Ritratti di Poesia 2018


 

Venerdì 9 febbraio leggerò un pezzo del mio Condominio a Ritratti di Poesia a Roma.

Ormai l’opera credo possa dirsi conclusa. Comincio insomma a rimettere quanto avevo tolto e a lasciare gli elementi meno forti accettandoli come difetti che in qualche modo completano l’opera stessa.

E questo è quanto si definisce punto d’equilibrio. Il momento in cui lo scritto torna continuamente a un punto preciso della sua storia, il momento in cui la correzione dei difetti è peggiore dei difetti stessi. Questo dice che l’opera è conclusa. Non che è una grande opera, solo ha raggiunto il suo massimo potenziale. Oltre non può andare.

Qui nel blog ne ho messi man mano pezzi grezzi, prime scritture, e ho tolto ad esempio La ragazza del secondo piano di cui ho salvato un solo testo spostandolo all’interno di Silvio.

 
Di Silvio ricordo un gesto.
Lo sguardo basso, la mano aperta,
la schiena che si piega
a cercare le monetine
perse sotto al divano, la polvere,
le ginocchia che fanno male. Non
credo si possa essere più soli
di quando non si è soli.

 

Devo ammettere che il Condominio continua ad apparirmi fastidioso, ostile. In sintesi provo una fatica enorme a leggerlo. Un po’ come se mi rifiutasse, o io rifiutassi lui pur essendone in qualche modo contento.

Perché in effetti la sua non perfezione ricalca quanto cercavo di fotografare: i rapporti tra le persone. E in questa direzione il Condominio mi pare dica quello che vedo.

 
Ho visto camminare una ragazza
stamattina, a cui ho dato nome Olga.
Non so se fosse lei o un’altra
o se avesse le sue gambe o la medesima
pelle, o lo stesso buio appeso
appena sotto i fianchi. Ho immaginato
fosse lei a tornare dal lavoro
senza aver risolto nulla della vita.

 
 
 
 
Carlo questa notte credo
abbia fatto l’amore. Ho sentito
versi di persiane scorrere
e di gole che si toccano, ma
non aveva volto quella donna.
Solo piedi lunghi e capelli ben curati.
E grida di un animale in gabbia
che non sa come uscire dalla vita.

 
 
 
 
Oggi ho sentito Anna
urlare ad un suo amico. Lo
accusava d’essere violento
e presuntuoso, urlava e gli
sbatteva la porta addosso
mentre lui tirava calci alle pareti
con lo sguardo di chi sa che il cane
segue sempre il suo padrone.

 
 
 
 
Giulia oggi aveva un libro
in mano e l’aria di chi non ha
dormito perché si è pentita
di ciò che ha fatto nella vita.
Come quando il gallo non canta
la mattina perché il giorno
non è mai iniziato, le lenzuola
non si sono mai sporcate e
non c’è più nulla da lavare.

 
 
 
 
Silvio si svegliava di notte
e la casa puzzava di piedi
sporchi e un dente rotto
e perfino la tenda si era rotta
e la cucina odorava di birra
e il letto s’era sfondato in mezzo
e il buio non aveva capelli
di donna da prendere e fasciare
a farci l’amore ubriachi.

 
 
 
 
Alberto non parla mai
di Monica, la donna che ha avuto
per tanti anni in moglie. Due
figli e ventincinque stagioni
a dormire assieme, quasi
non lo capisco, gli stessi odori,
gli stessi vestiti da lavare
nella stessa lavatrice.
Poi un cancro, a pulire tutto.

 
 
 
 
Ad Alina un giorno vorrei chiedere
perché non pensa di lasciare
il marito e magari trovarsi
un bravo uomo, uno di quelli
che ti fa la colazione la mattina.
Penso Alina risponderebbe
che sono ancora giovane e
non so che siamo tutti uguali
chiusa la porta di casa.

 
 
 
 
Aldo ha vissuto solo pochi
giorni nel condominio
al primo piano, negli appartamenti
più piccoli dove trovano
rifugio extracomunitari e separati.
Aveva un odore buono, Aldo,
di vent’anni di matrimonio e un’amante
che gli voleva davvero bene.

 

In maniera del tutto inconsapevole ho scoperto una coincidenza, un cortocircuito dell’opera (a detta di un amico) che mi ha fatto leggere la storia di Aldo attraverso il mito di Orfeo ed Euridice.

