La lentezza


 

Come molti avranno notato in questi mesi la Samuele Editore ha subito un notevole rallentamento. La consegna dei libri, la stessa realizzazione dei volumi quanto il semplice rispondere avviene in tempi molto più dilatati rispetto a prima. Ovviamente il tutto è adducibile a un momento preciso della storia della Casa Editrice, un periodo di transizione. Siamo passati da una struttura che verteva a eventi spot a una struttura con eventi ciclici con tutto ciò che ne consegue. Un lavoro enorme all’inizio, fatto anche di moltissimi sacrifici che però ho condiviso con alcuni amici (i fantastici Sandro Pecchiari e Federico Rossignoli), che oggi sta ponendo una domanda fondamentale che si coniuga anche col lavoro che stiamo facendo come Laboratori Poesia: dove vogliamo andare?

Come spesso sottolineo infatti l’editoria è un mondo strano che subisce e deve sottostare alle regole del mercato, dell’impresa, senza di fatto esserlo. Io come Editore so di essere un imprenditore e il mio linguaggio dovrebbe essere quello dei numeri, ma so anche che se entrassi nella mentalità di questo specifico linguaggio non farei più editoria. E non se ne esce. I motivi sono moltissimi: il cortocircuito culturale dell’Italia, la crisi dell’editoria, la sovrabbondanza di proposte per il 90% di scarsa qualità.

Cos’è il cortocircuito culturale dell’Italia nell’ambito dell’editoria? È la pretesa di avere tutto gratis. Autori (e questo è comprensibile ma solo fino a un certo punto) e lettori (e questo non ha alcuna giustificazione). Quando io faccio un libro di poesia (e direi che un po’ di esperienza me la sono fatta arrivato al 75esimo libro in dieci anni) so che non lo venderò perché le persone, le persone vere, quelle che incontri per strada con lo smartphone e che si lamentano della crisi culturale, non lo compreranno. Perché? Perché inconsciamente vogliono tutto gratis. Come agli eventi: guai a mettere un biglietto d’entrata, guai a chiedere di acquistare i libri (cosa realmente successami: vieni chiamato venditore di pentole).

Ma l’Editoria come dice la mia amica Melania non è un lavoro ma una missione. Certo una missione che, nelle sue più profonde implicazioni, pochi sono realmente disponibili a sostenere. Perché i giochi non si risolvono nei fuochi fatui dei primi due anni ma nel lungo raggio, nel lungo respiro di chi vuole mantenere alto il livello ed evolverlo. Nella lentezza.

In questi mesi, complici forse anche i miei quarant’anni e una profonda stanchezza nei rapporti personali e sentimentali, ho smesso di rispondere e di lavorare nell’immediato per prediligere la riflessione, l’otium nel suo significato di calibrare meglio l’immaginazione.

Ed è per questo che oggi mi piace parlare della lentezza come valore aggiunto della realtà. Perché la lentezza è giocoforza anche immaginazione. Nella velocità, nell’accelerazione a cui siamo abituati (e che è divenuta insostenibile per l’essere umano), non c’è più tempo per pensare, per strutturare l’immaginazione, la visione.

Una visione è architettura, è composizione complessa.

La lentezza è anche una scelta di qualità, di far bene le cose. In questo è incontrovertibile che la poesia sia il regno privilegiato della lentezza. Non si può scrivere una poesia velocemente, non accade. Accade forse l’atto ultimo del segno, dello scrivere come atto, ma prima e spesso dopo ci sono mesi e mesi di riflessione, di lavoro, di tentennamenti.

E quanto sono belli i tentennamenti! Sono conoscenza (di cui ho già parlato nel precedente Come randagi esposti al cielo). Attendere prima di chiudere una storia d’amore, attendere prima di toccare qualcuno, attendere prima di dare il visto si stampi a un’opera, attendere prima di lanciare un progetto che si è preparato, è conoscenza. E la conoscenza è la chiave di lettura della realtà, della sua sostenibilità.

La realtà si misura come fosse un respiro, e come il respiro quando è affannoso è difficoltoso, sintomo di un’alterazione. Certo come in tutte le cose anche la lentezza implica il suo opposto. Non avremmo luce senza buio, bene senza male (nonostante si creda l’opposto il bene si conosce in virtù del male, e questo esaurisce il significato della storia religiosamente parlando, siamo fatti così), lentezza senza velocità. Ma spesso tale velocità è come l’atto ultimo dello scrivere, del segno. È l’azione conseguente a una lentezza interna.

