 

OLGA

 

La ragazza di nome Olga
è una ragazza che non conosco,
né me ne sono mai innamorato.
Ma se me la immagino la penso
con la pelle bianca come i capelli
di mio padre, e il seno grosso
– ma la memoria non fa vedere –
e con l’utero profondo
come il buio dentro un uomo.

 

Il personaggio di Olga nasce dal tuo racconto della donna immaginaria che tuo padre si era creata come interlocutrice. Olga come nome nasce dalla presenza della O iniziale che voleva fare assonanza con Histoire d’O di Pauline Réage di cui ne Il colore dell’acqua avevo già ripreso la dinamica sentimentale/sadomasochista. Qui volevo costruire un personaggio totalmente immaginario seguendo (in maniera molto rozza) la scansione del Canzoniere di Petrarca (nel primo testo si giustifica l’opera, si dichiara tutto, poi si scrive della presenza del personaggio femminile, poi della sua assenza). Non avevo idea che avrei continuato per cui Olga ha una sua compiutezza diversa dagli altri personaggi. È un racconto che punta a esplorare il confine tra esistenza e inesistenza che ricalca il rapporto reale/virtuale che abbiamo oggi. Dove rendiamo reali cose totalmente inesistenti. All’inizio Olga, ne Il colore dell’acqua, aveva sfumature molto più erotiche che nel Condominio ha perso appunto perché le intenzioni sono diverse. Ne Il colore dell’acqua volevo costruire una storia d’amore con un personaggio immaginario e inesistente, consapevolmente inesistente, come dichiarazione di impossibilità dei sentimenti umani. Nel Condominio Olga è diventata il primo personaggio non tanto esemplificativo di una critica personale, quanto esemplificativo della difficoltà delle relazioni umane, delle comunicazioni umane, in genere. Per cui è diventata più sociale e meno erotica. Nella forma Olga nasce come imitazione del poemetto La ragazza Carla di Pagliarani (che viene citata: Ieri si chiamava Olga, domani, Carla). Metto alcuni passi del poemetto di Pagliarani:

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
 
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.
 
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
 
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
 
Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
                  o fa contatto
                                  o prende la tangente
allora la burrasca
                periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
 
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.
 
[…]
 
La madre fa pantofole, e adesso che Nerina ha suo marito
c’è Carla che l’aiuta: infila l’ago, taglia le pezze
fa disegni buffi, un fiocco rosso
in cima, un nastrino di seta
                che non vanno
chi compera pantofole dalle Dondi
non ha civetterie: le vecchie vogliono le prove,
e pantofole calde, pagamento più tardi che si può
 
due anni che una signora Ernani ha da pagare
le sue trecento lire, e puzza di liquori
 
le giovani sposate sono sceme, alle cose gentili non ci vogliono
nemmeno un po’ di bene, anzi le guardano con rabbia
man mano che col tempo si dimenticano
d’esser state ragazze da marito
 
Qui non si nega che si possa
morire un giorno con un fiocco al collo
uno scialle di seta vivacissimo,
ma è proprio questo: che se torna il nastro
è segno che la donna ecco è già stanca
spremuta tutta, fatta parassita
estranea ai fornelli straniera alla vita
ai calzoni, che pendono in giro frusti
in attesa del ferro da stiro.
 
[…]
 
Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo
 
Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? transocean limited
qui tutto il mondo
               è certo che sarà orgogliosa.
 
Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
 
ufficio a ufficio b ufficio c
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
         adesso che lavori ne hai diritto
                                  molto di più.
 
S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
                ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
 
Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.
 
[…]
 
All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
transocean limited import export company
le nove di mattina al 3 febbraio.
 
La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
 
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
 
Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
                          è questa che decide
e son dei loro
                 non c’è altro da dire.
 
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
 
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
 
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?
 
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

Poi l’altra / notte l’ho sentita urlare / appesa alle mani del compagno – indica un rapporto sessuale, non una violenza. Olga è un personaggio molto kunderiano (da Milan Kundera, ne ho scritto prima) quindi in quest’ottica l’ho immaginata.

quando prega Dio con le ginocchia – indica un rapporto orale ma con una sfumatura alla De Sade, almeno nell’interpretazione blasfema.

