Un’intervista su Laboratori Poesia

 
 

Come nascono le tue poesie?

 

Immagino come nascono un po’ tutte le poesie, se di poesie vogliamo veramente parlare (la definizione è tanto alta quanto abusata, sempre meglio fermarsi alla parola versi): arriva un momento di particolare ascolto della realtà nel quale riesci a cogliere significati altri in quello che vivi, che senti. Una finestra che sbatte mentre cammini diventa l’immagine giusta che può veicolare un concetto che ti arrovella la testa magari da un po’. E infatti, limitatamente alla mia piccolissima esperienza personale, non posso proprio dire che poesia sia invenzione o immaginazione (cosa che ad altri riesce molto meglio). Per me è osservazione, ascolto. Ma la questione più importante non è tanto il momento ultimo della scrittura quanto i giorni, a volte i mesi, precedenti la scrittura.

Perché scrivere è un atto prevalentemente fisico quanto l’osservazione e l’ascolto, ma ha bisogno di un terreno dove attecchire, di un contesto che dia significato. Non basta ascoltare lo sbattere di una finestra e scrivere lo sbattere di una finestra (magari utilizzando una metrica perfetta, o una struttura libera ma impeccabile), bisogna avere nella propria vita un qualcosa che quella finestra che sbatte possa esemplificare, trasmettere. La riflessione a monte è fondamentale, una conditio sine qua non. Ed è (o almeno auspico che sia) il vero valore della poesia che ne salta fuori, ciò che si dice.

In buona sostanza ciò che scrivo nasce da una riflessione che tange la mia esperienza personale ma che non si limita ad essa, che tenta di capire qualcosa dell’essere umano in toto, o della vita in toto, partendo dall’esperienza minima del singolo e che alla fine per un motivo del tutto casuale incontra una realtà che in qualche modo riesce a dare forma attraverso una serie di immagini reali e concrete che, non di rado, riescono a dare addirittura una virgola di significato in più a quella che era la riflessione iniziale.

 

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