Il Condominio S.I.M.

Pubblico il Condominio nella sua versione attuale. Devo dire comincio a sentire la mancanza di un incipit, un pretesto. Ho reintrodotto la ragazza del secondo piano.

 
 

  
 

Indice

Olga
Carlo
Anna
Giulia
Silvio
Alberto
La ragazza del secondo piano
Alina
Aldo

Note ai testi
  

 

  

IL CONDOMINIO S.I.M.1

Alessandro Canzian


  

begriff sie nichts und sagte leise: Wer?2
R. M. Rilke



  

OLGA3

  
  
La ragazza di nome Olga
è una ragazza che non conosco
né me ne sono mai innamorato.
Ma se me la immagino la penso
con la pelle bianca come i capelli
di mio padre, e il seno grosso
– ma la memoria non fa vedere –
e con l’utero profondo
come il buio dentro un uomo.
  
  
  
   
La ragazza di nome Olga
cammina ogni sera alla mia porta.
A mezzanotte, undici e qualcosa,
coi tacchi ben calcati
a farsi ricordare. Qualcuno
so si è lamentato. Poi l’altra
notte l’ho sentita urlare
appesa alle mani del compagno.
 
 
 
 
Ho visto camminare una ragazza
stamattina, a cui ho dato nome Olga.
Non so se fosse lei o un’altra
o se avesse le sue gambe o la medesima
pelle, o lo stesso buio appeso
appena sotto i fianchi. Ho immaginato
fosse lei a tornare dal lavoro
senza aver risolto nulla della vita.
 
 
 
 
Ieri si chiamava Olga, domani, Carla.
Il suo nome non ha importanza
nel trascorso del racconto. Il suo
dolore è uguale al suo piacere, Olga
sa che il bene e il male sono pari
oltre il tappetino che divide dall’esterno
il tessuto molle della vita.
Si prega di bussare per entrare.
 
 
 
 
La ragazza Olga è una ragazza
che veste sempre ben curata,
raffinata, fin nelle fessure.
Parla correntemente quattro lingue
o cinque, non l’ho mai sentita.
Viaggia spesso per lavoro.
È dalle intercapedini del muro
che conosco la sua fede, notturna,
quando prega Dio con le ginocchia.
 
 
 
 
La ragazza Olga era sotto la doccia
stamattina, sentivo l’acqua scorrere.
E ne immaginavo i rivoli di sotto
le unghie, le dita lunghe.
Non cantava, che non ama la sua voce.
La ragazza Olga non esiste
o non sa di essere nel mondo.
 
 
 
 
Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
Di quando suo padre le portava
caramelle, e la madre lavava i piatti.
La sento ballare coi piedi spogli,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
 
 
 
 
La ragazza Olga me la immagino
il lunedì con un vestito ampio,
colorato, molto appariscente.
Il martedì con qualcosa di più aderente
alla sua pelle, e così andando
avanti nel vuoto della settimana
sempre più fasciata alle sue gambe.
I capelli raccolti, perché le cadono.
 
 
 
 
La ragazza di nome Olga
si taglia le unghie ogni martedì
mattina, quasi fosse un rito,
una cosa importante per il mondo.
E tiene una mano fra le gambe
a respirare l’alito di Dio
ogni qual volta si addormenta.
La ragazza di nome Olga
è innamorata in modo abominevole.
 
 
 
 
A volte quando vado a stendere in vestiti
penso quali potrebbero essere di Olga.
Se i leggings color del sangue
di ogni mese, o la maglietta bianca
che le ha tolto ieri il suo ragazzo.
Penso quale intimo sia di Olga,
se quello dell’autunno
o di quale giorno che non viene.
 
 
 
 
Olga credo abbia bevuto questa sera
come a volte accade quand’è sola.
Chiude le persiane e accavalla le ginocchia.
Posso immaginarla con un vino rosso
dopo la telefonata di sua madre,
una macchia sul tappeto, una risata
da lasciare senza peso.
Alla tv non c’era nulla da guardare.
 
