Ieri ti ho scritto una poesia

 

Tra pochi giorni è il compleanno di mio padre. È molto che non vado a trovarlo, per cause di forza maggiore. Mi capita in questi giorni di pensare a lui perché Samuele sta crescendo e ovviamente stanno crescendo anche i problemi legati al come rapportarsi. E inevitabilmente crescere un figlio ti insegna cosa sia un padre, o cosa sia stato tuo padre.

Di lui devo ammettere ricordo poco il lato paterno, che comunque fu presente solo a sprazzi. Ad ogni modo non era un suo dovere esserlo, non essendo noi per natura padre e figlio, per cui resto comunque grato di ogni cosa data e soprattutto mi colpisce il suo aver cercato d’essermi padre.

È stato un uomo limitato da una malattia che gli minava la mente da molti anni, e che solo alla fine abbiamo visto. Un uomo eroso dalle paranoie, dalle ossessioni, da certe morbosità che comunque trovavano origine in drammi e separazioni che lui stesso aveva sofferto da ragazzo, e che non aveva retto.

Oggi più che mai pretendiamo che i nostri figli sopportino tutto quello che facciamo, tutte le decisioni che prendiamo certi che tanto staranno bene comunque, se stiamo bene noi. Questa è una bella illusione, ma non sempre è così.

Di lui devo ammettere oggi sono felice d’avere incontrato i limiti, i difetti, le impossibilità. Perché mi hanno insegnato cos’è uomo. A prescindere da ciò che noi vorremmo, dalle illusioni che ci creiamo.

Di seguito una raccoltina di testi che ho scritto per lui in questi anni.

 
 
 
 
Ieri ti ho scritto una poesia
ma poi ci ha piovuto sopra.
Parevano un segno del cielo
quelle lettere sbavate,
di poco conto. Non fosse
che Dio te l’abbiamo visto accanto
ieri, seduto in un carrozzina,
nel posto dove tu non muori.

 
 
 
 
A volte la vita è come un legno
fradicio che si spezza al peso
degli abbracci. Così mio padre
seduto nella peugeot in attesa
di qualcosa che ritorni, le gambe
fragili, e la testa che non risponde.
E andiamo avanti con un sorriso
perché non c’è nient’altro da fare.
 
 
 
 
E stare come un male alla finestra
dove la ripetizione dei gesti non serve.
Quello russa e non mi fa dormire
e mi fa male il coccige e non riesco
più a vedere
. Queste le parole.
Perché la solitudine che abbiamo
dentro dura più della nostra vita.
 
 
 
 
Grazie che vieni sempre, e tornare
tra le ombre di natale e le luci
intermittenti che non si spengono.
E mi racconti della pipì a letto
e delle imboccate per mangiare
e che vita o morte per te è uguale.
E stiamo come velcri di poltrone
strappate e senza più parlare.
 
 
 
 
Il volto rasato e quasi un sorriso.
L’Abs, l’Advanced Break System
che non ricordo ma che ti rende
orgoglioso di sapere, una Clio
scambiata per una Opel e un’Audi
sportiva con due ragazze accanto.
E la vita reclusa in uno schermo
dietro un vetro di sicurezza.
 
 
 
 
Spesso accostarsi a questa vita
ha un sapore agro di stranezze
che non comprendi, il dito più
corto perché spezzato, il vicino
che lamenta i troppi rumori
il pomeriggio, e tu che non sai
cosa resta della vita se non
i wafer, che sono così buoni
.
 
 
 
 
Tutta la vita a giocare al lotto
sperando di vincere i miliardi.
E li avevi pure sognati i numeri,
quelli giusti, dimenticandotene.
Avevi pianto. La seconda
volta era al funerale di tua madre.
La terza, in un letto d’ospedale
gridando mi sento inutile.
 
 
 
 
Il rasoio che ieri t’ho comprato
pareva un gioco da bambino.
È quello buono dici col sorriso
luminoso dentro gli occhi. Poi
camminiamo in un perimetro
di stanze e cartoncini appesi.
Tutto il bene che ci resta.
 
 
 
 
Mio padre mi ha insegnato che la vita
è un lasciare indietro qualche cosa,
un perdere qualcuno, a intervalli regolari.
Come quando fai il caffè e i grani
ti cadono per terra, e non puoi salvarli.
Nemmeno te stesso di fronte allo straccio
che una volta era di qualcun altro.

 
 
 
 
Tra poco è il compleanno di mio padre.
Nemmeno ricordo quanti anni. Quante
volte non può andare a fare la pipì
da solo, durante il giorno. Non lo vedo
da tempo, troppo per un figlio. E
non è perché la macchina non va
in questi giorni di terremoto o transizione,
né perché non pensi a quella volta
che da ragazzino mi ha allungato
cinquanta mila lire, come gesto di pietà.
Non vado a trovarlo perché un giorno
– avrò avuto ventisei anni o poco più –
mi ha detto che ero uno tutto d’un pezzo
e sembrava nutrisse orgoglio. Un orgoglio
non paterno, ma da uomo. A distanza
di quattordici anni e qualche mese
non riesco ancora ad essere quell’uomo.