Orfeo ed Euridice – variazioni


 
 

Dalle Notti del Mito della Samuele Editore sto riflettendo sul mito di Orfeo ed Euridice, e devo ammettere che dopo il Luceafarul ed Ero e Leandro non mi dispiacerebbe tentare anch’io una riscrittura. Non riesco, pur avendo le idee molto chiare, però a trovare il fatidico primo verso.

Motivo per cui ho raccolto un po’ di versioni, quelle più facilmente rintracciabili e ripubblicabili, che ovviamente sentono la mancanza delle rivisitazioni di Cocteau, Williams, Buzzati, Magris. E le propongo in lettura, anche se in maniera consapevolmente confusa.

L’immagine di copertina si rifà a una rappresentazione teatrale di Valeria Parrella, con regia di Davide Iodice, messa in scena a Taranto il 6 febbraio 2016.

 
 
 
 
 
 
Publio Virgilio Marone, Georgiche, traduzione di Luca Canali
 
«È vero, ti travagliano le ire di un nume; paghi
una grande colpa. Ti suscita questa punizione,
se i fati non si oppongono, Orfeo, ingiustamente sfortunato,
e duramente infierisce a causa della sua sposa rapita.
Quella, mentre ti fuggiva trafelata lungo il fiume,
non vide, fanciulla moritura, seguendo il greto,
nell’erba alta davanti ai suoi piedi un orribile serpente.
La schiera delle Driadi, sue coetanee, riempirono di grida
le cime dei monti; piansero le rocche del Rodope
e l’alto Pangeo e la marzia terra di Reso
e i Geti e l’Ebro e l’attica Oritia. Egli, Orfeo,
cercando di consolare con la cava testuggine il suo amore disperato,
cantava a se stesso di te, dolce sposa, di te
sul lido deserto, di te all’alba, di te al tramonto.
Entrò persino nelle gole tenarie, profonda porta
di Dite, e nel bosco caliginoso di tetra paura,
e discese ai Mani, e al tremendo re ed ai cuori
incapaci di essere addolciti da preghiere umane.
Colpite dal canto, dalle profonde sedi dell’Erebo,
venivano tenui ombre e parvenze private della luce,
quante sono le migliaia di uccelli che si celano tra le foglie,
quando Vespro o la pioggia invernale li caccia dalle montagne,
madri e uomini, e corpi privi di vita
di magnanimi eroi, fanciulli e giovinette ignare di connubio,
giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei genitori:
li imprigiona intorno la nera melma e l’orrido canneto
di Cocito, e l’infausta palude dall’onda morta,
e li serra la Stige aggirandoli nove volte.
S’incantarono persino le dimore e i tartarei recessi della Morte,
e le Eumenidi con i capelli intrecciati di livide serpi,
e Cerbero tenne le tre bocche spalancate, e la ruota
su cui gira Issione si fermò con il vento.
E già ritraendo i passi era sfuggito a tutti i pericoli,
e la resa Euridice giungeva alle aure superne, seguendolo
alle spalle (Proserpina aveva posto una tale condizione),
quando un’improvvisa follia colse l’incauto amante,
perdonabile invero, se i Mani sapessero perdonare: si fermò,
e proprio sulla soglia della luce, ahi immemore, vinto
nell’animo, si volse a guardare la sua diletta Euridice.
Tutta la fatica dispersa, e infranti i patti del crudele tiranno,
tre volte si udì un fragore dagli stagni dell’Averno.
Ed ella: «Chi ha perduto me, sventurata, e te, Orfeo?
Quale grande follia? Ecco i crudeli fati
mi richiamano indietro e il sonno mi chiude gli occhi vacillanti.
Ora addio. Vado circondata da un’immensa notte,
tendendo a te, ahi non più tua, le deboli mani».
Disse e subito sparve, via dagli occhi,
come tenue fumo misto ai venti,
né più lo vide che invano cercava di afferrare l’ombra
e molto voleva dire; né il nocchiero dell’Orco permise
che egli attraversasse di nuovo l’ostacolo della palude.
Che fare? E dove andare, perduta due volte la sposa?
Con quale pianto commuovere i Mani, quali numi invocare?
Ella certo navigava ormai fredda sulla barca stigia.
Raccontano che per sette mesi continui egli pianse,
solo con se stesso sotto un’aerea rupe presso l’onda
dello Strimone deserto, e narrava la sua storia nei gelidi antri,
addolcendo le tigri e facendo muovere le querce con il canto:
come all’ombra di un pioppo un afflitto usignolo
lamenta i piccoli perduti, che un crudele aratore
spiandoli sottrasse implumi dal nido: piange
nella notte e immobile su un ramo rinnova il canto,
e per ampio spazio riempie i luoghi di mesti lamenti.
Nessun amore o nessun connubio piegò l’animo di Orfeo.
Percorreva solitario i ghiacci iperborei e il nevoso Tanai,
e le lande non mai prive delle brine rifee,
gemendo la rapita Euridice e l’inutile dono di Dite.
Spregiate dalla sua fedeltà le donne dei Ciconi,
fra i riti divini e notturne orge di Bacco,
fatto a brani il giovane lo sparsero per i vasti campi.
E ancora mentre l’eagrio Ebro volgeva tra i gorghi
il capo staccato dal collo marmoreo, la voce da sola
con la gelida lingua, “Euridice, ahi sventurata
Euridice”, invocava mentre la vita fuggiva:
Euridice echeggiavano le rive da tutta la corrente del fiume».
 