 
 
 
Ho pensato di scrivere una lettera
stamattina, alla ragazza di nome Olga.
Una lettera che fosse assenza
e filo interdentale, che fosse balsamo
e detergente intimo, e qualcos’altro.
Olga mi ha risposto quasi subito
da sotto le sue unghie
che non ne aveva ben capito il senso.
 
 
 
 
La ragazza di nome Olga
questa notte non è tornata. Non
ho sentito le scarpe accanto al letto,
le ragnatele nell’armadio, non
ho sentito i capelli che le cadono
né le calze che si toglie, e lancia.
Non ho sentito l’acqua della doccia
né altro strappo nella stanza.
 
 
 
 
L’odore d’Olga passa in mezzo al piano
anche se lei è assente ormai da giorni.
Fa la tromba delle scale, l’ascensore
che non funziona, fa l’entrata
che sembra quella di un albergo
anni sessanta, non esiste, come Olga,
anche se si ostina a credere il contrario.

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CARLO

 
 
Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. È
introverso quanto basta
a gridare di notte – perchè
tutto ciò che è trattenuto
prima o poi esplode –. Butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.
 
 
 
 
Carlo è un ragazzo che beve troppo.
Vive di fronte a una cucina
che non ha più nulla da dire
né da sapere, colleziona
lattine di birra perchè
gli raccontano una storia, vicino
al forno, ai libri accanto al letto.
 
 
 
 
Carlo sbatte la porta
ogni volta che torna a casa.
Misurano cinque passi
gli spazi della sua felicità
– se si può parlare ancora
di felicità quando si hanno
i calzini sporchi e gli occhi
bucati, dall’ultima lavatrice –.

 
 
 
 
L’idea che mi sono fatto
è che a Carlo manchino tre cose:
un amore, un luogo e il suo
distacco. Perchè è questo
che di notte fa urlare un uomo
e fa chiamare la polizia
dai vicini preoccupati
che troppa vita gli sia mancata.
 
 
 
 
Carlo so ha fatto un viaggio.
A Londra, o a Parigi, so
ha fotografato salumi e donne
abbracciate alle vetrine
perchè gli uomini amano l’effimero,
ciò che esiste e poi scompare.
Non siamo fatti per restare.
 
 
 
 
Carlo questa notte è ritornato
a casa già ubriaco. L’ho sentito
dal peso dei suoi passi e dalle
scarpe che ha lanciato.
Come un grido contro il muro.
Come la cameriera che ha incontrato
con gli occhi grandi e le spalle larghe
e un odore acre in mezzo ai jeans.
 
 
 
 
Carlo sono quattro giorni che
non fa la doccia. Lo vedo
uscire dal portone con gli stessi
pantaloni, lo stesso odore
di cose passate, che restano addosso,
per questo sua madre lo ha sgridato
ieri, al telefono, dicendo
che è inutile attendere l’attesa.
 
 
 
 
Stamattina Carlo si è fermato
a lato della strada – appena
fuori dal portone – in attesa
di qualcosa che non passa.
Perché è la vita che non passa
negli steli d’erba delle gambe
e delle unghie mal tagliate.
Carlo non riesce a sopravvivere.
 
 
 
 
Carlo oggi aspettava visite.
Perché l’ho visto con due
bottiglie di vino e un pollo
da cucinare al forno – uno
di quelli che costano –, poi
gli ha suonato una ragazza
che portava stivali e calze
blu come una condanna.
Una cosa che lui aspettava.
 
 
 
 
Carlo questa notte credo
abbia fatto l’amore. Ho sentito
versi di persiane scorrere
e di gole che si toccano, ma
non aveva volto quella donna.
Solo piedi lunghi e capelli ben curati.
E grida di un animale in gabbia
che non sa come uscire dalla vita.
 

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ANNA

 

 
Anna è una ragazza che vive
all’altro lato del corridoio
e come una poesia di Momi4
prende la vita con i gomiti
che le braccia le ha legate
dietro la porta, tra lo stipite
di ieri e le costole di oggi.
Anna ha un amore
sconfinato per se stessa.
 
