Un padre a prima vista dimenticato


 

Oggi è stato il compleanno di mio padre. 65 anni, e una vita andata lentamente rovinandosi. Un divorzio subito quando era piccolo, un divorzio fatto quando era adulto, la mente che piano piano è andata erodendosi.

Ma da lui ho imparato cos’è un padre. Un uomo, un primo feedback di cos’è la realtà. Giustizia e ingiustizia. Amore e frustrazione. Ammirazione e delusione.

In fondo è per questo e su questo che abbiamo costruito l’idea di Dio. Un essere che è capace di farci paura ma anche di darci amore, di punirci ma anche di soffrire per noi, accanto a noi. Al posto di noi.

In questa occasione ho chiesto, come spesso ultimamente, agli amici di Facebook loro testi sul padre. Questo il grazioso risultato.

Buona lettura. Buon compleanno papà.

 
 
 
 
Un padre
a prima vista dimenticato.
La foto da ragazzo, il fisico
agile, un nuotatore. E sullo
sfondo quelle vaghe rovine,
quell’ansia d’altri tempi,
un fiato appena di novità
nello sguardo. La città dei
sogni, l’alta guardia che
spezza in due il giorno, rifà
tesoro della giovinezza. Cos’era,
se non scendere piano piano
nella strada, con gli altri a un turbine di sguardi?
 
da Un padre, in Almanacco dello Specchio 2010-2011, Mondadori 2011
 
Alberto Toni
 
 
 
 
Io e la mia genesi siamo ormai troppo distanti 
Ci guarderemo l’un l’altro negli anni
come templi senza più colonne
tra le nostre rovine, senza parlarci
 
Ilaria Grasso
 
 
 
 
Mi tengo stretti i tuoi occhi
 
un doppiofondo
sul fondale mancato
il varo del tuo unico abbraccio
muto che da solo vale tutto 
vale i miei quarant’anni
che mi lasci sola
vale che talvolta si nuota
anche controcorrente
e così ho imparato la china
e a risalire l’onda
e comunque sperare
che la mancanza passi
come passa
un temporale d’estate. 
persi sei anni per strada
avevo un gatto. o forse un padre.
non l’ho mai saputo.
barche in fiumi d’assenza
e tempeste di giorni persi per la strada
sempre solo scrutarsi da lontano
la corrente dell’attesa
 
Monica Guerra
 
 
 
 
Papà
 
Avrò domani
la stessa età di quando tu moristi.
 
Eppure a me tuttora
il mondo fa volare canzoni nel cuore
che un brusìo di globi nel buio
fa esplodere in sacche segrete;
la bellezza
ancora si butta tra iridi di laghi,
mi fluttua dentro
flotta rosa di rubre
con l’amore bifronte al timone.
 
Le tue radici più forti delle mie
avvinghiate ai fermenti della terra,
ora so gli oceani di linfa in te prosciugati.
 
La stessa gioia di vivere
di quando in mutande dentro una gabbia di ferro
sprofondavi sorridendo nel pozzo della miniera,
di quando una lunga processione di acetilene
ammalava la notte
lungo la strada sterrata del pane
e un minatore fischiava
meravigliando le civette su una luna in pena,
di quando dal vicolo delle taverne
si levava sempre il sabato sera uno stornello
che un coro ruvido di vino e zolfo accompagnava.
 
Extracorporea quasi voglia di vivere
schizza nelle corna di Api
e a nulla vale la sua corsa contro
alzate d’inaspettati muri.
Troppo deperibile il corpo
per sostenere aneliti di vita che mai s’ammalano.
 
Avrò domani
l’età della tua morte,
non mi stupirò all’improvviso
polvere contro un muro,
domani, papà.
 
Filippo Passeo
 
 
 
 
pensando a mio padre
 
Se accanto avessi mio Padre
quando cala la nebbia
sulla Piazza deserta e s’offusca
ogni luce tra gelide gocce
 
avrei forse la sua scarna saggezza
la sua semplice voce
a dirmi la strada da fare.
 
Ma mio Padre nell’isola verde
riposa il suo giovane corpo
di stancato operaio, nel mito
che quanti ne conobbero gli occhi
mi dissero dei suoi pochi anni.
 
E a me solo rimane il dolore
di non saperne che il nome
 
una memoria che ignoro e nessun
ricordo su cui crescere un fiore.
 
