Callisto


 

Un tentativo, solo una bozza, di riscrittura di Callisto.

 
 
Fu il suo piede bianco come strada
che porta alla campagna, fu il passo
della caviglia sulla storia
umana a fa ingelosire il dio
di quell’esile bellezza, chiara.
Perché lei passava in mezzo al mondo
lunga come riva
d’orizzonte, come sigla
sulla cicatrice delle cose
che non accadono, e scivolava
lei stessa pari a goccia sopra i vetri
nella schiena delle case.
 
Passava, e Giove l’adorava
come s’adorano le stelle
ancora non apparse, e ne soffriva
fame, e sete delle gambe, e
ne respirava il profumo delle spalle
nella profanazione del suo collo
insieme al vento. Questa
è la primavera che credono gli uomini.
 
Flagravano ramaglie
a presagire quelle labbra
che non conoscevano violenza, a
percorrerne gli zigomi
terresti tra i balconi – anche
i gatti provavano pietà
per ciò che sapevano sarebbe
accaduto, perché nulla accade
mai veramente all’improvviso –.
 
 
 
 
*
 
 
 
 
Giove affascinato da quei fianchi
lussuosi di cerbiatta
si fece donna e avvicinò
con parole ardite e profumate
il centro del suo fiato: “dimmi
ragazza da dove viene la bellezza
che nessun dio può aver creato
né uomo in alcun modo
immaginato, dimmelo vicino
alla bocca che ne senta il senso
profondo del tuo essere”.
 
Alla tragedia imminente la ragazza
nuda al fondo dei vestiti
e già intrisa di profumo e desiderio
non potè che rispondere coi denti
bianchi sulla bocca
del dio fattosi donna. Non avrebbe
potuto altra cosa.
 
Bacio contro bacio
le unghie si scheggiarono, le
dita si intrecciarono in geografie
che solo una donna riconosce, i
capelli s’intrecciarono alle ginocchia
e a lei parve una forza strana
d’uomo in quel seno femminile
e in quelle braccia scivolose
in mezzo al suo costato. E fu
preghiera e male nel contempo
nelle dune delle cosce, lisce.
 
Piovve anche sulla pelle
da entrambi i pianeti in orbita
pur in differenti modi e gusti.
E Giove si fece alba, e frutto
che esplode, in quel corpo bianco
che quattro volte urlò il suo bene
e felicità contro il cielo.
 
Ogni primavera ha una sua tempesta
che oscura i giorni e spezza i rami.
 
 
 
 
*
 
 
 
 
Giove divenne altro allontanandosi
dal corpo stanco e rilassato
della ragazza coi piedi lunghi, e
pure lei divenne in quell’istante
vaso di stagione, terra
della sua terra, nuvola di pioggia
pronta alle radici. Pianse
lei, lacrime di gioia.
 
Non seppe mai il vero nome
del dio da ringraziare, né lui
mai si palesò distratto, che il mondo
è altra cosa rispetto al dio
e solo la bellezza e il cuore
degli uomini lo interessano, il
resto lo tralascia, come erbaccia
da sradicare di tanto in tanto.
 
E lei si fece ancor più bella
ma nascosta, celata nella veste
e negli occhi, taciturna nel segreto
che nessuno poteva avere. Pensò
pure di gettare, come s’usa
nella moda umana, la nuova vita
per non intralciare la sua strada.
 
Ma solo gli uomini possono morire.
 
 
 
 
*
 
 
 
 
Quando Atena la vide nuda
e stanca nella vasca – scherzo
e capriccio del destino, questa
è la fortuna umana – era tardi
anche per vendicare. Lei
diede al mondo un bimbo
che pareva un angelo, sporco
della storia, delle colpe
che non conosceva. E la vendetta
fu pari al suo piacere
provato in quell’amplesso.
 
La ragazza divenne bestia
e anno dopo anno il vuoto
divenne le sue membra, andò
alla deriva in mezzo ai boschi
cercando una sua strada, un
motivo, per esistere ancora.
Il figlio l’aspettava, inconsapevole
alla fine del tragitto.
 
E fu proprio il giorno in cui
quel bambino divenne uomo
che madre e figlio s’incontrarono
di fronte alla casa di un amico.
Lei bestia, portatrice di linguaggio
capace solo agli occhi, lui feroce
della forza dell’età. Il figlio
coraggioso prese quindi un sasso
per uccidere la madre, e lanciò.
 
Non esiste pioggia senza odore
di tempesta, appena prima. Fu
per questo che la bestia s’immolò
ricordando la sua bellezza
di fronte al figlio a lei simile,
E fu solo pietà quel lancio
della bellezza lancinata
di quei fianchi come laghi
che avevano illuminato il mondo
nella notte del dio misericordioso.
 
Fu solo pietà quel sasso
che non divenne costellazione.