 
 
 
Anna ha due braccia come tutti,
ha due gambe, due ginocchia,
ha due mani e troppo poche dita
per raccogliere la vita, ha
anche due occhi grandi, un neo
sul collo e una solitudine privata
da lavarsi nella doccia.
 
 
 
 
 
Anna ha le gambe lunghe
come strade che portano lontano,
ha gli shorts, spesso, e i tacchi
la sera quando esce. Ha un’amica
che la viene a prendere e
le tiene la mano per le scale
e le apre la porta della macchina
e le apre la porta della macchina.
 
 
 
 
«Come fai l’amore così vivi»
ho sentito una volta urlare
all’altro lato del corridoio.
E posso anche essere d’accordo
ma quando ascolto Anna
da dietro la sua porta
la sento sola respirare, sola,
perché non vuole essere toccata.
 
 
 
 
Anna passeggia con le labbra
schiuse appena il giorno
s’è fatto tardi. Credo
si senta bella come la stagione
di Neruda quando
per entrare dentro i frutti
deve frapporre una distanza.
E comunque non le basta.
 
 
 
 
Anna cammina da sola
di notte nella stanza
come una canzone che conosco.
E misura i passi ticchettando
muro contro muro
i millimetri dei giorni.
Vibra qualcosa fra i capelli,
passa mezz’ora nello specchio.
 
 
 
 
Anna segue un protocollo
ben definito quando esce.
Prima le scarpe, aperte
quand’è estate, poi i capelli
altrettanto aperti e lunghi,
poi un po’ di trucco sulle labbra
e inversamente sulle ciglia. In
fine il fard, da sfogliarsi addosso.
 
 
 
 
 
Anna ha studiato da infermiera.
L’ho capito stamani che
è tornata a casa con due buste
della spesa, la borsetta sulla
spalla, e uno sguardo grande.
E un pacco di cerotti
per quando ci si fa male nella vita.
 
 
 
 
Oggi ho sentito Anna
urlare ad un suo amico. Lo
accusava d’essere violento
e presuntuoso, urlava e gli
sbatteva la porta addosso
mentre lui tirava calci alle pareti
con lo sguardo di chi sa che il cane
segue sempre il suo padrone.
 
 
 
 
Spesso mi chiedo se Anna
abbia mai avuto un uomo.
Uno di quelli che ti porta
i fiori e la mattina ti telefona
per sapere come stai. Oppure
per farti piangere, un poco.
Glielo chiedo anche. Per Anna
gli uomini sono solo carcasse. 
 
 
 
 
Anna stamattina ha messo
in balcone due vasi senza fiori
grandi quanto le sue gambe.
Li ha messi in fila contro
il muro, come rappresaglia.
Un riccio pronto allo schianto.
Perché in fondo anche il vuoto
dice la forma che ha lasciato.
 

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GIULIA

 
 
Giulia è una ragazza che vive
all’ultimo piano del condominio
e la incontro solo quando
Venere passa sopra Marte
e la Luna è nel loro opposto
e l’ascensore non funziona come
quando ci si deve incontrare
nella vita ma non si riesce.
 
 
 
 
Ho incontrato Giulia stamattina
– in questi giorni bianchi in cui
l’ascensore non funziona –
ed era truccata e incastonata
tutta alle sue spalle. Forse
un appuntamento di lavoro, una
borsa raffazzonata tra le mani,
una notte da non immaginare.
 
 
 
 
Non ho mai parlato con Giulia
per cui questa è tutta un’invenzione.
Una finzione che crede d’essere
tanto sincera da divenire
il luogo delle sue ginocchia,
il tempo delle sue caviglie.
Il passo spedito per le scale
tanto che a volte non le sto dietro.
 
 
 
 
Giulia oggi mi ha stupito.
Nella corsa delle scale la mattina
si stringeva contro il muro e
aveva lo sguardo che aspettava.
La bocca segregata come un bacio.
Finché guardandomi ha schiuso
i battenti della bocca e
«dai che devo fare la pipì».
 