 
Aldo ha salutato sorridendo
e tendendo la mano appena chiusa
solo alla ragazza delle scale.
Lei però gli ha risposto
male per istinto od esperienza
mostrando gli occhi sporchi e gialli
o anche solo perché il mondo
è uno, uno e solo, e sempre uguale.
E si è voltata dall’altra parte.

 

La ragazza delle scale infatti si volta, lo rifiuta con disprezzo non per rifiutare o disprezzare lui ma perché rifiuta e disprezza gli uomini. Segnando la frattura della relazione, il non dialogo. Inevitabilmente il pensiero non poteva che andare a Rilke che quindi finisce come esergo a inizio opera:

 
Era la prodigiosa miniera delle anime.
Come vene d’argento silenziose
scorrevano il suo buio. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini
e greve come porfido appariva nel buio.
Di rosso altro non c’era.
 
Rupi c’erano,
selve incorporee e ponti sul vuoto
e quell’enorme, grigio, cieco stagno,
sospeso sopra il suo lontano fondo
come cielo piovoso su un paesaggio.
E in mezzo a prati miti di pazienza,
pallida striscia, un unico sentiero era visibile
come una lunga tela distesa ad imbiancare.
 
E per quest’unico sentiero essi venivano.
 
In testa l’uomo snello in manto azzurro,
guardando innanzi muto e impaziente
divorava la strada col suo passo
a grandi morsi senza masticarla. Gravi, chiuse,
dalle pieghe del manto pendevano le mani,
dimenticata ormai la lieve lira
ch’era incarnata nella sua sinistra
come tralci di rosa nel ramo dell’ulivo.
Ed i suoi sensi erano in due divisi:
mentre l’occhio in avanti correva come un cane,
tornava ed ogni volta nuovamente lontano
alla prossima svolta era ad attenderlo –
l’udito gli restava – come un odore – indietro.
Talora gli sembrava di percepire il passo
degli altri due viandanti che dovevano
seguirlo fino al colmo dell’ascesa.
Poi nient’altro che l’eco del suo ascendere
dietro di lui e il vento del suo manto.
E tuttavia venivano, si disse
a voce alta, e udì perdersi la voce.
Venivano, gli parve, ma con passo inudibile,
i due. Se per un attimo
gli fosse dato volgersi (se il volgersi a guardare
non fosse la rovina dell’intera sua opera
prima del compimento) li vedrebbe
i silenziosi due che lo seguivano:
 
il dio dei viandanti e del messaggio
lontano, sopra gli occhi chiari il pètaso,
lo snello caducèo proteso innanzi,
e alle caviglie il battito dell’ali;
e affidata alla sua sinistra: lei.
 
La Tanto-amata che un’unica lira
la pianse più che schiera di prèfiche nel tempo,
e dal lamento un mondo nuovo nacque,
ove ancora una volta tutto c’era: selva, valle,
paesi, vie, e campi, e fiumi e belve;
e intorno a questo mondo del lamento
come intorno ad un’altra terra, un sole
ed un cielo stellato taciti si volgevano,
un cielo del lamento pieno di astri stravolti -:
Lei, la Tanto-amata.
 
Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei,
né alla via che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come d’oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile.
Ella era in una verginità nuova
ed intangibile. Il suo sesso chiuso
come un giovane fiore sulla sera,
e le sue mani erano così immemori
di nozze che anche il dio che la guidava
col suo tocco infinitamente lieve,
come un contatto troppo familiare l’offendeva.
 
E non era più lei la bionda donna
che echeggiava talvolta nei canti del poeta,
isola profumata in mezzo all’ampio letto;
né più gli apparteneva.
 
Come una lunga chioma era già sciolta,
come pioggia caduta era diffusa,
come un raccolto in mille era divisa.
 
Ormai era radice.
 
E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?
 
Ma in lontananza – oscuro contro la soglia chiara –
qualcuno in volto non riconoscibile
immobile guardava
la striscia di sentiero in mezzo ai prati
dove il dio messaggero, l’occhio afflitto,
si voltava in silenzio seguendo la figura
che per la via di prima già tornava,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza.

 

Trovo potentissima la domanda, fondamentalmente aporetica, di Rilke: Chi? Il non riconoscimento dell’altro, la solitudine abissale del diventare muti e ciechi alla presenza di un altro essere umano.

