L’empatia

 

Alcuni giorni fa ho lanciato una piccola proposta su Facebook. Ho chiesto alle persone di parlare dell’empatia. La discussione che ne è venuta fuori è stata veramente molto interessante e la voglio riportare qui nella forma in cui è nata. Un dialogo con svolte inaspettate, a tratti con definizioni epigrammatiche, a tratti con un giocoso quanto serio botta e risposta.

Per quanto mi riguarda l’empatia è la capacità di riconoscere l’altro sulla base della propria esperienza. In positivo quanto in negativo. Perché il simile conosce il simile e necessariamente si ritrovano alcuni cenni, alcuni aspetti, già vissuti nella persona che si ha davanti. L’empatia è il vedere tutta la complessità della comunicazione verbale e non verbale ma non solo. È un risuonare con l’altro sulla base appunto (e scusate la ripetizione) di un riconoscimento. Che non necessariamente è positivo. Si può riconoscere il dolore quanto l’odio, la violenza. E sta alla persona valutare cosa farne.

Personalmente credo che l’empatia sia una responsabilità. Perché appena avverti come l’altro si sente è una tua responsabilità aiutarlo se ne hai l’occasione. Chi è dentro una situazione difficilmente ne riconosce i contorni, ma da una visione esterna tutto appare più limpido, più approcciabile. Considero quindi l’empatia un non rifiutare l’umanità (positiva o negativa che sia) dell’altro ma assumerla, assorbirla, e reggerla. Non sopportarla, perché questo precluderebbe in qualche modo il dato costruttivo dell’apprendimento. Empatia è fondamentalmente apprendimento di ciò che si è già conosciuto attraverso la differente prospettiva data dall’essere esterno ai fatti, alle sensazioni, alle emozioni.

Empatia è anche un qualcosa di pericoloso perché, come ha suggerito tra le righe Sandro Pecchiari, implica tutta una serie di coinvolgimenti e di aperture che non di rado l’altro usa a proprio vantaggio. Perché anche il male è una caratteristica umana normale, quotidiana, l’opportunismo. L’essere uno a discapito dell’altro. In questo l’apertura che l’empatia rappresenta spesso diventa ferita. E come tutte le ferite diventa chiusura, cicatrice. Perché è proprio questo il dato che ho più osservato nelle persone: l’empatia produce il suo opposto, il rifiuto, la cecità.

 

Di seguito la discussione così come è accaduta. Un grandissimo ringraziamento a tutti i partecipanti.

 

Violetta Maria Calanca
Succede di captare lo stato d’animo la situazione le emozioni di qualcuno. Forse non sempre. Non tutti i giorni. Ma accade.

 

Mario Famularo
L’empatia è non costringere gli altri a dire tutto. È fare il gesto necessario senza che venga chiesto. È soffrire dei dolori altrui e gioire delle loro gioie come fossero le proprie. È dimenticare sé stessi per l’altro. Una maledizione, una benedizione, ma senza saremmo definitivamente soli.

 

Sandro Pecchiari 
Il più delle volte non ci si permette di essere empatici perché le mura di Gerico hanno una loro utilità! Ci sono situazioni e persone con cui invece le mura si sciolgono. Se accade, a volte le parole non servono nemmeno. Ma è uno stato di grazia!!!

 

Alessandro Canzian
Mario Famularo e soprattutto Sandro Pecchiari, io continuo a sottolineare l’esigenza di lasciare che il fiume scorra senza obbligarlo. A volte c’è a volte no. Una comunione di esperienze che probabilmente rilessica il verbale verso il non verbale. Il problema non è l’esserlo, ma il pretendere che altri lo siano. Con tutto ciò che ne consegue.