 
 
 
 
 
Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77
 
Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo
per l’etere infinito, dirigendosi verso la terra
dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano.
Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito,
senza letizia in volto, senza presagi propizi.
Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo,
provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme.
Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa,
mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo
di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente.
A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta
del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti,
non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro:
tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse
alla presenza di Persefone e del signore che regge
lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde
della lira, così disse: «O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi,
dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire,
se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi
di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare
le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole,
irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa.
Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato,
in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso.
Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato:
ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo;
se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero:
se non è inventata la novella di quell’antico rapimento,
anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi,
per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno,
vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice!
Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra,
presto o tardi tutti precipitiamo in quest’unico luogo.
Qui tutti noi siamo diretti; questa è l’ultima dimora, e qui
sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine.
Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto
il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono.
Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo:
io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!».
Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira,
le anime esangui piangevano; Tantalo tralasciò d’afferrare
l’acqua che gli sfuggiva, la ruota d’Issìone s’arrestò stupita,
gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio, deposero l’urna
le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno.
Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta
si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore,
regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera,
e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava,
e venne avanti con passo reso lento dalla ferita.
Orfeo del Ròdope, prendendola per mano, ricevette l’ordine
di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito
dalle valli dell’Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono.
In un silenzio di tomba s’inerpicano su per un sentiero
scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile.
E ormai non erano lontani dalla superficie della terra,
quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla,
l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno;
cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata,
ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente.
Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero
(di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?);
per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie
giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva.
Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie,
così come colui che fu terrorizzato nel vedere Cerbero
con la testa di mezzo incatenata, e il cui terrore non cessò
finché dall’avita natura il suo corpo non fu mutato in pietra;
o come Oleno che si addossò la colpa e volle
passare per reo; o te, sventurata Letea, troppo innamorata
della tua bellezza: cuori indivisi un tempo nell’amore,
ora soltanto rocce che si ergono tra i ruscelli dell’Ida.
Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un’altra volta:
il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì
accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere:
dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo.
Poi, dopo aver maledetto la crudeltà dei numi dell’Averno,
si ritirò sull’alto Ròdope e sull’Emo battuto dai venti.
 
 
 
 
 
 
Angelo Poliziano, Fabula di Orfeo
 
MERCURIO annunziatore delle feste
 
Silenzio. Udite. È fu già un pastore
figliuol d’Apollo, chiamato Aristeo.
Costui amò con sì sfrenato ardore
Euridice, che moglie fu di Orfeo,
che seguendola un giorno per amore
fu cagion del suo caso acerbo e reo:
perché, fuggendo lei vicina all’acque,
una biscia la punse; e morta giacque.
 