E utilizzo il termine aporetico facendo volutamente riferimento a un’opera che ho amato moltissimo, il Teeteto platonico. Quand’ero all’università ho cercato infatti di dimostrare che quell’opera non è aporetica, ma mancante della soluzione. In buona sostanza non è vero che alla domanda Cos’è la conoscenza? non sia possibile dare risposta (in questa prospettiva il dialogo platonico è appunto aporetico), semplicemente Platone non l’ha data. Se infatti contiamo (in maniera molto semplice) il numero di risposte per ogni domanda posta nel dialogo, che a sua crea altre domande, vengono fuori sempre tre risposte. A parte la domanda finale che ne crea solamente due.

Impossibilità di trovare la terza e definitiva risposta oppure possibilità lasciata aperta? Se questo lo spostiamo sulle relazioni umane mi pare sia quasi come un cadere nell’abisso. Perché così facendo finiamo col domandarci se tra esseri umani è possibile o impossibile riuscire ad avere una relazione, una conoscenza, e soprattutto quanta paura abbiamo di dare una risposta a tale domanda.

Nella stesura finale del Condominio ho anche inserito alcune note (pur avendo sempre in mente quella ritrattazione eliotiana sulle note alla Terra desolata). Poche in realtà, giusto quelle che citano testi non facilmente rintracciabili.

Come un testo di Mario Momi edito dalla Società artistico letteraria di Trieste nel 1976:

 
Ti prenderò
amore mio
con i gomiti.
 
Chè le mie mani
sono fisse
dietro la nuca.
 
Poiché mi stanno
ancora
fucilando.

 

E un testo di Ida Vallerugo edito dal Circolo Culturale Menocchio di Meduno nel 1997:

 
La vêgla
à i vôi di Eva, mê mari, tô fia
che dres a vuârdin il mont e il scûr
 
il mont che a man salda
al à tentât d svuarciâssi
 
il scûr che in sé a ti straviêa
e al à soul nô par vêdissi
 
                flanchis nêstris indurmindîs
 
nô issûdi da te e cjo presîdi ‘snot.
E four la not granda stelada di mai.
 
Delta, suspinduda surgint.
E come i na savîn pì si sin
in banda dal sum o denant la muart.
 
                E la tô vous di là da la pareit e dal timp
                “Ce êse una femina, fîis?”
                A é la scura nobiltât dal mont, Maa
                il sio timp clâr che clâr al ven.
 
E tal scûr dal delta insiemit i gîn
incuntra a l’aga dôlcja salada
li ôndi ai genôi, a lûs di vôus gint
i timpis dal vivi ripassant, l’âga ai flanchis
âlti tignint li nêstri lampadi, i nêstri nons disint
 
incuntra a chel mâr che dut in sé a cunfunt.
 
 
 
 
La veglia
ha gli occhi di Eva, mia madre, tua figlia,
che guardano diritti il mondo e il buio
mantello caldo e lucente su di me
che contraddicendomi diritta guardo il mondo e il buio
 
il mondo che a mano salda
ha tentato di accecarci
 
il buio che già in sé ti stravia
e ha solo noi per vedersi
 
                fianchi nostri addormentati
 
noi uscite da te e tuo presidio questa notte.
E fuori la notte grande stellata di maggio.
 
Delta, sospesa sorgente.
E come più non sappiamo se siamo
accanto al sonno o di fronte alla morte.
 
                E la tua voce al di là del tempo
                “Che cos’è una donna, figlie?”
                È l’oscura nobiltà del mondo, Maa
                il suo tempo chiaro che chiaro viene.
 
E nel buio del delta insieme andiamo
incontro all’acqua dolce salata
le onde ai ginocchi, a lume di voce andando
i tempi del vivere ripassando, l’acqua ai fianchi
alte tenendo le nostre lampade, i nostri nomi dicendo
 
incontro a quel mare che tutto in sé confonde.

 

Doverosa infine una nota sul Condominio S.I.M, il palazzo dove abito e che è motivo del nome del mio lavoro.

La sigla S.I.M. sta per Società Immobiliare Maniaghese. Costruito nel 1970 era stato inizialmente pensato come un albergo, ma solo a livello progettuale. Nonostante siano presenti il ristorante (oggi utilizzato come luogo di culto dai Testimoni di Geova) e il gabbiotto del custode dell’albergo, la Società si è accorta solo a costruzione ultimata che nella zona un albergo non avrebbe potuto funzionare, per cui fu utilizzato sempre e solo come condominio.