 
 
 
Giulia oggi aveva un libro
in mano e l’aria di chi non ha
dormito perché si è pentita
di ciò che ha fatto nella vita.
Come quando il gallo non canta
la mattina perché il giorno
non è mai iniziato, le lenzuola
non si sono mai sporcate e
non c’è più nulla da lavare.
 
 
 
 
È bizzarra questa Giulia che
guardo ma non conosco, non
incontro, cammina in fretta
ma non la vedo. Le calze nere,
i tacchi appena un poco alti e
i capelli arricciati come polvere
da mettersi alle spalle.
Giulia oggi è un melograno.
 
 
 
 
Giulia crede ancora di non essere
guardata quando si ferma per le scale
e si toglie una scarpa. Devo
ammettere mi fa curiosità. Ha
un piede bianco come la storia
e delle unghie curate e piane
che assomigliano a un paesaggio.
Un tempo da attraversare.
 
 
 

 
Potrei anche chiederle di bere
un caffè assieme, a Giulia,
fintanto che la vedo per le scale.
Risponderebbe, ne sono certo,
che è così troppo impegnata
e si metterebbe ancora un po’
di mascara e direbbe che fa un freddo
becco5, che non si può riempire.
 
 
 
 
Non vedo Giulia ormai da giorni
e non importa se è domenica
o se alla tv fanno il programma
del lunedì. Potrebbe essere
martedì e lei avrebbe indosso
ancora il golfino chiaro, il passo
svelto, la bocca lucida di notte.
La stessa gonna indossata ieri.
 
 
 
 
Oggi ho aspettato l’ascensore
che non funziona ormai da mesi.
Nemmeno le scale funzionano
più da quando Giulia non scende
con lo sguardo che non esiste
se non in una piccola fotografia
lasciata per caso in mezzo all’atrio.
In fondo siamo tutti un transito.
 

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SILVIO

 
 
Silvio è il ragazzo che ha vissuto
per diversi anni nel locale
accanto al mio, dal 23 giugno
al 26 febbraio dell’anno del Signore
in cui nemmeno crede. Silvio
ha abitato da solo e ospitato
amici e suo fratello per un tempo
lungo quanto un vuoto.
 
 
 
 
Silvio ha vissuto cinque anni
o poco meno prima di cadere
dalla scala antincendio che non c’era.
Aveva dimenticato le chiavi
e pensato che bastasse saltare
da un luogo all’altro
per esserne salvati. Non sapeva,
Silvio, che ogni passo è una caduta.
 
 
 
 
Silvio un giorno l’ho visto uscire
tutto contento e Clara – la donna
delle pulizie che lo aiutava
anche a lavare i piatti – lo prendeva
in giro dicendo «oggi sei contento
perché hai visto lei». Silvio
rideva banalmente a Clara
e alle sue mani e alla sua storia
con un marito che faceva il camionista.
 
 
 
 
Silvio amava leggere poesie
– me l’ha detto un giorno che
rientrava con un libro – ma
non le finiva mai davvero.
Doveva saltarne un verso, a volte
due, per capirne il senso. Come
con le donne, che non riusciva
mai a guardare tutte intere.

 
 
 
 
Silvio non credo stesse bene.
Lo vedevo uscire di casa
e tornare con gli occhi scuri
come un albero di notte. Urlava
di tanto in tanto al telefono
e insultava una ragazza
che però cercava, continuamente,
come avesse bisogno del suo male.
 
 
 
 
Silvio m’ha raccontato un giorno
che aveva chiesto d’entrare
a casa della sua ragazza
ma lei come sempre rifiutava.
Io ho provato a spiegargli
che bisogna portare pazienza
e che alle donne si concede
ciò che a noi si biasima. Silvio
sorrideva, come non capisse.

 
 
 
 
Silvio una volta l’ho trovato
che batteva la testa contro il muro
nella hall del Condominio
che una volta era un albergo.
Assomigliava alla bora di Trieste
quando piega i binari delle gambe
delle donne che l’attraversano
e non lascia speranza di tornare.