Orfeo cantando all’Inferno la tolse,
ma non poté servar la legge data,
ché ‘l poverel tra via dietro si volse
sì che di nuovo ella gli fu rubata:
però ma’ più amar donna non volse,
e dalle donne gli fu morte data.
 
Séguita un pastore schiavone:
 
State tenta, bragata! Bono argurio,
ché di cievol in terra vien Marcurio.
 
MOPSO pastor vecchio:
 
Hai tu veduto un mio vitelin bianco,
ch’ha una macchia nera in sulla fronte
e duo piè rossi et un ginocchio e ‘l fianco?
 
ARISTEO pastor giovane:
 
Caro mio Mopso, a piè di questo fonte
non son venuti questa mane armenti,
ma senti’ ben mugghiar là drieto al monte.
Va’, Tirsi, e guarda un poco se tu ‘l senti.
Tu, Mopso, intanto ti starai qui meco,
ch’i’ vo’ ch’ascolti alquanto i mie’ lamenti.
Ier vidi sotto quello ombroso speco
una ninfa più bella che Dïana,
ch’un giovane amatore avea seco.
Com’io vidi sua vista più che umana,
subito mi si scosse il cor nel pecto
e mie mente d’amor divenne insana:
tal ch’io non sento, Mopso, più dilecto
ma sempre piango, e ‘l cibo non mi piace,
e senza mai dormir son stato in letto.
 
MOPSO:
 
Aristeo mio, questa amorosa face
se di spegnerla tosto non fai pruova,
presto vedrai turbata ogni tua pace.
Sappi ch’amor non m’è già cosa nuova;
so come mal, quand’è vecchio, si regge:
rimedia tosto, or che ‘l rimedio giova.
Se tu pigli Aristeo, suo dure legge,
e’ t’uscirà del capo e sciami et orti
e vite e biade e paschi e mandre e gregge.
 
ARISTEO:
 
Mopso, tu parli queste cose a’ morti:
sì che non spender meco tal parole,
acciò che ‘l vento via non se le porti.
Aristeo ama e disamar non vuole,
né guarir cerca di sì dolce doglie:
quel loda Amor che di lui ben si duole.
Ma se punto ti cal delle mie voglie,
deh, tra’ fuor della tasca la zampogna,
e canteren sotto l’ombrose foglie:
ch’i’ so che la mia ninfa el canto agogna.
 
Canzona.
 
Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.
 
La bella ninfa è sorda al mio lamento
e ‘l suon di nostra fistula non cura:
di ciò si lagna el mio cornuto armento,
né vuol bagnar il grifo in acqua pura;
non vuol toccar la tenera verdura,
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.
 
Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.
 
Ben si cura l’armento del padrone:
la ninfa non si cura dell’amante,
la bella ninfa che di sasso ha ‘l core,
anzi di ferro, anzi l’ha di diamante.
Ella fugge da me sempre davante
com’agnella dal lupo fuggir suole.
 
Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.
 
Digli, zampogna mia, come via fugge
cogli anni insieme suo bellezza snella
e digli come ‘l tempo ne distrugge,
né l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar suo forma bella,
ché sempre mai non son rose e viole.
 
Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.
 
Portate, venti, questi dolci versi
drento all’orecchie della donna mia:
dite quante io per lei lacrime versi
e la pregate che crudel non sia;
dite che la mie vita fugge via
e si consuma come brina al sole.
 
Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.
 
MOPSO:
 
El non è tanto el mormorio piacevole
delle fresche acque che d’un sasso piombano,
né quanto soffia un ventolino agevole
fra le cime de’ pini e quelle trombano,
quanto le rime tue son sollazzevole,
le rime tue che per tutto rimbombano:
s’ella l’ode, verrà com’una cucciola.
Ma ecco Tirsi che del monte sdrucciola.
 
Ch’è del vitello? ha’lo tu ritrovato?
 
