Aristotele e Fillide

 
 

Un tentativo, questo più degli altri che non mi soddisfa moltissimo (oppure si, qui non prendo una vera e propria posizione se non conducendo la storia verso una determinata direzione). In realtà volevo fare un discorso sulla bellezza, ma credo ne sia venuta fuori una critica alla poesia e ai poeti.

 
 
 
 
 

 
E dunque Aristotele era il saggio
che guardava con occhi umani
ciò che molti non vedevano, e
leggeva e scriveva d’ogni scienza
che riportava al battere del cuore
e all’intelligenza della mente.
 
Non v’era uomo che non avesse
letto un verso, un frammento di poema
d’Aristotele il grande, poeta
e filosofo al contempo, che diceva
che il senso di tutto era il capire
ciò che sta dietro all’iride
e che chiamiamo il bene.
 
Aristotele studiava in uno spazio
bianco come la sua mente, chiaro
come un foglio al mattino
dove scriverci la storia
d’un pensiero. Lui il poeta
che nemmeno conosceva ombre
perché era nato al di là della caverna
e ne sentiva le voci e li chiamava,
loro, gli incatenati a questa vita.
 
Li chiamava, lui con versi, perché
diceva che il massimo fine d’un uomo
è prendere altri e tirarli fuori
alla notte che sempre ci contempla
subendone i danni, siano essi calci
o pugni, perché il bene non è umano
ma solo gli uomini ne possono godere.
 
 
 
 
 
 
Aristotele era il saggio, poeta
e filosofo al contempo, leggeva
e scriveva per insegnare agli uomini
la strada della luce, di ciò
che erroneamente chiamiamo bene.
 
Aristotele seduto nello studio
di migliaia di pareti bianche e suoni
che riverberavano nei libri, pagina
dopo pagina, passava il tempo
a cercare di capire il mondo.
 
Vide per caso, per errore
divino, o provvidenza, dalla finestra
Fillide la stupenda passeggiare
a piedi scalzi e vestita di mattina
con la colazione in mano. La
camicia leggermente aperta sopra
con la macchia di caffè in un lato
e la tazza in mano alle labbra
portata lentamente.
 
Fillide passeggiava la mattina
nel giardino di fronte alla finestra
d’Aristotele innamorato
del suo corpo così simile
a una foglia bianca, d’Aprile.
 
Camminava coi piedi scalzi
come non toccasse terra, e le unghie
con un leggero smalto rosso
infuocavano tiepide le pietre
che le sfioravano le dita. Lunghe
le sue gambe erano rami
e le cosce dune di sabbia
d’un deserto sconosciuto, straniero.
 
 
 
 
 
 
E Aristotele innamorato scese
a sfiorarle le mani con parole
argute, e versi belli che pensava
l’avrebbero toccata. Così
ogni poeta pensa di fare
innamorare una donna sapendo
che non ci riuscirà.
 
Fillide lo guardava cogli occhi neri
che brillavano lucenti sulle labbra
tese appena sopra il mento. Un
colore improbabile, modifica del
vento, quand’è scirocco, e lo desideri
umido e caldo in un abbraccio
che contenga tutti gli anni
sulla sua schiena. Può essere
una schiena così perfetta?
 
Può essere Fillide così bella
da assomigliare a una vallata primaverile?
 
 
 
 
 
 
Io ti conosco Aristotele poeta
ma non ho voglia di leggere i tuoi versi
che sono certo non amerò. Mi
dispiace, ma leggo libri anch’io
e me ne innamoro già alla prima
pagina, altrimenti niente.
 
Tu sei caro, e sei bravo, ma non
sento alcun moto del cuore
né lungo questi fianchi
che vedo eccitano i tuoi occhi.
La preziosità è anche assenza
e rinuncia, e io voglio solo fare
colazione in questa mattina e camicia.
 
Comprendo bene le tue istanze
Fillide stupenda ma lasciami
solo un attimo abbracciare
le tue spalle che intravedo nel bianco
della seta, e bere il latte dalla tua
tazza, così che mi sembri baciare
la tua bocca, almeno un istante.
 
Ti scriverò poi i versi i più belli
e farò del tuo aspetto monumento
eterno, continua peregrinazione
di uomini innamorati della pelle
che l’estate t’ha donato, e l’autunno
mi vieta. Solo un abbraccio, Fillide.
 
Certo potrei anche togliermi lo sfizio
di leggere qualche tua pagina
che ti vedo sempre nello studio
dalla finestra del mio bagno. Ma
a cosa mi servirebbe? Non sai
che una donna ha bisogno d’emozione
e tu non sembri affatto cercarla
essendo più teso a una verità
che sappiamo non esistere?
 
So che tu cerchi il bene degli uomini
ma io li conosco e non ne hanno
se non di fronte a un bicchiere di vino
e a un seno curato e profumato
come te adesso, che non sei altro
che un uomo come tutti gli altri.
 
 
 
 
 
 
Fu così che Aristotele il poeta
e filosofo si inginocchiò a quei piedi
scalzi la mattina, per donarle
un solo istante, esitante, Fillide
non volendo il gesto.
 
Ma cosa fai adesso? Mi rovini
la mattina con un verso? Non credi
sia inadeguato ciò che vuoi?
È mattina e voglio solo fare
colazione, e prendere il sole.
 
Ma Aristotele non capiva
cieco a quella bellezza
che non vedeva distinzione tra
la fine dei capelli e la collina
delle sue costole, sotto la camicia.
Voglio solo scrivere un verso
che sia adeguato alla tua grandezza
Fillide, Fillide stupenda.
 
Va bene Aristotele, e allora
piegati e lasciati cavalcare
perché è questo ciò che ti concedo.
Sotto la camicia lunga e bianca
che tanto mi stai studiando
non porto nulla, questo
ti concedo di sentire, adesso.
 
Fu così che Aristotele si mise
a carponi come cane o come topo
in attesa della fine. Fillide
leggera gli si mise coi piedi accanto
e lui ne vide i tendini e le caviglie
innamorandosene della perfetta
geometria, profumata, della
sottile geografia di quelle gambe
nude accanto a lui.
 
Aristotele sentì Fillide sulla schiena
nuda fra le gambe
che non toccavano più terra. E lei
si grattò per un attimo la nuca
e ridendo disse: sei contento adesso
Aristotele poeta, e filosofo, del morbido
che mi senti sulla schiena? Scriverai
dunque versi e mi lascerai in pace?