 
 
 
 
Quando hanno portato via
le cose dall’appartamento
di Silvio so hanno trovato
libri accatastati contro un muro
e scorpioni e scarafaggi quasi
da chiamare la disinfestazione.
Credo Silvio li tenesse apposta
messi accanto al letto
per ricordarsi cos’è l’amore.
 

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ALBERTO

 
 
Alberto è un anziano che vive
al primo piano del condominio
nel corridoio di destra. Credo
abbia settantanni o poco più.
Ha occhi d’uomo
che ha vissuto, rughe lunghe,
un figlio che lo viene a trovare
poco e sempre la tv accesa.
 
 
 
 
Vado a trovare Alberto circa
una volta, due alla settimana,
perché mi piace il suo accento
di uomo del sud che
ha vissuto a lungo all’estero.
Parla inglese, un po’ francese
e un dialetto maccheronico
che dice il suo amore per i limoni.
 
 
 
 
Alberto ha due figli ma solo uno
va a trovarlo regolarmente
oltre lo schermo della porta.
Perché passare dal suo uscio
significa perdonare i suoi errori
e comprendere che ogni uomo
può in qualche modo chiedere scusa
senza mai riuscire a farlo.
 
 
 
 
Alberto beve ogni giorno
due bicchieri di vino belli pieni
perché dice fa buon sangue
e senza questo non si vive.
Poi mi guarda come un figlio
che non sa vivere e sentenzia
che troppa serietà e posatezza
non fanno bene a un uomo.
 
 
 

 
E allora chiedo ad Alberto
cosa pensa essere un uomo
o una donna. Risponde
che donna è l’oscura nobiltà
del mondo
citando versi6
che non pensavo conoscesse.
Evita appositamente di rispondere.
 
 
 
 
Alberto credo sia stato
in guerra, molti anni fa,
ma non ne vuole mai parlare.
Mi racconta invece delle donne
– di quelle che non ha avuto –
e dice che sono tutte belle
se riesci a indovinarne la chiave.
Per Alberto tutto è nella chiave.
 
 
 
 
Alberto non parla mai
di Monica, la donna che ha avuto
per tanti anni in moglie. Due
figli e venticinque stagioni
a dormire assieme, quasi
non lo capisco, gli stessi odori,
gli stessi vestiti da lavare
nella stessa lavatrice.
Poi un cancro, a pulire tutto.
 
 
 
 
Oggi Alberto mi ha raccontato
di sentirsi solo, ogni tanto.
La solitudine dice è una frattura,
il dolore d’un arto fantasma. Ma
il problema non è la mancanza
quanto l’idea dell’altro ancora.
Alberto parlava sorridendo
e puzzava un poco di pipì.
 
 
 

 
Oggi io e Alberto abbiamo letto
assieme Kipling. È stato prima
di bere il caffé e dopo
un colpo di tosse, ematico,
una scusa. Quel che più conta,
sarai un uomo, figlio mio
7. Per Alberto
a un certo punto della vita
non siamo più figli di nessuno.
 
 
 

 
Oggi ho raccontato ad Alberto
d’essermi innamorato d’una tosa8
dagli occhi verdi. E lui ha fatto
il quarto caffé della giornata
e ha detto che anche lui, prima
del matrimonio, s’intende, una
sola notte, ma così è la vita.
Il frutto quand’è maturo
si guasta se non lo cogli.
 
 
 
 
«Fa’ tutti gli errori che puoi
perché poi non avrai più tempo»
dice Alberto una volta finito
di mangiare. È quasi un ritornello
dei nostri incontri, il suo rimorso,
il mio non capire la vita
che lui dice non avere senso
quando fatta troppo bene.

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LA RAGAZZA DEL SECONDO PIANO

 
 
Io sono la ragazza che vive
appena accanto al glicine
che sta di fronte al condominio.
Secondo appartamento di destra
dopo la curva del corridoio.
Uno di quelli dimenticati
anche dalla donna delle pulizie.
 