TIRSI:
 
Sì, così gli avessi el collo mozzo!
ché poco men che non m’ha sbudellato,
sì corse per volermi dar di cozzo.
Pur l’ho poi nella mandria raviato,
ma ben so dirti che gli ha pieno il gozzo:
i’ ti so dir che gli ha stivata l’epa
in un campo di gran, tanto che crepa.
 
Ma io ho vista una gentil donzella
che va cogliendo fiori intorno al monte.
I’ non credo che Vener sia più bella,
più dolce in acto o più superba in fronte:
e parla e canta in sì dolce favella
che i fiumi isvolgerebbe inverso il fonte;
di neve e rose ha ‘l volto e d’or la testa,
tutta soletta e sotto bianca vesta.
 
ARISTEO:
 
Rimanti, Mopso, ch’i’ la vo’ seguire,
perché l’è quella di chi io t’ho parlato.
 
MOPSO:
 
Guarda, Aristeo, che ‘l troppo grande ardire
non ti conduca in qualche tristo lato.
 
ARISTEO:
 
O mi convien questo giorno morire,
o tentar quanta forza abbia ‘l mie fato.
Rimanti, Mopso, intorno a questo fonte,
ch’i’ vogl’ire a trovalla sopra ‘l monte.
 
MOPSO:
 
O Tirsi, che ti par del tuo car sire?
Vedi tu quanto d’ogni senso è fore!
Tu gli potresti pur talvolta dire
quanta vergogna gli fa questo amore.
 
TIRSI:
 
O Mopso, al servo sta bene ubidire,
e matto è chi comanda al suo signore.
Io so che gli è più saggio assai che noi:
a me basta guardar le vacche e ‘ buoi.
 
ARISTEO ad Euridice:
 
Non mi fuggire, donzella,
ch’i’ ti son tanto amico
e che più t’amo che la vita e ‘l core.
Ascolta, o ninfa bella,
ascolta quel ch’i’ dico;
non fuggir, ninfa, chi ti porta amore.
Non son qui lupo o orso,
ma son tuo amatore:
dunque rafrena il tuo volante corso.
Poi che el pregar non vale
e tu via ti dilegui,
e’ convien ch’io ti segui.
Porgimi, Amor, porgimi or le tue ale!
 
Seguitando Aristeo Euridice, ella si fugge drento alla Selva, dove punta dal serpente grida, e simile
Aristeo.

 
Segue poi UN PASTORE ad Orfeo così:
 
Crudel novella ti rapporto, Orfeo:
che tuo ninfa bellissima è defunta.
Ella fuggiva l’amante Aristeo,
ma quando fu sopra la riva giunta,
da un serpente venenoso e reo
ch’era fra l’erb’e fior, nel piè fu punta:
e fu tanto possente e crudo el morso
ch’ad un tratto finì la vita e ‘l corso.
 
ORFEO:
 
Dunque piangiamo, o sconsolata lira,
ché più non si convien l’usato canto.
Piangiam, mentre che ‘l ciel ne’ poli agira
e Filomela ceda al nostro pianto.
O cielo, o terra, o mare! o sorte dira!
Come potrò soffrir mai dolor tanto?
Euridice mia bella, o vita mia,
senza te non convien che ‘n vita stia.
 
Andar convienmi alle tartaree porte
e provar se là giù merzé s’empetra.
Forse che svolgeren la dura sorte
co’ lacrimosi versi, o dolce cetra;
forse ne diverrà pietosa Morte
ché già cantando abbiam mosso una pietra,
la cervia e ‘l tigre insieme avemo accolti
e tirate le selve, e ‘ fiumi svolti.
 
Pietà! Pietà! del misero amatore
pietà vi prenda, o spiriti infernali.
Qua giù m’ha scorto solamente Amore,
volato son qua giù colle sue ali.
Posa, Cerbero, posa il tuo furore,
ché quando intenderai tutte e’ mie mali,
non solamente tu piangerai meco,
ma qualunque è qua giù nel mondo cieco.
 
