Marina Abramović e Barcolana50


 

In questi giorni abbiamo visto accadere una polemica attorno al manifesto della Barcolana di Trieste (di Marina Abramović). L’Amministrazione Comunale, attraverso la voce del vicesindaco Paolo Polidori, ne ha infatti aspramente criticato il messaggio più o meno sottointeso: Inaccettabile, di pessimo gusto, immorale che si faccia propaganda politica con una manifestazione, la Barcolana, che appartiene a tutta la città. E parlando con Repubblica: quel manifesto deve sparire. Via dai pieghevoli, dagli inviti e dalle brochure ufficiali. Proibito: a Trieste e nel resto del mondo […] con gli organizzatori sono stato chiaro: o sparisce quell’orrore, o salta la convenzione con il Comune. Significa stop a 30 mila euro di finanziamenti, Frecce Tricolori, permessi per l’occupazione del suolo pubblico, sicurezza.

Prima di affrontare l’argomento vorrei però chiarire i termini della questione attraverso la definizione dei soggetti coinvolti:

La Barcolana è una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di ottobre. Nota per essere una delle regate con più alta partecipazione, dall’edizione 2017 si pone in vetta nella classifica delle regate più affollate al mondo con 2101 imbarcazioni iscritte. La particolare formula che la contraddistingue la rende un evento unico nel panorama velico internazionale: su una singola linea di partenza infatti si ritrovano a gareggiare fianco a fianco velisti professionisti e semplici appassionati, su imbarcazioni di varie dimensioni che vengono suddivise in categorie a seconda della lunghezza. Nata nel 1969 per iniziativa della Società Velica di Barcola e Grignano, deve il suo nome completo di Regata Coppa d’Autunno Barcolana al fatto che da sempre si tiene nella seconda domenica di ottobre, a conclusione della stagione del circolo velico. Alla prima edizione parteciparono 51 imbarcazioni, tutte di circoli velici triestini, ma anno dopo anno la popolarità di questo evento è cresciuta fino a coinvolgere equipaggi internazionali con velisti di caratura mondiale. La regata si svolge su un percorso di circa 15 miglia a vertici fissi, un quadrilatero con linea di partenza fissata tra il Castello di Miramare e la sede della Società Velica di Barcola e Grignano e la linea di arrivo che, per la prima volta nel 2014, è stata collocata nel tratto di mare di fronte a Piazza Unità d’Italia. Il percorso nel corso degli anni ha subito diverse modifiche, e per molti anni ha avuto una boa collocata in acque slovene. La Barcolana è un evento che coinvolge non solo i velisti ma l’intera città attraendo turisti anche dall’estero. Ogni anno vi prendono parte circa 25mila velisti mentre il pubblico arriva ad oltre 250mila persone che seguono la regata sia dalle Rive di Trieste che dalle alture del Carso. La particolare conformazione del territorio attorno al Golfo di Trieste permette infatti di osservare la gara da moltissimi punti di osservazione, in quello che è di fatto uno stadio della vela naturale.

Marina Abramović nasce nel 1946 a Belgrado. I genitori partecipano alla seconda guerra mondiale sul fronte partigiano diventando al termine del conflitto persone importanti nella società (il padre viene dichiarato eroe nazionale). A 14 anni Marina si avvicina al mondo artistico con un episodio quanto mai singolare: la ragazza chiede a suo padre dei colori e quest’ultimo si presenta con un suo amico. Il conoscente, arrivato con una tela, comincia a tagliuzziarla e successivamente ci versa sopra diversi oggetti. Al termine della composizione mette un fiammifero al centro della scena e lo accende intitolando il suo lavoro come un tramonto. Dopo quel particolare evento Marina prosegue negli studi del percorso artistico e così dal 1965 al 1972 comincia a frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Belgrado. Terminati gli studi diventa insegnante presso un’altra accademia, e nello stesso tempo si propone come partecipante attiva al mondo dell’arte contemporanea realizzando le prime performance: in Rhythm 10 del 1973, ad esempio, si concentra sull’importanza dei gesti.

