La dolcezza

 

Da alcuni giorni mi sta capitando di concentrarmi su alcuni concetti. Concetti molto semplici, e molto densi. Sarà per l’età, quarant’anni, che alle aspettative comincia ad accompagnare quel po’ di esperienza che si ha paura di chiamare esperienza. E che quindi si finisce col dire ho già visto questo. Sarà per un paio di occasioni che ho vissuto recentemente e che mi hanno spinto a fermarmi un attimo, a porre non tanto delle domande quanto a prendere atto dell’esistenza di risposte a prescindere.

Perché spesso ci fermiamo, o soffermiamo, sulle domande senza osservare che ci sono già delle risposte, dei punti fermi che ci sono esterni ma non totalmente estranei. Uno di questi è stato fare colazione con due amici che avevano passato la notte assieme e che di fronte a un tavolo si prendevano in giro teneramente, con sarcasmo ma senza quella sottile violenza che sottende il dubbio, il chiedersi se l’altro sta criticando.

Cos’è dunque la dolcezza? Io credo che dolcezza sia accoglimento, sia comprensione e conoscenza dell’altro e di sé (e lo so che ultimamente parlo spesso di conoscenza). Perché quando si viene minimamente a capo della natura umana nulla stupisce più. Nulla scandalizza. Certo può ancora provocare dolore come il tradimento di una persona amata, come un figlio che ti rifiuta, come un genitore che si allontana. Ma se conosci la natura dell’uomo, e quindi di riflesso anche te stesso, arrivi a capirne l’assoluta umanità, necessità, il bisogno fondamentale che sta sotto ogni azione.

La dolcezza è questa comprensione, è questa umanità. È il desiderare di far star bene un’altra persona, anche sconosciuta, è il vedere negli occhi di un uomo che probabilmente voleva imbrogliarti l’impossibilità di farlo perché ti sei reso disponibile a lui. Ovviamente questo non risolve tutte le umanità. Le aberrazioni esistono come esistono le finzioni, le sovrastrutture che molti si appiccicano addosso per tentare di costruirsi un’identità in luogo di quella che non riescono a trovare, o ad accettare. Ma è una buona prospettiva per osservare e rilessicarsi (come ama dire il mio amico Sandro Pecchiari) nell’immenso quanto piccolo luogo che è il mondo. O il mondo in cui ci troviamo, la porzione a noi accessibile.

Dolcezza però non credo sia felicitàstar bene. È un qualcosa che va oltre, è un desiderio verso l’altro, un’azione. Non una passività. Quando proviamo dolcezza non è dolcezza ma sensazione. Quanto desideriamo fare di buono per l’altro invece lo è. Ed è una di quelle cose che forse ci salvano, nonostante tutto e nonostante noi.

Per concludere ho chiesto ad alcuni amici poeti cosa loro pensano sia la dolcezza. E ho raccolto delle semplici risposte da facebook. Nessun trattato accademico, nessuna pretesa di definizione ultima, solo alcune opinioni leggere ma spesso intensamente toccanti.

 

Michele Paoletti: credo che la dolcezza sia una qualcosa di involontario che si manifesta quando riusciamo a portare alla luce la nostra interiorità più nascosta, quando c’è fiducia e abbandono nell’altro e non serve tenere alta alcuna barriera. Certamente alla base di questo abbandono ci deve essere uno scambio, un legame. La dolcezza che mi regala mio figlio è dovuta al rapporto che ci lega e a una sua totale assenza di barriere, di sovrastrutture. La dolcezza che posso tentare di offrire a mia moglie è dovuta alla mia più completa fiducia in lei e alla sicurezza che ci sarà assenza di giudizio.

Monica Paggetti: dolcezza è accogliere il lato oscuro e debole che è in ognuno di noi. Accogliersi e accudire le nostre fragilità. Essere dolci con noi stessi può anche voler dire perdonarsi.

Sandro Pecchiari: la dolcezza è risultato di una disciplina ferrea: saper fondere le difficoltà, gli errori e gli irrigidimenti di una vita in un atto di riscatto. E fregarsene del pregresso È fare il bilancio con la scarsa correttezza della vita e accettare il dispotismo della trasparenza.

Antonella Sbuelz: la dolcezza è un feudo dell’amore, coltivato meglio dai più giovani e dai più vecchi. L’età di mezzo non ne è esclusa, ma è più distratta da un’età colonizzata da tempi imposti: ruoli, obblighi, efficienza a oltranza.

Amelia Valentina Diacovo: la dolcezza è l’olio che alimenta l’amore, se manca a poco a poco consumato l’olio finisce.

Gabriella Musetti: la dolcezza è qualcosa di improvviso e forse imprevisto che ti attraversa. Quando tocchi l’altro o qualcosa di altro da te e lo conosci intimamente per qualche secondo, ne condividi l’essenza. Uso ovviamente tocchi in senso metaforico. È dentro che accade qualcosa, certo in relazione a un altro che può anche essere non umano (la dolcezza di un panorama che ti comprende). Non solo una sensazione perchè mi pare sia a un livello più basso. È qualcosa che accade, e dura poco, una pienezza di esistenza.

Marino Santalucia: io penso la dolcezza come gli altri sentimenti, un giro di corda attorno alla vita.

Alessia Iuliano: è meraviglioso concepire la dolcezza come un aver cura dei difetti dell’altro. Credo che fondamentalmente questo possa essere, l’aver cura, mettere da parte l’io per garantire fedeltà e protezione al tu. Avere cura delle piccole occasioni, non abusare delle debolezze dell’altro, farlo sentire accolto. Libero di essere se stesso. Non sentire su di sé giudizio, e qualora ci sia, che sia occasione di apertura alla vita, alle sue possibilità, non sguardo crucciato di delusione ma dito indice che offre un’altra via, un’altra chance. Quella che magari da soli non riusciamo a vedere.

Federica Giordano: dolcezza significa aver salvato il ricordo dell’innocenza nei giorni. Mantenere bianco il petto a dispetto della disillusione che ci ingrigisce i capelli. Significa conservare illibato l’atollo dell’infanzia e non depredare quello altrui.

Francesco Sassetto: dolcezza è la piena accettazione, ma meglio acquisizione, dell’altro. Con i suoi difetti, diversità, debolezze. È aiutarlo, sostenerlo, nel modo più giusto per lui, a viverle, superarle, in una forma profonda di condivisione che richiede pazienza, comprensione, vicinanza vera. È una porta che si apre senza cigolare. Come fai tu quando un padre aiuta il figlio a fare i compiti (e come faceva mia madre con me), come Virgilio guida Dante nell’Inferno. Come mio padre mi ha insegnato a nuotare da bambino. Io pauroso, terrorizzato dall’acqua, lui sorridente, tranquillo, spiegandomi con voce calma cosa e come fare, un passetto alla volta, fino a farmi lasciare le sue mani e io a vedere con gioia che era vero! L’acqua ci sostiene e possiamo nuotare! La dolcezza non è affatto facile perchè nasce dal desiderio autentico di essere un punto di riferimento importante ed affidabile per l’altro, implica un mettersi in secondo piano per dare spazio ed espressione ai bisogni dell’altro. È amore vero. Non una scatola di cioccolatini o un mazzo di fiori, che ci stanno eccome, ma non bastano. Da soli sono patetici.

 
 
 
 

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