 

Mario Famularo
Alessandro, il fiume scorre senza obbligarlo, lo fa già, al di là di ciò che viene detto a riguardo. Certe cose rifuggono le forzature. Non ho mai preteso niente da nessuno, credo sia meglio non avere mai aspettative da nessuno. Tendenzialmente cerco sempre di essere il primo a fare un gesto, a fare del bene. Che io possa riuscirci o esserne in grado, poi, è un altro discorso. Se qualcuno vuole ricambiare, tanto meglio. Se no, a me va bene così. Sono cose naturali, non può esserci né aspettativa, né pretesa, e preferisco sempre una piccola sorpresa: le vicende umane sono complesse, e non possiamo sapere dall’altra parte che storia c’è stata. L’aspettativa porta alla delusione e, in qualche modo, anche questo è egoismo, riflettere sulla questione partendo dal punto di vista di sé stessi. Per quel che mi riguarda sono stato fortunato, e spesso ho ricevuto più di quello che ho dato. Ma sia chiaro: raramente dalle stesse persone verso cui ho fatto del bene. Ma non ha importanza. Alla fine, davvero, non ha importanza. La propensione al bene ci indirizza ed avvicina.

 

Annamaria Marrone
Secondo me empatia è più del capire un’altra persona. È la capacità di mettersi sulla stessa lunghezza d’onda dell’altro. A prescindere dal capirlo o meno. Qualcosa di più del capire. È un miscuglio di capire, sentire, ascoltare, curiosità. È un dono, un atteggiamento.

 

Michele Paoletti 
Quando ho iniziato ad occuparmi di teatro ho conosciuto questo modo di sentire che fin’ora – probabilmente – praticavo senza esserne a conoscenza. Empatia è consonanza, una forma di sintonia che prescinde da strutture verbali e può farci vibrare con gli altri anche solo attraverso sguardi, movimenti, posture. È un sentire sottopelle, dentro e intorno.

 

Gabriella Musetti 
L’empatia riguarda la nostra intelligenza emotiva, che solo da poco tempo è oggetto di studi e analisi. Abbiamo sempre coltivato l’intelligenza razionale come se fosse l’unica. Ma senza l’intelligenza emotiva (più antica) non saremmo qui come specie. Prendere decisioni immediate: attacco o fuga, valutando in modo complessivo e improvviso una situazione.

 

Alessandro Canzian
In questo caso quindi Gabriella Musetti l’esperienza di Michele Paoletti ci dice che l’arte può aiutarci a tornare a quel tipo di intelligenza? Tra l’altro trovo il termine intelligenza molto appropriato (intus legere) ma stranamente bizzarro nel contesto specifico.

 

Gabriella Musetti
Quel tipo di intelligenza, l’emotiva, fa parte del nostro cervello più antico, prima dello sviluppo di quella razionale, della cosiddetta coscienza. Non è affatto bizzarro il nome, è anch’essa una forma di comprensione e di valutazione. Che abbiamo noi umani come specie e che secondo diversi studiosi è la concausa della nostra sopravvivenza e affermazione sulla terra.

 

Michele Paoletti
Attraverso un certo tipo di esperienza teatrale si cerca di liberarsi di una serie di sovrastrutture (verbali, di pensiero, di giudizio) per ritornare ad una dimensione originaria (assimilabile a quella dei bambini o degli animali) dove la percezione è maggiormente legata ai sensi. Dipende dunque dall’approccio all’arte, l’arte da sola non basta. È come si attraversa, come si vive, di quanto siamo disposti a spogliarci.

 

Gabriella Musetti
Michele Paoletti è interessante quello che dici e credo utile. Anche l’intelligenza emotiva si può esercitare per approfondirne la conoscenza. L’arte in questo è una buona strada.

 

Alessandro Canzian
E se l’empatia fosse una forma di arrendevolezza? Una posizione che, attraverso esperienza e conoscenza, non si oppone più ma in virtù di tale arrendevolezza riconosce. Certo devo ammettere che questo mio periodo lo potrei chiamare dell’elogio dell’ignoranza perché, come si diceva l’altra notte con Federico Rossignoli, sto cercando più metafore ed allegorie nella realtà che nei libri. Per argomentare di Dio e del rapporto Dio-uomo ho bisogno di guardare il mio gatto, come mi vede, cosa mi chiede. Così con l’empatia penso a certi animali socialmente strutturati dove il singolo è parte ed accetta d’essere parte di un intero. Cosa che noi mi pare alla fine della fiera non facciamo molto.