La ragazza di nome Olga / è innamorata in modo abomibevole – citazione da L’amante di Marguerite Duras.

Dice che è solo, atrocemente solo con quel suo amore per lei. Anche lei gli dice che è sola. Non dice con che cosa. Lui dice: mi hai seguito fino a qui come avresti seguito chiunque. Lei risponde che non può saperlo, che prima d’ora non aveva mai seguito nessuno in una camera. Gli dice di non parlare, di fare come fa di solito con le donne che porta nella sua garçonnière. Lo supplica di fare nello stesso modo. Le toglie il vestito e lo getta lontano, le strappa di dosso le mutandine di cotone bianco e la porta così nuda sul letto. Poi si gira dall’altra parte e piange. E lei, calma, paziente, lo tira verso di sé e comincia a spogliarlo. A occhi chiusi, lentamente. Lui vorrebbe aiutarla. Lei gli chiede di non muoversi. Lasciami. Dice che vuol farlo lei. Lo fa. Lo spoglia. Lui si limita a spostarsi un po’ nel letto quando lei glielo chiede, ma appena, delicatamente, come per non svegliarla. La pelle è sontuosamente morbida. Il corpo, un corpo magro, senza forza, senza muscoli, come dopo una malattia, convalescente, imberbe, senza virilità se non quella del sesso, è debole, disarmato, sofferente. Lei non lo guarda in viso. Non lo guarda affatto, lo tocca, tocca la pelle liscia del sesso, il corpo dorato, la sconosciuta novità. Lui geme, piange. È innamorato in modo abominevole. Lei, piangendo, lo fa. Prima c’è il dolore. Poi quel dolore viene sopraffatto, trasformato, strappato via lentamente, portato verso il piacere, avviluppato a esso. Il mare, sconfinato, semplicemente incomparabile.

 

CARLO

 

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. È
introverso quanto basta
a gridare di notte – perché
tutto ciò che è trattenuto
prima o poi esplode –. Butta
le immondizie, la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

In Carlo è un ragazzo che beve troppo si vorrebbe rievocare la stanza di Kafka ne La metamorfosi.

E grida di un’animale di gabbia / che non sa come uscire dalla vita – sempre Kafka ma liberamente interpretato.

 

ANNA

 

Anna è la ragazza che vive
all’altro lato del corridoio
e come una poesia di Momi
prende la vita con i gomiti
che le braccia le ha legate
dietro la porta, tra lo stipite
di ieri e le costole di oggi.
Anna ha un amore
sconfinato per se stessa.

 

Anna è la ragazza che vive / all’altro lato del corridoio / e come una poesia di Momi – la poesia originaria: Ti prenderò / amore mio / con i gomiti. // Chè le mie mani / sono fisse / dietro la nuca. // Poiché mi stanno / ancora / fucilando di Mario Momi, Dai giorni neri (Società artistico letteraria, Trieste 1976).

si senta simile alla stagione / di Neruda quando / per entrare dentro i frutti / deve frapporre una distanza – qui si fa riferimento alla poesia Il bacio di Neruda ma invertendone il significato. Neruda lo coglie come un avvicinamento, un’esplosione d’amore fisico, qui lo si trasforma in distanza sottolineando la separazione appunto capovolgendo il significato di Neruda (in quanto Neruda si riferisce a due amanti, Anna è sola).

Ti manderò un bacio con il vento
e so che lo sentirai,
ti volterai senza vedermi ma io sarò li
Siamo fatti della stessa materia
di cui sono fatti i sogni
Vorrei essere una nuvola bianca
in un cielo infinito
per seguirti ovunque e amarti ogni istante
Se sei un sogno non svegliarmi
Vorrei vivere nel tuo respiro
Mentre ti guardo muoio per te
Il tuo sogno sarà di sognare me
Ti amo perché ti vedo riflessa
in tutto quello che c’è di bello
Dimmi dove sei stanotte
ancora nei miei sogni?
Ho sentito una carezza sul viso
arrivare fino al cuore
Vorrei arrivare fino al cielo
e con i raggi del sole scriverti ti amo
Vorrei che il vento soffiasse ogni giorno
tra i tuoi capelli,
per poter sentire anche da lontano
il tuo profumo!
Vorrei fare con te quello
che la primavera fa con i ciliegi.