La lentezza infine è anche bellezza. Perché la bellezza non rimane ferma, statica, ma cresce, evolve, matura. Diventa altro da sé e si coniuga con la bontà. Io sono uno di quelli che crede che non si possa slegare bellezza da bontà, donna da sorriso, uomo da generosità. Per quanto sia in effetti molto complicato e raro. E la bellezza è lenta quanto lo sguardo che la percepisce, che è esso stesso conoscenza.

Alcuni dicono che sarà la poesia a salvare il mondo. Io, da Editore di Poesia, devo ammettere di non saperlo e di non esserne pienamente convinto. Ma so per certo che se sarà così sicuramente sarà con lentezza. Se sarà così la poesia salverà il mondo lentamente. Sempre se noi riusciamo a sopravviverne.

 

Di seguito una piccola scelta di poesie sulla lentezza tratte dai libri Samuele Editore.

 
 

***

 
 
quando si cerca un ambito da fare
proprio tra case un tempo azzurre ora
diventate rosa
 
tutto cambia rapidamente – vedi –
anche le facciate
 
soltanto gli alberi mutano tanto
lentamente che sembra di vedere
sempre uguali le membra
 
Ma è illusione ottica la persistenza
è inganno del pensiero e l’erba e i prati
che si rinnovano
 
a ogni primavera come fossero
uguali a sè          proprio i medesimi
punti verdi accesi
Ciò che trascorre sfuma e non rinnova
la presenza e anche noi lasciamo sfare
il tempo                  e di noi
 
non si ritrova nuovamente ciò
che è stato         Anche se cerchi dappertutto
dentro la memoria
solo brandelli tracce appena certe
Se pensi indietro puoi rivivere i
passaggi scoperti
 
e l’intensità ti toglie il fiato
ma sono attimi per poco apparsi
poi tutto sfuma
 
Gabriella Musetti
La manutenzione dei sentimenti, Samuele Editore 2015
 
 
 
 
 
 
Così rivedo la campagna tra le nubi
e le file dense dei cipressi immusoniti
nella luce incerta che porta lenta all’alba
in un mantello di cielo color perla.
Che cambia in oro giallo impallidito
se volano gli uccelli risvegliati o i primi umani…
E svelto sfugge scivolando via
senza mai aggrapparsi al finestrino
se non nelle fermate.
 
Questa freccia veloce spintona la campagna,
sbeffeggiando i nemici che la schivano
– le strade parallele e i capannoni –
o tentano un attacco inefficace,
anteponendo fiumi, passaggi a livello
già in allarme
o l’Appennino largo sotto il sole.
 
Vorrei fosse così la vita,
un osservare lento senza soste,
con qualche riflessione, dei ricordi,
col tempo in faccia
e gente rinnovata
che si narra.
 
Sandro Pecchiari
Le svelte radici, Samuele Editore 2013
 
 
 
 
 
 
Rallenta, rallenta la corsa,
dilata i minuti al respiro
strappato alle righe di un pigiama.
Siamo venuti nudi, stropicciati,
e nudi ritorneremo a un cosmo
privi di alcun secchio a fare massa
col peso incalcolabile di una piuma.
 
Laura De Beni
La grammatica dei piedi, Samuele Editore 2017
 
 
 
 
 
 
Clic e cloc e clicchete-cloc.
Dune erbose assolate
sul vasto falsopiano
nel sogno percorriamo.
Nudo è il cavallo
che solo la sua pelle indossa
pelle calda e lucente
morbida ed irrorata
di sudore odorante.
 
Clic e cloc e clicchete-cloc.
Col muso alto
ad annusare il vento
se ne va lento all’ambio
fra gli alberelli bassi
dalle fronde cadenti.
 
Clic e cloc e clicchete-cloc.
Nuvolette che assumono
strane forme ammiccanti
sembrano dondolare
mentre oscillanti vanno
sopra il cavallo nudo
i nostri nudi glutei
le gambe penzolanti
i cuori palpitanti.
 
Dario De Nardin
Minatori, Samuele Editore 2009/2016
 
 
 
 
 
 
Non ti vedo e mi manca il tuo sguardo in ascolto
mi manca la parola mai definitiva che interroga la tristezza
del pensiero lo stupore di bimbo alla fioritura del mandorlo
la tua presenza assorta le gambe accavallate
lenta la mano scorre le tavole le righe allineate apprende
e mèmora dell’universo il catalogo aperto
mi manca il germogliare inesausto di domande
la ricerca di una ragione plausibile al venir meno delle stelle
la musica straniata del tuo fiato.
 