In questa si serve di venti coltelli e due registratori: fa scorrere una delle lame tra le dita della sua mano e, quando si taglia, prende un altro coltello e lascia il registratore attivo. Successivamente fa ripartire la registrazione e cerca di replicare la medesima situazione con gli stessi gesti, tentando di sbagliare nello stesso, esatto momento. Nel 1976, proseguendo nella carriera artistica, si trasferisce ad Amsterdam e intreccia una relazione sentimentale con Uwe Laysiepen (in arte Ulay), un artista tedesco. La loro relazione si estende anche al piano professionale e insieme realizzano innumerevoli performance. Nel 1988 la loro relazione finisce e decidono di chiudere il rapporto con una lunga camminata sulla Muraglia Cinese. Tra le opere più celebri di Marina Abramović c’è la serie di performance dal titolo Rhythm o la serie Freeing The Body, Freeing The Memory, Freeing The Voice, messe in atto negli anni Settanta. In particolare la serie Rhythm colpì per le violenze che l’artista infliggeva a sé stessa per portare il suo corpo all’estremo limite fisico. Emblematico è il caso della performance Rhythm 5 (1975) durante la quale la Abramović rischiò la vita. L’artista si era infatti distesa al centro di una stella a cinque punte in legno, posizionata al centro di una stanza e che era stata data alle fiamme. In quella prigione di fuoco però l’aria divenne presto irrespirabile e l’artista perse conoscenza. Per fortuna gli astanti si accorsero del problema e la soccorsero.

Ancor più scalpore destò la performance Rhythm 0, tenutasi a Napoli nel 1974. In quel caso l’artista si era collocata in piedi al centro di una stanza in cui erano presenti vari oggetti (coltelli, piume, corde, forbici e persino una pistola) e fu detto agli spettatori che per sei ore sarebbe rimasta immobile come un oggetto e ognuno avrebbe potuto fare di quel corpo ciò che desiderava, impunemente. Dopo un paio di ore di titubanza gli spettatori iniziarono ad accanirsi sull’artista in modo violento e incontrollato: le tagliarono i vestiti, le tagliuzzarono la pelle con una lametta, fino a puntarle contro la pistola. Si formarono tre fazioni: c’era chi osservava, chi si accaniva, di criticava quanti si accanivano. Gli uomini più delle donne, le quali spesso si limitavano a suggerire quali azioni compiere sul corpo della Abramović. A un certo punto nacque un’accesa discussione tra le diverse parti che rischiò di sfociare in una rissa. La performance, tutto sommato, aveva funzionato. Aveva mostrato il peggio degli esseri umani che, se sicuri dell’impunità, sono capaci di dare sfogo alle peggiori fantasie sadiche. L’opera della Abramović però si concludeva con una flebile speranza. Qualcuno, alla fine, aveva reagito.

Una delle opere più celebri di Marina Abramović è Balkan Baroque, presentata alla Biennale di Venezia nel 1997. In questa performance l’artista è seduta in una cantina piena di ossa bovine insanguinate e maleodoranti, che lei pulisce incessantemente per giorni dal sangue e dai vermi, cantando litanie e lamenti. L’opera, che faceva esplicito riferimento agli orrori perpetuati nella guerra dei Balcani (all’epoca in corso), venne premiata con il Leone D’Oro. Altra celebre performance di Marina Abramović è The artist is present, al Moma di New York nel 2010. La performance è durata tre mesi durante i quali l’artista, vestita di un ampio abito, si è seduta ad un tavolo di fronte al quale era stata posta un sedia vuota. Su quella sedia poteva sedersi chiunque per fissarla negli occhi. Circa 750 persone hanno preso posto di fronte a lei, lasciandola impassibile, fino a quando non le è arrivato un uomo dai capelli e dalla barba bianchi. L’artista lo ha osservato poi, con le lacrime agli occhi, gli ha stretto le mani. Quell’uomo era Ulay, ventitré anni dopo il loro addio.