Vibra qualcosa fra i capelli / passa mezz’ora nello specchio – riferimento che vorrebbe essere grottesco di un sex toy che mescola il suo uso al narcisismo di Anna che considera importanti solo i due elementi suggeriti: il suo piacere solitario e la cura della sua bellezza.

con lo sguardo di chi sa che il cane / segue sempre il suo padrone – l’ultimo verso è una frase attribuita alla moglie di Mussolini quando le hanno chiesto di scappare per salvarsi. Lei ha risposto in questo modo per sottolineare la sua fedeltà nei confronti del marito fino alla morte.

Li ha messi in fila contro / il muro, come rappresaglia – abitudine dei fascisti contro i partigiani. 1 morto fascista voleva dire 10 morti civili. Quando i partigiani uccidevano un fascista loro mettevano di fronte a un muro 10 persone a caso e le fucilavano.

 

GIULIA

 

Giulia è la ragazza che vive
all’ultimo piano del Condominio
e la incontro solo quando
Venere passa sopra Marte
e la Luna è nel loro opposto
e l’ascensore non funziona come
quando ci si deve incontrare
nella vita ma non si riesce.

 

Venere passa sopra Marte / e la Luna è nel loro opposto – situazione impossibile che denota l’impossibilità del personaggio.

Non ho mai parlato con Giulia / per cui questa è tutta un’invenzione – come dichiarato in Olga i personaggi non solo non esistono, ma sono impossibili. La critica vuol essere alle cose dannose che continuiamo a voler credere positive. Il riferimento di questa posizione è fondamentalmente il libro Essere o avere di Fromm dove si spiega quanto l’istinto di sopravvivenza si sia ormai attenuato in virtù della lentezza delle cose dannose che facciamo o prendiamo. Cioè ci facciamo del male sapendo di farcelo perché le conseguenze non sono immediatamente visibili.

Risponderebbe, ne sono certo, / che è così troppo impegnata / e si metterebbe ancora un po’ / di mascara e direbbe «fa un freddo / becco, che non si può riempire»Un freddo becco, modo di dire per un freddo intenso, che ti entra nelle ossa.

 

SILVIO

 

Silvio è il ragazzo che ha vissuto
per diversi anni nel locale
accanto al mio, dal 23 giugno
al 26 febbraio dell’anno del Signore
in cui nemmeno crede. Silvio
ha abitato da solo e ospitato
amici e suo fratello per un tempo
esausto quanto un vuoto.

 

gli ha risposto che non poteva / perché doveva scrivere poesie – tutto il Condominio, oltre ad essere una critica alle relazioni umane e alla solitudine sociale in cui siamo, è anche una continua critica alla poesia (che nella forma diventa un racconto che va a capo, come appunto mi è stato giustamente criticato) – vedi Silvio amava leggere poesie.

e scorpioni e scarafaggi quasi / da chiamare la disinfestazione – altro riferimento a Kafka, o meglio al suo essere alienato. A trovarsi di fronte alla realtà come un diverso e soffrirne, ma grazie a questo capirne le assurdità sociali e relazionali.

 

LA RAGAZZA DEL SECONDO PIANO

 

Io sono la ragazza che vive
appena accanto al glicine
che sta di fronte al Condominio.
Secondo appartamento di destra
dopo la curva del corridoio.
Uno di quelli dimenticati
anche dalla donna delle pulizie.

 

La ragazza del secondo piano è l’ultimo inserimento, è un tentativo di cambiare prospettiva per evitare d’essere accusato di misoginia (eccessiva critica alle donne).

come una primavera alle porte – come prima il riferimento è la poesia Il bacio di Neruda, che qui viene vista dal personaggio femminile come un qualcosa di positivo, di vicino.

e faccio l’amore con il niente – qui mi si può ben accusare di misoginia. Un po’ tutti i personaggi femminili del Condominio sono dediti alla masturbazione come eliminazione del valore e dell’utilità dell’uomo (di contro i personaggi maschili sono quasi tutti ubriaconi e tendenzialmente suicidi – insomma ho cercato di disegnare le conseguenze della solitudine nei due generi).