Francesco Sassetto
 
dalla raccolta Da solo e in silenzio, Milano, Montedit, 2004
 
 
 
 
Ricordo l’odore delle scarpe
accostate sulla soglia
e un bicchiere di latte la mattina
lasciato sul tavolo a segnare il tuo passaggio,
la premura che conosce soltanto
chi ha stretto un pezzo di sé contro il costato
come per medicare una ferita,
mescolando sangue col calore.
Ma gli odori svaniscono per primi
poi il suono della voce si allontana
mentre negli occhi si fa strada
una cenere sottile
che impasta le lacrime
e amara annienta il gusto
di un bacio sulla guancia
dato leggero sopra il dopobarba.
Rimangono le foto,
lapidi sottili in mezzo ai libri
ritagli di un passato consumato
a sporgersi dagli angoli
a indovinare un futuro che di certo
ha soltanto l’abbandono.
 
dall’antologia iPoet, Lietocolle 2016
 
Michele Paoletti
 
 
 
 
A mio padre
 
Lo vedi
il freddo
e quel non colore
di un cielo di parole
che nessuno fa nevicare,
sul tuo profilo
nè sul mio
…che prende il largo.
 
Nel tempo siamo stati,
passaggi di treni
a sfiorare piccoli paesi di luce
arroccati e vissuti lontano,
visti dai vetri,
lasciati alle spalle,
inghiottiti dal buio.
 
Siamo stati
conferme rupestri dell’indifferenza,
presenze ieratiche del cuore
e troppa sabbia ancora
soffiata dal silenzio.
 
Alberto Barina
 
 
 
 
Quando ti ho visto
ho saputo solo dire
qualche frase e un sorriso
è restato stretto tra i denti,
mentre la tua mente
svolava nel labirinto
del pavimento alla veneziana.
Stavi aggrappato al niente
di un’idea,
un miraggio nella pioggia
pesante e stanca
che sfumava il cimitero di San Michele
e le bestemmie del tuo vicino.
 
Parlavi tanto come mai era capitato,
in quei giorni di persa ragione,
e mesto masticavi mugugni,
mescolavi all’aria suoni
senza senso, sillabe, sospiri.
 
Poi “devo fare macerare le parole”
hai detto un mattino, e ho ritrovato
nel gesto della voce
l’arte povera del tuo silenzio.
 
Marco Sorzio
 
 
 
 
Non ho compiuto, padre, le aspirazioni di bravo figlio,
di buon marito, di uomo di casa.
Mi sveglio ancora di soprassalto nelle notti,
piangendo e urlando nel sonno
assediato dal ronzio di queste mosche,
che questa vita sia andata perduta
che la lezione non sia servita.
Nel fetore di queste giornate,
il riflesso dell’onda dei morti che sale alla vita
non mi abbandona e mi trascina
nel fondo del respiro.
Da qualche parte laggiù
ci sono sempre io.
Io che, rinnegato Dio al primo canto,
veglio ancora la tua sedia
nelle ore di insonnia.
Ma oggi non è tempo di arrivare
la maledizione non è finita.
Chissà se un’altra mattina d’estate
ci troverà ancora a fumare,
ad aspettare che lieviti il pane.
 
Domenico Pignoloni
 
 
 
 
Padre
 
Sassi chiusi di grava bianca hai per mani
una più stretta, l’altra più corta
tronchi di cirmolo per gambe un tempo
pazienti e sbarazzine
di quando stavano oscillanti come pigna
volutamente,
non come ora costrette dal destino.
Mi raccontarono di te appena nato
guerriero contro lastre di ghiaccio
armato di sola pelle e voce da tenore.
È forse questo che ha inceppato il meccanismo
buchi neri voraci di impulsi elettrici, memorie, parole, azioni.
 
Chiodi aggiunti hai alla tua croce
spine al torace nella profondità delle tue viscere
dove sarà difficile approdare
a voler rischiare.
Mi hanno detto che sei richiamato al fronte
dinanzi al nemico sotterraneo
ma sei privo di forza per lottare
incapace di intendere il fine ultimo
mente chiusa a riccio.
 
Non posso decidere il rischio minore
quando c’è di mezzo l’amore…
 
Fabiana Petozzi