Altra performance particolarmente impressionante della Abramović è quella che prevede l’uso di sangue di maiale (che somiglia di più al sangue umano) mescolaro con urina e altro per farne una vernice con cui si scrive sul muro scritte come: Mescola latte fresco di donna con sperma fresco, Urina fresca del mattino spruzzata sugli incubi notturni, o anche con un coltello affilato taglia in profondità il tuo dito medio e mangia il dolore, eccetera. O cene nelle quali si simula un atto di cannibalismo attingendo da una vasca con un uomo immerso nel sangue.

Paolo Polidori (1964, laurea in economica, leghista) viene nominato vicesindaco di Trieste da Roberto Dipiazza il 29 maggio 2018. Già assessore alla Polizia locale, Sicurezza e Protezione civile, Grandi eventi e Famiglia, Paolo Polidori subentra a Pierpaolo Roberti che ha lasciato l’esecutivo comunale per entrare a far parte nella giunta regionale del Friuli Venezia Giulia guidata da Massimiliano Fedriga. La nomina supera un impasse dovuta allo stop di Forza Italia che aveva chiesto al sindaco Dipiazza di prendersi una pausa di riflessione prima di nominare vicesindaco un leghista. Una protesta nata come rappresaglia per la scelta di Alessia Rosolen al posto di Angela Brandi come assessore regionale al Lavoro.

Il manifesto incriminato (Barcolana50) è stato proposto dal direttore creativo di illycaffè, Carlo Bach, realizzato a febbraio a Milano da Marina Abramović e prodotto dall’art director di Barcolana Matteo Bartoli (Basiq), che ha associato l’immagine proposta dall’artista all’elemento grafico che rappresenta la regata e che, in occasione della 50esima edizione, evolverà in uno speciale gran pavese, il carosello di bandiere tipico delle celebrazioni marinare, disegnato con i colori della Barcolana. Per celebrare un anniversario così importante abbiamo voluto coinvolgere Marina perché, oltre al forte e pluriennale legame di amicizia che la lega alla nostra azienda, è tra le interpreti più sensibili e attente del panorama artistico contemporaneo, spiega Andrea Illy, Presidente di illycaffè: Il manifesto ci ha permesso di uscire dagli schemi classici della comunicazione e sensibilizzare in modo delicato il pubblico delle grandi manifestazioni su temi importanti. Come Barcolana è nata da una piccola comunità che nel tempo si è allargata, così il suo manifesto parte da Trieste per diventare messaggio corale e universale per tutto il mondo. Il manifesto è sostanzialmente composto da una frase in una bandiera sventolata dalla stessa Marina Abramović. La frase è un modo di dire e il messaggio, spiega il comunicato ufficiale, è un appello alla sostenibilità. Il vestito di Marina Abramović, va detto, appare come un sincretismo tra anfibi militari e casacca maoista, mentre nel gesto della bandiera si possono intravedere/interpretare citazioni di Eugène Delacroix, Robert Capa e del primo uomo sulla Luna.

Il ritiro del manifesto è stato alla fine effettuato, come ha confermato Polidori stesso con un post su Facebook: il manifesto, che continuo a definire ’horrendum opus’, opera orribile nonché strumentalmente politica, come d’accordo non sarà presente sul territorio di Trieste, che è (utile rimarcarlo) limite della competenza di questa amministrazione!! Ritiro valido però solo per Trieste in quanto la comunicazione nazionale e internazionale di fatto rimane invariata. La questione ha creato un’importante polemica data dal fatto che una posizione politica ha di fatto censurato un’opera d’arte, mentre altri criticano le precedenti performance della Abramović svuotandola così di senso a fronte delle precedenti esperienze forti e discutibili.