come un angelo / tu mi appari – citazione da Saffo, volutamente errata per sottolineare l’ignoranza e la superficialità dell’uomo che è interessato solo a portare a letto la ragazza, e ci prova facendo l’intellettuale. La situazione grottesca consiste nel fatto che lei è la prima che lo ha accolto in casa per portarlo a letto, quindi lui non avrebbe nemmeno bisogno di fare citazioni poetiche, ma facendole rende la situazione squallida. Anche in questo caso volevo suggerire un’aspra critica alla poesia. Di seguito la poesia di Saffo originale:

Simile a un dio mi sembra quell’uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza 
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell’erba; e poco lontana mi sento
dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…

A volte il male quando arriva – citazione da Il male è nelle cose, un romanzo di Maurizio Cucchi dove il personaggio principale arriva a farsi del male senza rendersi conto del male che ha dentro, se non quando è troppo tardi. Un po’ come la storia della rana nell’acqua bollente.

 

ALBERTO

 

Alberto è l’anziano che vive
al primo piano del Condominio
nel corridoio di destra. Credo
abbia settantanni o poco più.
Ha occhi d’uomo
che ha vissuto, rughe lunghe,
un figlio che lo viene a trovare
poco e sempre la tv accesa.

 

che dice il suo amore per i limoni – credo chiaro riferimento alle abitudini siciliane, ma anche alla poesia di Montale, I limoni, in quanto il personaggio Alberto è l’unico che abbia un po’ di saggezza e tale poesia sottolinea il valore dell’esperienza contro una facile conoscenza superficiale delle cose (appunto i poeti laureati). Di seguito la poesia.

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
 
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
 
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
 
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Risponde / che “donna è l’oscura nobiltà / del mondo” citando versi / che non pensavo conoscesse – da E la tô vous di là da la pareit e dal timp / “Ce êse una femina, fîis?” / A é la scura nobiltât dal mont, Maa / il sio timp clâr che clâr al ven (E la tua voce al di là del tempo / “Che cos’è una donna, figlie?” / È l’oscura nobiltà del mondo, Maa / il suo tempo chiaro che chiaro viene) di Ida Vallerugo, Maa Onda ( I quaderni del Menocchio, Meduno 1997).

Quel che più conta,/ sarai un uomo, figlio mio. Per Alberto / a un certo punto della vita / non siamo più figli di nessuno – da And – which is more – you’ll be a Man, my son! – appunto Rudyard Kipling, da If (1895).

Oggi ho raccontato ad Alberto / d’essermi innamorato d’una tosaTosa, ragazza in dialetto veneto dalla parte se non erro padovana.

 

ALINA

 

Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì mattina
e scambia due parole con
l’amministratore di Condominio
alle nove e quaranta, nove
e cinquanta, circa – quando lui
esce a fare la spesa – come
fosse una parte del lavoro,
una buona educazione.

 

e il viaggio in Italia con il guaio / della macchia rossa sul sedile – mestruazioni.

 

ALDO

 

Aldo ha vissuto in Condominio
solo qualche giorno ma
lo ricordo ancora bene. I
capelli bianchi da dottore
o ingegnere, lo sguardo fiero
e le scarpe ben pulite
come una seconda giovinezza.
E il macchinone grande di chi
è appena stato buttato fuori casa.

 

E il macchinone grande di chi – negli anni 80/90 avere il macchinone, la macchina grande, era sinonimo di ricchezza, o meglio era un modo di ostentare una ricchezza che magari nemmeno c’era, ma la si doveva mostrare.

Siamo tutti prodotti da / supermercato, oggetti da cambiare – citazione da Bauman Amore liquido. Di seguito il pezzo di Bauman:

Nella sua radicalizzata, condensata e soprattutto più compatta reincarnazione sotto forma di voglia, il desiderio ha perso gran parte dei suoi fastidiosi attributi e si è concentrato maggiormente sul proprio obiettivo. Quando è pilotata dalla voglia, la relazione fra due persone segue il modello dello shopping e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto. Al pari di altri prodotti di consumo, è fatta per essere consumata sul posto (non richiede addestramento ulteriore) e può essere usata una sola volta e con ogni riserva. Innanzitutto e perlopiù la sua essenza è quella di potersene disfare senza problemi. Se ritenute scadenti e non di piena soddisfazione le merci possono essere sostituite”.