 
 
 
A volte mi sveglio la domenica
con la voglia di avere un uomo
accanto al letto. Vorrei
le sue mani sui miei piedi
e sui miei fianchi
e vorrei mi dicesse sono bella
anche quando non lo sono – parlo
da sola come i matti, lo so –.
 
 
 
 
Il ragazzo del terzo piano oggi
mi ha fatto un po’ la corte.
È stato gentile, devo ammetterlo,
mi ha detto che ho belle scarpe
come una primavera alle porte.
Un poeta, ho pensato. Solo
sono stata un po’ frettolosa
a dirgli di salire, da me.
 
 
 
 
Oggi mi sono messa l’orologio
per sembrare un po’ retrò. E
ho camminato per le scale tutta
lunga e altera – ho letto
si dice così – ma nessuno
nemmeno oggi mi ha guardata.
Hanno visto il filo delle calze
e l’ombra delle labbra
ma non il tacco nove della ciglia.
 
 
 
 
A casa cammino scalza
per far sentire a quello sotto
che sono ancora viva. Penso
se ne accorgerebbe, lui,
che mi guarda quando esco
e saluta e annusa il mio profumo
ma non ha mai il coraggio
di rivolgermi un saluto.
 
 
 
 
Sono bella, lo so, ma niente altro.
Bevo vino quando posso
e parlo con mia madre al telefono
in un’altra lingua. Sempre
la medesima, la distanza
degli anni è come ortica. Poi
cammino scalza perché mi piace
e faccio l’amore con il niente
quando non so più che fare.
 
 
 
 
Mio padre ha vissuto cinquant’anni
e qualche giorno senza male
e poi l’ha conosciuto. Aveva
forma di una ragazzina compiacente
con cui ho scoperto si baciava
di nascosto da mia madre. Poi
la febbre, i capelli che cadevano,
mia madre che correva
nella notte a preparare la tisana.
 
 
 
 
E poi anche mia madre se ne è andata
come mio padre, e ho fatto un viaggio,
ho aspettato che quel ragazzo
del terzo piano mi invitasse
ma non l’ha fatto, ho preso
un gatto, chiaro, un taglio
nuovo ai capelli, uno schianto.
 
 
 
 
Ieri sera ho invitato un tizio
conosciuto nelle chat. L’ho
lasciato entrare in casa e
l’ho lasciato dire che sono bella
e che non ce ne sono altre
simili me. «Simile a una dea
tu mi appari», un altro
stupido poeta, ho pensato.
 
 
 
 
Ho rivisto quel tizio finalmente
di qualche giorno fa. E non ho
più tempo per il ragazzo del terzo
piano. Lui ancora mi saluta
con fastidio. La mia attenzione
ora è nei viaggi delle auto, nelle
rose comprate a San Valentino,
a Venezia, dove voglio andare.
 
 
 
 
A volte il male quando arriva
non lo riconosci immediatamente.
Così lui è entrato ferocemente
con la fame di un animale
nel mio pranzo. Una tavola
imbandita mi è parso d’essere,
senza vino, senza dolci
da offrire con il servizio buono.
 
 
 
 
Dicono siamo tutti uguali
una volta sciolti i letti. Questo
ha la mattina di terribile, ci
rende pari nel lavarci
i denti, nel pettinarci i capelli,
nello scivolare in un lavoro
che nessuno di noi ha voluto.
 
 
 
 
Sono anch’io come tutte le altre.
Lo vedo da come mi guarda
quando non mi guarda. Percorro
anch’io in minuscolo le stanze
della casa, vado anch’io in bagno
un paio di volte al giorno e
un mese fa ci andavo più spesso
perché avevo paura, dopo di lui,
di me stessa e della mia pancia.
 
 
 
 
Alcuni so leggono i fondi
del caffè. Oggi ho pensato
anch’io vorrei poterli leggere
ma i miei bicchieri sono rotti
come le mie gambe, quando
passo la lametta e mi depilo
ciò che resta della mia
natura, e mi faccio bella.
 
 
 
 
Anche oggi è rimasto a dormire
da me. Eravamo stanchi
e stesi sul divano dopo il film.
Le solite parole, ho pensato.
E ammetto ho anche pensato
al ragazzo del terzo piano
mentre lui mi scalava in fretta.
Non credo si possa essere più soli
di quando non si è soli.