Detto tutto questo vorrei far osservare, da buon amante di Trieste dove ogni due settimane, proprio dal termine della Barcolana all’estate seguente, mi reco per condurre assieme agli amici Federico Rossignoli e Sandro Pecchiari e sotto il logo della Samuele Editore il ciclo di poesia Una Scontrosa Grazia, che la consapevolezza del colore politico di Trieste nella cittadina è ben sentito, e che la critica al manifesto certo non risulta inaspettata. Direi anzi che il taglio del manifesto, sapendo anche la storia a monte dell’artista, è decisamente provocatorio e in fondo ha ottenuto quello che pensabilmente cercava: l’espressione di certe posizioni e lo scontro con esse.

Come? Di fatto mettendo all’angolo l’interlocutore attraverso le sue stesse prevedibili reazioni. Perché dire che siamo tutti uguali è una una verità sulla quale siamo tutti necessariamente d’accordo, e sulla quale ogni tanto ci piace creare hashtag e magliette rosse. Ma questo non basta più. Trovare qualcuno che arrivi a censurare il fatto che siamo tutti uguali cadendo nel giochino di un significato sottointeso, questa è tutta un’altra storia Ci troviamo di fronte a uno svelamento tanto guidato quanto eclatante.

Perché dobbiamo ammettere che il vicesindaco, che non conosco e non critico a prescindere perché non ho alcun interesse politico, ha ben dato la guancia. Ha portato avanti un’opposizione talmente rigida, eccessiva, chiusa dialetticamente da amplificare enormemente il probabile messaggio del manifesto. Perché, attenzione, stiamo parlando di un probabile messaggio, o di uno dei vari messaggi possibili. Una volta si diceva non uccidere il tuo nemico perché lo farai diventare un martire, e da morto sarà ancora più forte contro di te. Oggi lo abbiamo dimenticato.

Dobbiamo considerare che il manifesto è stato solo il primo step di una performance. La Abramović è partita dal manifesto per far emergere reazioni. D’altronde tutta la sua attività si è mossa all’interno di esse. Producendo reazioni che travalicano la consapevolezza comune e/o superficiale per sviscerare una realtà profonda, culturale e sociale. Anche attraverso eccessi spesso ampiamente discutibili. Questo manifesto e ciò che ne è conseguito sono stati una buona performance in cui il vicesindaco è stato un inconsapevole attore guidato dall’artista stessa. E nella quale lui è caduto, a dirla tutta, in maniera un po’ ingenua e superficiale.

Per quanto riguarda la distanza che si evince tra artista e opera, cosa che nel caso specifico non posso completamente approfondire in quanto non conosco l’artista così bene, direi che è auspicabile restare nell’ambito generale dove una buona esperienza ci consegna e ci insegna due o tre direttive fondamentali. Non mancano certo i poeti e gli artisti che hanno compiuto gesti decisamente esecrabili. Non per questo le loro opere vanno gettate via. L’uomo è l’incipit dell’opera e per capire a fondo le motivazioni dell’opera dobbiamo necessariamente studiare la biografia dell’uomo. Ma l’opera oltrepassa, supera l’uomo, viene consegnata ad altre persone come un figlio che nasce da un genitore ma poi acquisisce un’identità propria.

Ecco perché un’opera, tanto letteraria quanto artistica, se pur partendo da un contesto e da motivazioni discutibili riesce a diventare messaggio altro rispetto e a prescindere dalla sua genesi, va considerata per quel che è e per quel che è riuscita diventare: un messaggio. Negando questa apparentemente banale considerazione non potremmo in effetti più leggere Pasolini, Balzac, Poe, Baudelaire, certo Cioran e via dicendo.

Ecco perché di un’opera si legge, si studia, si conosce ma non si salva mai l’autore. Solo l’opera.

