Orfeo ed Euridice

 
 

Un tentativo di comporre Orfeo ed Euridice. Devo ammettere diversi debiti fra cui (forse quello che più mi preme) L’inno alla notte di Novalis.

Si tratta ovviamente di una bozza.

 
 
 
 
Non fu che l’attimo d’uno sguardo,
un passo, perchè tanto
basta a far cadere un uomo.
 
Lei era vestita del nero
latte della notte, e non aveva
la sua bellezza stelle né
giardini di rose nel suo corpo,
ma scogliere fra i capelli
pronte alla tempesta.
 
E Orfeo cadde, come corpo morto
cade, alla visione d’Euridice.
 
 
 
 
 
 
Non sapeva, Orfeo, che la strada
non era costellata dei suoi occhi
bruni e cupi come il mare
quando strappa uomini, non sapeva
che il suo grembo era fondale
in cui annegare, Orfeo l’osservava
affascinato alla leggerezza
del passo sulla strada.
 
 
 
 
 
 
E Orfeo cadde, come corpo morto
cade, fra le catene d’Euridice.
Inconsapevole Euridice scivolata
senza colpa sulla strada
offesa alla bellezza del suo passo
sinuoso di conchiglie, e sabbie,
penetrate nel profondo.
 
 
 
 
 
 
Orfeo seguitò per giorni
a camminarle fianco a fianco
disegnando in cuor suo la schiena
nuda fra le mani, la pelle
chiara come pietra lavorata
che rende il mondo meno bello
alla sua esistenza, e Dio
geloso, del male degli uomini.
 
 
 
 
 
 
Orfeo la pedinò per giorni
possedendola la notte
nella lotta fra le braccia
che rende meno soli. Fu
l’istante in cui l’abbraccio
si fa gambe fra le gambe,
labbra fra le labbra,
fino all’ultimo respiro.
 
 
 
 
 
 
E la mattina Orfeo parlava
all’Euridice inafferrabile
e discorrevano di arte, poesia,
e delle sciocchezze degli uomini
che seguono luci con le unghie
come un gatto impazzito dalla fame
ed Orfeo s’innamorava della bocca
d’Euridice che parlava, e baciava.
 
 
 
 
 
 
E vagava solo per la strada
ogni giorno per vederla
tralasciando tutto il resto
solo per vederla. E stringeva
il rumore dei suoi passi
perché gli dicesse ancora
il nero della vita, lo schermo
rugginoso della luce. Ed
Euridice si lasciava raccontare
ogni notte tenendosi il respiro
alla parola Dio.
 
 
 
 
 
 
Ma venne il giorno in cui la perse
Orfeo impazzito per la strada
della fame e della polvere
e dei cani che abbaiavano e dei gatti
schiacciati nei fossati
come soldati tutti uguali.
E Orfeo impazzito incise
ogni porta di quel male
fine a decidere di prenderla
anche nel regno d’Ade
qualora fosse morta.
 
 
 
 
 
 
Camminò Orfeo per la strada
ancora una volta
incontro all’uscio della casa
dove pensava si trovasse.
Euridice inafferrabile. E
già pregustava quei discorsi
morbidi sul letto, quando
vide l’ombra della sua ombra
dall’altra parte della stanza.
 
 
 
 
 
 
Torna Euridice fra le braccia
che il vuoto diventi meno vuoto
e il cancro della vita meno acre
a contare le tue ciglia
e a parlare di ciò che non siamo
e di ciò che non vogliamo, torna
a insegnarmi il cuore della notte,
l’ultimo mattino che s’oppone
alla violenza della luce, torna
nel fondo di ciò che è vero.
 
 
 
 
 
 
Ed Euridice ferma coi capelli
pronti alla tempesta
lo guardava con occhi d’ambra
e di ciò che non è passato. Orfeo
la prese per la mano e la tirò
fuori dalla porta
verso la lunga strada buia
d’un buio che fa ciechi
non sentendone la mano.
 
 
 
 
 
 
Ricordava ancora la sua pelle
bianca e umida di labbra
quando negli occhi navigavano giorni
e lei era vasta quanto è vasto
il tempo, ma non sentiva la sua mano.
Ricordava l’odore dei suoi fianchi
alti e carichi di pioggia
prima dell’inganno del mattino
e del tradimento delle voci,
ma non sentiva la sua mano.
 
 
 
 
 
 
Ricordava pure le parole
che sussurrava negli occhi e fra le dita
del suo corpo e ricordava, Orfeo,
la bellezza d’Euridice che faceva
vergognare il mondo stesso
con le sue guerre e tradimenti, faceva
Euridice rimpiangere una vita
che non abbiamo mai vissuta.
 
 
 
 
 
 
Ma Orfeo non sentiva la sua mano
né sentiva la sua voce
dire degli schermi, e degli schianti,
e delle cose che sono troppo
anche per gli uomini, non sentiva,
Orfeo, il tepore d’Euridice
appena dietro la sua schiena.
 
 
 
 
 
 
Ed Orfeo all’improvviso si girò
afferrandone meno effimero il vuoto
del vuoto fra le braccia
d’Euridice che non c’era. Non
un soffio, una radice, un tonfo
d’Euridice che non c’era
e che non avrebbe potuto essere.
 
Ed Orfeo uscì ricordando
le parole d’Euridice. E scrisse.