 

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ALINA

 
 
Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì mattina
e scambia due parole con
l’amministratore di condominio
alle nove e quaranta, nove
e cinquanta, circa – quando lui
esce a fare la spesa – come
fosse una parte del lavoro,
una buona educazione.
 
 
 
 
Di Alina in fondo conoscevo
già i capelli lunghi e neri
che si fa crescere alle spalle
perché anni fa vivevamo
nello stesso paesino di provincia
e mi aveva permesso di sentire
il profumo del suo collo
appena comperato alla Lidl.
 
 
 
 
Alina ha un tono di voce
lamentoso, di treno che stride,
e un accento credo rumeno
di donna che ha lasciato un figlio
ma gli manda i soldi ogni mese
perché così assolve ai suoi doveri
e prepara un futuro al quale
nemmeno lei crede più.
 
 
 
 
Alina veste spesso in nero
perché la fa sentire snella
e più serrati i fianchi. Ha
una bellezza di donna contadina
di appena cinquant’anni ma
portati male, per fatica,
due mariti, un figlio lontano,
un fratello che non sta bene.
 
 
 
 
Alina quando la incontro
ha sempre un odore acre
e un sorriso alla varechina
che non credo dovrebbe usare.
Ha in mano secchi e stracci
portati da una parete all’altra
della vita riempiendo l’ascensore
assieme alla borsa e al telefono.
 
 
 
 
Oggi mi sono fermato un poco
a chiacchierare con Alina.
Di quei giorni di provincia
nei quali era una donna e bella
e aveva i denti pieni e bianchi
e le caviglie lunghe e veloci.
Alina sorrideva
certamente meno di ora.
 
 
 
 
Alina a volte mi ricorda
una conchiglia. Un matrimonio
appiccicato apposta per lo sbaglio
fatto alle sue insistenze, uno
per sistemarsi in qualche modo,
un figlio all’improvviso
e il viaggio in Italia con il guaio
della macchia rossa sul sedile.
 
 
 
 
Alina oggi aveva una voce
rauca di chi ha appena urlato.
Parlava al telefono del figlio
e della sorella che lo tiene
e che le chiede ancora soldi.
«Mio marito beve troppo
e la vita qui è troppo cara
e non sono più i tempi di una
volta», credo abbia detto.
 
 
 
 
Ad Alina un giorno vorrei chiedere
perché non pensa di lasciare
il marito e magari trovarsi
un bravo uomo, uno di quelli
che ti fa la colazione la mattina.
Penso Alina risponderebbe
che sono ancora giovane e
non so che siamo tutti uguali
chiusa la porta di casa.
 
 
 
 
 
Alina è la ragazza che pulisce
le scale ogni giovedì mattina.
E strizza lo straccio con dovizia
e lascia cadere l’acqua a terra
dicendo «attento che è bagnato».
Ma in fondo sappiamo entrambi
che è sempre bagnato da qualche parte
e non si può tornare indietro.
 

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ALDO

 
 
Aldo ha vissuto in condominio
solo qualche giorno ma
lo ricordo ancora bene. I
capelli bianchi da dottore
o ingegnere, lo sguardo fiero
e le scarpe ben pulite
come una seconda giovinezza.
E il macchinone grande di chi
è appena stato buttato fuori casa.
 
 
 
 
Aldo esce la mattina e in mano
ha una cartellina e un saluto
che non rivolge a nessuno.
Mi accorgo però che guarda
la ragazza nuova che pulisce
le scale il giovedì mattina
quando si piega avanti e mostra
il luogo del suo dolore.
 
 
 
 
Aldo è uscito senza auto, oggi,
perché un amico lo aspettava
appena fuori dal portone,
anche lui col macchinone grande.
Lo stesso sguardo fermo e fiero.
E la camicia ben stirata
da una donna pagata apposta
per sentirsi meno soli.
 