Marina Giovannelli
Il libro della memoria e dell’oblio, Samuele Editore 2013
 
 
 
 
 
 
Ho caricato le ultime balle di parole
sui vagoni del mio treno.
 
Parto, ma lento, per deragliamenti
lungo le linee divergenti del vivere.
Parto, e non so dove e se arriverò,
poiché non hanno mai toccato terra
i miei binari.
 
Corro, ma piano,
per bielle storte d’interrogativi,
nelle stazioni nessuno più m’aspetta
e svolazzo di mani non è per me.
 
Attraveso ponti su ferite di canyon
che più non mi addolorano,
ponti che ancora non saldano odi e fratture.
 
Arranco tra silenzi di panorami e miei,
non so dove arriverò,
diresti a un binario morto
o alla discarica d’una miniera di ferro,
 
ma il mio treno s’è già fermato
in un’immensa baia dai mille occhi e lune
dove le parole cominciano a muoversi,
a intrecciarsi, a dipanarsi, per dire
della meraviglia della mia vita
e di ciò che sento e vedo.
 
Ogni eufonia e visione
restano però solo dentro di me,
 
queste balle di parole non so allinearle
in frasi per pacificare gli uomini
con lo stupore della loro esistenza.
 
Bielle o anche rotte,
resta qui il mio treno,
nel silenzio e nella tristezza per quelle balle
che bruceranno sempre solo in me,
svaporandomi.
 
Filippo Passeo
Ventilabro, Samuele Editore 2017
 
 
 
 
 
 
Cuma ch’al fa lustri incuoiù
il saresar, nini, e tu ti ciaminis plan planc
tan chel mar blanc,
e par un moment a ti par che dut cuant
il mont a si sedi fermàt a imbrassà
la lus ch’a cola dal saresàr.
Nini, ancia il peis scur
ch’a ti duar in font dal còur
adès al somea un puc pi clar.
Confont duncia li’ mos’cis dal dubi
cu la ploia di flours dal saresar.
 
 

Luce nel campo
Come fa luce oggi / il ciliegio, ragazzo, e tu cammini a passi lenti /su quel mare imbiancato, / e per un attimo ti sembra che tutto / il mondo si sia fermato ad abbracciare / la luce che scende dal ciliegio. / Ragazzo, anche il peso opaco / che ti dorme in fondo al cuore / adesso sembra un po’ schiarito. / Confondi dunque le mosche del dubbio / con la pioggia fiorita del ciliegio.

 
Giacomo Vit
Non ti scrivo da solo, Samuele Editore 2017
 
 
 
 
 
 
L’alba quasi giunta a far chiarore
i cavalli bardati, e i cani vispi;
dal tasso le frecce estratte –
                    le piume di falco
appresso la cocca strette –
 
          dentro la fitta boscaglia
          s’inoltra la banda:
                    a volte una quaglia,
          – o una pernice –
          allude a una facile resa;
 
ma spiccano da una vetta
prima ch’io possa sfiorarmi la guancia
     –
 
un porcospino dal lento passo
muove alla tana, invano;
 
ed io, vedendo il suo trapasso
                   scocco via il mio,
                    lo penso più lontano
 
Erminio Alberti
La vita, le gesta e la tragica morte di Serlone d’Altavilla detto Sarro, Samuele Editore 2017
 
 
 
 
 
 
E la virtù. Nell’odore di incenso, la passeggiata
al mare, la mano puntata a un chiaroscuro. La tela
che avvolge, guardare sempre avanti. Ma poi stanca
anche una semplice salita. Là dopo l’ultimo gradino,
il tuo profilo,
più lento sull’asfalto bagnato, lo specchio nel bar,
nell’ultima sosta. Resto fuori per un po’ irragionevole,
mi basta,
lo so che mi basta a guarire. Anche se tira vento e piove.
 
Alberto Toni
Il dolore, Samuele Editore 2016
 
 
 
 
 
 
Vi era un respiro nelle chiome del melo
sì che le foglie si piegavano, vibravano,
al vento d’autunno che comprimeva i rami
e – più leggera – fluttuava la balaustra
del giardino –
 
tu eri vissuto bambino vicino a questo cadere,
singhiozzare, cadere,
mentre dal monte Lifoi scendevano i lupi
in cima al paese e abbandonati se ne stavano
i luoghi –
sentivi mungere il latte nelle stalle
e tonfi di legna come un battere d’onde
sul traghetto notturno.
 