Non bisogna per me, Furie, mugghiare,
non bisogna arricciar tanti serpenti:
se voi sapessi le mie doglie amare,
faresti compagnia a’ mie lamenti.
Lasciate questo miserel passare
ch’ha ‘l ciel nimico e tutti gli elementi,
che vien per impetrar merzé da Morte:
dunque gli aprite le ferrate porte.
 
PLUTO:
 
Chi è costui che con suo dolce nota
muove l’abisso, e con l’ornata cetra?
I’ veggo fissa d’Issïon la rota,
Sisifo assiso sopra la sua petra
e le Belide star con l’urna vota,
né più l’acqua di Tantalo s’arretra;
e veggo Cerber con tre bocche intento
e le Furie aquietate al pio lamento.
 
ORFEO:
 
O regnator di tutte quelle genti
ch’hanno perduto la superna luce,
al qual discende ciò che gli elementi,
ciò che natura sotto ‘l ciel produce,
udite la cagion de’ mie’ lamenti.
Pietoso amor de’ nostri passi è duce:
non per Cerber legar fei questa via,
ma solamente per la donna mia.
 
Una serpe tra’ fior nascosa e l’erba
mi tolse la mia donna, anzi il mio core:
ond’io meno la vita in pena acerba,
né posso più resistere al dolore.
Ma se memoria alcuna in voi si serba
del vostro celebrato antico amore,
se la vecchia rapina a mente avete,
Euridice mie bella mi rendete.
 
Ogni cosa nel fine a voi ritorna,
ogni cosa mortale a voi ricade:
quanto cerchia la luna con suo corna
convien ch’arrivi alle vostre contrade.
Chi più chi men tra’ superi soggiorna,
ognun convien ch’arrivi a queste strade;
quest’è de’ nostri passi estremo segno:
poi tenete di noi più longo regno.
 
Così la ninfa mia per voi si serba
quando suo morte gli darà natura.
Or la tenera vite e l’uva acerba
tagliata avete colla falce dura.
Chi è che mieta la sementa in erba
e non aspetti che la sia matura?
Dunque rendete a me la mia speranza:
i’ non vel cheggio in don, quest’è prestanza.
 
Io ve ne priego pelle turbide acque
della palude Stigia e d’Acheronte;
pel Caos onde tutto el mondo nacque
e pel sonante ardor di Flegetonte;
pel pomo ch’a te già, regina, piacque
quando lasciasti pria nostro orizonte.
E se pur me la nieghi iniqua sorte,
io non vo’ su tornar, ma chieggio morte.
 
PROSERPINA:
 
Io non credetti, o dolce mie consorte,
che Pietà mai venisse in questo regno:
or la veggio regnare in nostra corte
et io sento di lei tutto ‘l cor pregno;
né solo i tormentati, ma la Morte
veggio che piange del suo caso indegno:
dunque tua dura legge a lui si pieghi,
pel canto, pell’amor, pe’ giusti prieghi.
 
PLUTO:
 
Io te la rendo, ma con queste leggi:
che la ti segua per la ceca via,
ma che tu mai la suo faccia non veggi
finché tra’ vivi pervenuta sia;
dunque el tuo gran disire, Orfeo, correggi,
se non, che tolta subito ti fia.
I’ son contento che a sì dolce plettro
s’inchini la potenza del mio scettro.
 
Orfeo vien cantando alcuni versi lieti e volgesi.
EURIDICE parla:
 
Oimè, che ‘l troppo amore
n’ha disfatti ambendua.
Ecco ch’i’ ti son tolta a gran furore,
né sono ormai più tua.
Ben tendo a te le braccia, ma non vale,
ché ‘ndrieto son tirata. Orfeo mie, vale!
 
ORFEO:
 
Oimè, se’ mi tu tolta,
Euridice mie bella? O mie furore,
o duro fato, o ciel nimico, o Morte!
O troppo sventurato el nostro amore!
Ma pur un’altra volta
convien ch’i’ torni alla plutonia corte.
 