 
 
 
Aldo ha vissuto solo pochi
giorni nel condominio
al primo piano, negli appartamenti
più piccoli dove trovano
rifugio extracomunitari e separati.
Aveva un odore buono, Aldo,
di vent’anni di matrimonio e un’amante
che gli voleva davvero bene.
 
 
 
 
Gli uomini come Aldo
sanno bene cosa scegliere.
Pantaloni in tinta con le scarpe
e camicie bene abbottonate
sotto un giubbotto giovanile
per sembrare ancora pronti. È
nella vita che non si sa bene
cosa si vuole scegliere.
 
 
 
 
Quando si è soli tutto è buono.
Anche la cinquantenne trovata a ballare
mezza nuda e che ti chiede
solo di stare bene. Non fa
differenza l’età, direbbe Aldo
– di questo ne sono certo –
che è rimasto solo pochi giorni.
La solitudine non invecchia.
 
 
 
 
Aldo oggi l’ho visto strano.
Forse ha cambiato donna
delle pulizie o forse
si è innamorato nuovamente
di un corpo giovane e facile,
di quelli che profumano di sangue
e poi si girano e ti dicono
«patti chiari e amicizia lunga».
 
 
 
 
Ho scoperto oggi che Aldo
ama fermarsi al bar di fronte
all’ospedale e vicino al condominio.
Lì c’è una cameriera che gli piace.
Si vede da come la guarda
e da come le annusa il seno
quando se ne va. Aldo
ancora non resiste a quell’odore.
 
 
 
 
Aldo se ne è andato salutando
solo la ragazza che pulisce,
quella nuova, piccola e morbida
nei punti giusti per un uomo.
Una di quelle che hanno preso
il treno la data sbagliata
e hanno mostrato il seno grande
al controllore per non vedere.
 
 
 
 
Aldo ha salutato sorridendo
e tendendo la mano appena chiusa
solo alla ragazza delle scale.
Lei però gli ha risposto
male per istinto od esperienza
mostrando gli occhi sporchi e gialli
o anche solo perché il mondo
è uno, uno e solo, e sempre uguale.
E si è voltata dall’altra parte.
 

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Note ai testi


 

1          Il Condominio S.I.M. è il condominio maniaghese dove abito da alcuni anni. La sigla S.I.M. sta per Società Immobiliare Maniaghese. Costruito nel 1970 era stato inizialmente pensato come un albergo, ma solo a livello progettuale. Nonostante siano presenti il ristorante (oggi utilizzato come luogo di culto dai Testimoni di Geova) e il gabbiotto del custode dell’albergo, la Società si è accorta solo a costruzione ultimata che nella zona un albergo non avrebbe potuto funzionare, per cui fu utilizzato come condominio.
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2          begriff sie nichts und sagte leise: Wer? – lei non comprese e disse, piano: Chi? – Rainer Maria Rilke, Orfeo. Euridice. Hermes (1904)
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3          Una prima versione di Olga è uscita all’interno de Il colore dell’acqua (Samuele Editore, Fanna 2016) col titolo La ragazza di nome Olga
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4          Ti prenderò / amore mio / con i gomiti. // Chè le mie mani / sono fisse / dietro la nuca. // Poiché mi stanno / ancora / fucilando. – Mario Momi, Dai giorni neri (Società artistico letteraria, Trieste 1976)
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5          Un freddo becco – Modo di dire per un freddo intenso, che ti entra nelle ossa
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6          E la tô vous di là da la pareit e dal timp / “Ce êse una femina, fîis?” / A é la scura nobiltât dal mont, Maa / il sio timp clâr che clâr al ven. – E la tua voce al di là del tempo / “Che cos’è una donna, figlie?” / È l’oscura nobiltà del mondo, Maa / il suo tempo chiaro che chiaro viene. – Ida Vallerugo, Maa Onda (Circolo Culturale Menocchio, Meduno 1997)
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7          And – which is more – you’ll be a Man, my son! – appunto Rudyard Kipling, da If (1895)
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8          Tosa, ragazza in dialetto veneto dalla parte se non erro padovana
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