 
 

 
 

Autobiografia di Marina Abramović

 

All’inizio non mi rendevo conto del significato inconscio delle mie performance, di quanto fosse labile il confine tra lavoro e vita: l’ho capito solo invecchiando». A riconoscere di aver sempre messo a nudo la propria anima, oltre che il proprio corpo, davanti al pubblico di mezzo mondo, è l’artista che si è frustata a sangue fino a non sentire più le sferzate; ha urlato fino a perdere la voce; ha stuzzicato un pitone (finché a strisciar via non è stato lui). In Rythm 10, la sua prima performance, nel ‘73, spalancò una mano su un foglio bianco e, impugnando con l’altra un coltello, prese a colpire velocemente gli spazi tra un dito e l’altro: quando sbagliava il bersaglio, ferendosi, cambiava pugnale e via, tac-tac-tac-tac. In Balcan Baroque, con cui vinse il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del ‘97, rimase sei giorni seduta su una montagna di ossa putride, pulendole una per una, come a lavar via le atrocità della guerra nei suoi Balcani.

Marina Abramovic, pioniera della body art svettata dall’underground all’olimpo delle star, è fuggita dalla Belgrado di Tito senza mai liberarsi del suo passato plumbeo. La sua casa di campagna sull’Hudson, vicino a New York, da cui ora parla via Skype, è un cottage di legno a forma di stella, come il simbolo del comunismo. Come la stella in cui si è sdraiata nel ‘74 in Rythm 5 – testa, braccia e gambe nelle cinque punte – per poi farla incendiare (e perdere i sensi, perché le fiamme hanno divorato l’ossigeno). Come la stella che si è incisa sul ventre con un rasoio in Thomas Lips, per poi scudisciarsi e sdraiarsi sul ghiaccio…

Oggi quel passato tetro, minaccioso, che è stato storico ma anche familiare, esplode con forza nei ricordi di un’autobiografia che esce da Bompiani in occasione dei suoi 70 anni – li compie il 30 novembre – scritta con l’aiuto di James Kaplan, già biografo di Jerry Lewis e Frank Sinatra. Si intitola Attraversare i muri, perché «nel clima oppressivo della Jugoslavia postbellica, i veri comunisti dovevano saper superare ogni ostacolo con la loro fermezza» (parole sue, in un inglese dal forte accento slavo). «Perché a suon di botte e ceffoni mia madre mi ha addestrato a essere un soldato come lei, che dal dentista non voleva anestesia, quando si toglieva un dente».

Ed ecco 410 pagine di ossessione tutta Abramovic: il resto del mondo dell’arte compare poco o nulla nell’universo autoreferenziale della matriarca della performance. Ma ecco pure confessioni franche (ai limiti dell’esibizionismo), come quando racconta d’essere stata così disperata per i tradimenti di Ulay, già compagno di vita e di arte, da accettare di far l’amore a tre con la sua amante, soffrendone allo spasimo.

In fondo Attraversare i muri è l’ultima performance di Marina Abramovic, tra le più azzardate. Perché l’artista delle azioni estreme non sfida i limiti del corpo, ma quelli dell’emotività. Un altro muro attraversato?
«Credo di sì. A 70 anni dovevo pur liberarmi del passato, come un serpente che fa la muta, per crescere, finalmente. E dovevo farlo con sincerità, perché nella mia famiglia si teneva celato tutto. I miei genitori si odiavano – donnaiolo lui, coriacea lei, dormivano nella stessa stanza con la pistola sul comodino – ma di volersi separare neanche un cenno. Nemmeno la morte ammettevano: tennero nascosto alla nonna anche il decesso di suo figlio, dicendole che era partito per un lungo viaggio in Cina. Io invece voglio riconoscere che dietro alla super Marina, al guerriero che in pubblico sopporta qualsiasi ordalia, c’è una Marina insicura, incasinata, che da ragazza si sentiva brutta e goffa: naso troppo grande, occhiali troppo spessi, scarpe ortopediche per i piedi piatti. E da grande si sente brutta e vecchia, rottamata, ogni volta che un uomo l’abbandona. Il che succede sempre».

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