 

E si è voltata dall’altra parte – inizialmente il verso era legato a una citazione da Rilke, che la spiega, poi ho lasciato solo il verso in quanto la citazione in qualche modo salvava l’umanità possibile tra i due personaggi, appunto in virtù del mito, così invece sembra più definitivo e reale. Di seguito il testo Orfeo ed Euridice di Rilke con in grassetto la citazione a cui faccio riferimento:

Era la prodigiosa miniera delle anime.
Come vene d’argento silenziose
scorrevano il suo buio. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini
e greve come porfido appariva nel buio.
Di rosso altro non c’era.
 
Rupi c’erano,
selve incorporee e ponti sul vuoto
e quell’enorme, grigio, cieco stagno,
sospeso sopra il suo lontano fondo
come cielo piovoso su un paesaggio.
E in mezzo a prati miti di pazienza,
pallida striscia, un unico sentiero era visibile
come una lunga tela distesa ad imbiancare.
 
E per quest’unico sentiero essi venivano.
 
In testa l’uomo snello in manto azzurro,
guardando innanzi muto e impaziente
divorava la strada col suo passo
a grandi morsi senza masticarla. Gravi, chiuse,
dalle pieghe del manto pendevano le mani,
dimenticata ormai la lieve lira
ch’era incarnata nella sua sinistra
come tralci di rosa nel ramo dell’ulivo.
Ed i suoi sensi erano in due divisi:
mentre l’occhio in avanti correva come un cane,
tornava ed ogni volta nuovamente lontano
alla prossima svolta era ad attenderlo –
l’udito gli restava – come un odore – indietro.
Talora gli sembrava di percepire il passo
degli altri due viandanti che dovevano
seguirlo fino al colmo dell’ascesa.
Poi nient’altro che l’eco del suo ascendere
dietro di lui e il vento del suo manto.
E tuttavia venivano, si disse
a voce alta, e udì perdersi la voce.
Venivano, gli parve, ma con passo inudibile,
i due. Se per un attimo
gli fosse dato volgersi (se il volgersi a guardare
non fosse la rovina dell’intera sua opera
prima del compimento) li vedrebbe
i silenziosi due che lo seguivano:
 
il dio dei viandanti e del messaggio
lontano, sopra gli occhi chiari il pètaso,
lo snello caducèo proteso innanzi,
e alle caviglie il battito dell’ali;
e affidata alla sua sinistra: lei.
 
La Tanto-amata che un’unica lira
la pianse più che schiera di prèfiche nel tempo,
e dal lamento un mondo nuovo nacque,
ove ancora una volta tutto c’era: selva, valle,
paesi, vie, e campi, e fiumi e belve;
e intorno a questo mondo del lamento
come intorno ad un’altra terra, un sole
ed un cielo stellato taciti si volgevano,
un cielo del lamento pieno di astri stravolti -:
Lei, la Tanto-amata.
 
Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei,
né alla via che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come d’oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile.
Ella era in una verginità nuova
ed intangibile. Il suo sesso chiuso
come un giovane fiore sulla sera,
e le sue mani erano così immemori
di nozze che anche il dio che la guidava
col suo tocco infinitamente lieve,
come un contatto troppo familiare l’offendeva.
 
E non era più lei la bionda donna
che echeggiava talvolta nei canti del poeta,
isola profumata in mezzo all’ampio letto;
né più gli apparteneva.
 
Come una lunga chioma era già sciolta,
come pioggia caduta era diffusa,
come un raccolto in mille era divisa.
 
Ormai era radice.
 
E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?

 
Ma in lontananza – oscuro contro la soglia chiara –
qualcuno in volto non riconoscibile
immobile guardava
la striscia di sentiero in mezzo ai prati
dove il dio messaggero, l’occhio afflitto,
si voltava in silenzio seguendo la figura
che per la via di prima già tornava,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza.

 
 

Le prime versioni del Condominio


 
 
 
 

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