Così se ne andavano i giorni:
lento bisbiglio d’alba e soffrire.
 
Rosa Salvia
Il giardino dell’attesa, Samuele Editore 2017
 
 
 
 
 
 
Today I see just trees, expanses of trees.
I am a tree. My roots extend till the centre of the earth
and a shiver climbs back to the top of the canopy.
And afterward I become sap, dense sap.
Slow molasses over a carpet of salt.
 
It’s the way to sink into the abyss,
the body learns fragmenting and recomposing bones.
 
On the pond’s bank, it lies down, contiguous, sensing
each curve, all the eddies, the muddy algae.
 
Where have you been?
Your figure draws a rainbow and I smell
your musky hair bringing
the forest into the world.
 
Now I know who we are.
 
Days of aloofness have receded at last.
 
 

Oggi non vedo che alberi, distese di alberi / anche io sono un albero. Le mie radici / scavano sino al centro della terra / ed un brivido risale alla cima della chioma. / E poi divengo linfa, linfa densa. Lenta / simile a melassa rovesciata su un tappeto di sale. // Il corpo impara a sprofondare nell’abisso / frammentando e ricomponendo le proprie ossa. // Sull’argine si distende, contiguo, sentendo / ogni curva, ogni vortice, le alghe melmose. // Dove sei stato? / La tua figura disegna un arcobaleno e odoro / i tuoi capelli di muschio / foresta dentro al mondo. // Adesso so chi siamo. / Svaniti appaiono i giorni della lontananza.

 
Ilaria Boffa
Periferie / The Bliss of Hush and Wires, Samuele Editore 2016
 
 
 
 
 
 
C’è l’andare discreto d’acqua nei tubi,
 
il gocciare di piccoli passi sul selciato
il lontano scroscio di ruote ostinato
 
sul soffitto il bussare delle stampelle,
orma raddoppiata della vecchia insonne.
 
I cani abbaiano al rientro di qualcuno,
lei mastica forte due parole sulle scale,
 
lui chiude lentamente la porta e la luce
nell’atrio sfumerà soltanto con l’aurora.
 
Il tempo i rumori li rende familiari
pietre miliari nella notte di un viaggio
 
verso l’alba come l’ultimo miraggio.
 
Chiara De Luca
Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015
 
 
 
 
 
 
A volte può bastare alla tua gioia
un refolo di vento in una giornata afosa,
aria nuova, di soppiatto entrata
da una finestra lasciata aperta
 
e proprio per strafare un caffè
caldissimo, lentamente, sorbito
da sola, in una chicchera
– ma con il piattino –
 
Maria Milena Priviero
Il tempo rubato, Samuele Editore 2013
 
 
 
 
 
 
El star ben xe la casa dove tornar
le porte verte co’ l’aria dentro che
alza la polvere o l’albero de pomi
là, oltra e la svolada mata dei usei
nei pensieri più tristi. Benesser
xe la protezion che se gavemo fato
coi nostri ossi e labri insieme –
un stecà de parole pice che disemo,
l’alfabeto che usemo al tramonto
per tegnir lontan l’ombra longa
dei cipressi.
O xe el spetar un sguardo
che ancora no te conossi
la sua atesa che xe brivido
e sospiro, el caminar lento
col cuor in man, sentir el suo bater
forte in-te-la scatola davanti,
star ben girando el canton
soto la luce gialeta dei lampioni.
 
 

Lo stare bene è la casa dove tornare
Lo stare bene è la casa dove tornare / le porte aperte con l’aria dentro che / alza la polvere o l’albero di mele / là, oltre e il volare matto degli uccelli / nei pensieri più tristi. Benessere / è la protezione che ci siamo fatti / con le nostre ossa e labbra assieme – / uno steccato di parole piccole che diciamo, / l’alfabeto che usiamo al tramonto / per tener lontana l’ombra lunga / dei cipressi. / O è l’aspettare uno sguardo / che ancora non conosci / la sua attesa che è brivido / e sospiro, il camminare lento / col cuore in mano, sentire il suo battere / forte nella scatola davanti / star bene girando l’angolo / sotto la luce gialla dei lampioni.

 
Fulvio Segato
‘Sta mia difesa, Samuele Editore 2016
 
 
 
 

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