 

Michele Paoletti
Non so, arrendevolezza mi sa più di disposizione ad arrendersi, quindi di qualcosa di passivo, una specie di attesa. Quando penso all’empatia mi viene in mente un comportamento totalmente attivo, un’iper-percezione sensoriale, consapevole o anche inconsapevole che mi porta a sintonizzarmi sulla lunghezza d’onda dell’altro. Sempre in teatro si parla di ascolto, intendendo qualcosa di più ampio che supera la parola.

 

Alessandro Canzian 
Bella questa cosa, Michele Paoletti tu intendi l’empatia come una realtà attiva, io invece (e con maggiore convinzione dopo che mi ci hai fatto riflettere) come una realtà squisitamente passiva.

 

Sandro Pecchiari 
Arrendersi può essere una posizione molto attiva nella passività. Mai essere dicotomici!

 

Michele Paoletti 
Boh, Alessandro, non so se sia una dote innata o il frutto di un lavoro su noi stessi. Fatto sta che, trovandola io una forma di ascolto, propendo più sul lato attivo della faccenda. Non arrendersi al sentire dell’altro, ma entrare nel suo sentire.

 

Gabriella Musetti
Giusto Sandro. Anche per me è attivo (tengo a freno la mia parte razionale, blocco il giudizio) e passivo nel senso di: lascio andare per strade sue la mia parte emozionale, accolgo ciò che viene senza interferire.

 

Sandro Pecchiari
Questa storia del fiume che non può essere trattenuto mi si sovrappone a quella di chi si siede sulla sponda attendendo il nemico più o meno affogato. Dove applicare l’empatia quindi? Comprendere le sue sofferenze e difficoltà e tirarlo a riva per parlarne o affidarlo alle onde per alleviargli future sofferenze?

 

Greta Rosso
Io la vivo così. Osservo tantissimo, quindi succede che al primo sguardo basso di una persona che conosco nei meccanismi io capisca la situazione con effetti da sfera di cristallo. Che è poi solo grande attenzione ai dettagli e al linguaggio, anche corporeo.
 

Fausto Maiorana
Capita anche a me, ma penso sia colpa delle tante persone che ho conosciuto, che mi hanno creato il cassettino della memoria, deii comportamenti e delle azioni che alla fine sono molto comuni.

 

Sabina Romanin
Forse è una questione neuronale – the mirror neurons – che fortunatamente ci accomunano agli animali con questo sesto senso istintivo.

 

Giuseppe Martella 
È un mix tra l’intuizione la curiosità e la simpatia umana?

 

Gianni Moroldo 
Francamente, e per fortuna più che per psicologia, ho dovuto scoprire l’empatia quando mi fu affidata a Genova una classe di piccoli di sei anni. Mi accorsi che, nella paura di diventare responsabile di tutti quegli occhi puntati su di me, dovevo o parlare e affannarmi a usare le capacità linguistiche di un adulto oppure lasciarmi avvicinare da tutti quegli sguardi impauriti ed ascoltarli. Ecco, ascoltando molto e parlando poco ho cominciato a entrare in sintonia prima con le loro emozioni e poi con splendide intelligenze e capacità. Certo, entrai in empatia gradualmente con alcuni e via via con gli altri. La loro difesa era la paura di un ignoto maestro, di troppe ignote cose, di ambienti nuovi della vasta periferia genovese. In un mese di minor uso della logorrea adulta e tanto attento/attivo silenzio, grande esercizio di intuizione, di simpatia umana per passare all’empatia come capacità profonda e umile di essere in consonanza con, di sentire in me i loro problemi, le attese, le ansie evidenti e quelle più nascoste, era finalmente possibile costruire il dialogo produttivo, l’apprendimento loro e mio. Anni dopo soltanto scoprii, studiando l’emotività e l’intelligenza emotiva, che quella me l’avevano fatta imparare quei miei primi studenti genovesi. Ora mi accorgo che solo accettando di non essere il padrone di quei ragazzi ero riuscito a farmi accettare come un loro aiuto, un mediatore del loro percorso scolastico ed emozionale. Empatia? Per me all’inizio d’una relazione vera è sincera capacità di far tacere il nostro io per accogliere l’altro nella sua realtà. Per nulla facile se non viene da una profonda capacità di sentire, perfino accettare tutto l’altro senza preconcetti e pregiudizi. Tanta fraterna simpatia umana. Per cominciare.

 
 
 
 

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