UNA FURIA:
 
Più non venire avanti, anzi ‘l piè ferma
e di te stesso omai teco ti dole:
vane son tuo parole,
vano el pianto e ‘l dolor. Tuo legge è ferma.
 
ORFEO:
 
Qual sarà mai sì miserabil canto
che pareggi il dolor del mie gran danno?
O come potrò mai lacrimar tanto
ch’i’ sempre pianga el mio mortale affanno?
Starommi mesto e sconsolato in pianto
per fin ch’e’ cieli in vita mi terranno:
e poi che sì crudele è mia fortuna,
già mai non voglio amar più donna alcuna.
 
Da qui innanzi vo’ côr e fior novelli,
la primavera del sesso migliore,
quando son tutti leggiadretti e snelli:
quest’è più dolce e più soave amore.
Non sie chi mai di donna mi favelli,
po’ che mort’è colei ch’ebbe ‘l mio core;
chi vuol commerzio aver co’ mie’ sermoni
di feminile amor non mi ragioni.
 
Quant’è misero l’huom che cangia voglia
per donna o mai per lei s’allegra o dole,
o qual per lei di libertà si spoglia
o crede a suo’ sembianti, a suo parole!
Ché sempre è più leggier ch’al vento foglia
e mille volte el dì vuole e disvole;
segue chi fugge, a chi la vuol s’asconde,
e vanne e vien come alla riva l’onde.
 
Fanne di questo Giove intera fede,
che dal dolce amoroso nodo avinto
si gode in cielo il suo bel Ganimede;
e Febo in terra si godea Iacinto;
a questo santo amore Ercole cede
che vinse il mondo e dal bello Ila è vinto:
conforto e’ maritati a far divorzio,
e ciascun fugga el feminil consorzio.
 
UNA BACCANTE:
 
Ecco quel che l’amor nostro disprezza!
O, o, sorelle! O, o, diamoli morte!
Tu scaglia il tirso; e tu quel ramo spezza;
tu piglia o sasso o fuoco e gitta forte;
tu corri e quella pianta là scavezza.
O, o, facciam che pena el tristo porte!
O, o, caviangli il cor del petto fora!
Mora lo scelerato, mora! Mora!
 
Torna la BACCANTE con la testa di Orfeo e dice:
 
O, o! O, o! mort’è lo scelerato!
Euoè! Bacco, Bacco, i’ ti ringrazio!
Per tutto ‘l bosco l’abbiamo stracciato,
tal ch’ogni sterpo è del suo sangue sazio.
L’abbiamo a membro a membro lacerato
in molti pezzi con crudele strazio.
Or vadi e biasimi la teda legittima!
Euoè Bacco! accepta questa vittima!
 
EL CORO DELLE BACCANTE:
 
Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!
Chi vuol bevere, chi vuol bevere,
venga a bevere, venga qui.
Voi ‘mbottate come pevere:
i’ vo’ bevere ancor mi!
Gli è del vino ancor per ti,
lascia bevere inprima a me.
 
Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!
 
Io ho voto già il mio corno:
damm’un po’ ‘l bottazzo qua!
Questo monte gira intorno,
e ‘l cervello a spasso va.
Ognun corra ‘n za e in là
come vede fare a me.
 
Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!
 
I’ mi moro già di sonno:
son io ebria, o sì o no?
Star più ritte in piè non ponno:
voi siate ebrie, ch’io lo so!
Ognun facci come io fo:
ognun succi come me!
 
Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!
 
Ognun cridi: Bacco, Bacco!
e pur cacci del vin giù.
Po’ co’ suoni faren fiacco:
bevi tu, e tu, e tu!
I’ non posso ballar più.
Ognun cridi: euoè!
 
Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!
 
 
 
 
 
 
Rainer Maria Rilke, Orfeo. Euridice. Ermete, traduzione Giacomo Cacciapaglia
 
Era la prodigiosa miniera delle anime.
Come vene d’argento silenziose
scorrevano il suo buio. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini
e greve come porfido appariva nel buio.
Di rosso altro non c’era.
 
Rupi c’erano,
selve incorporee e ponti sul vuoto
e quell’enorme, grigio, cieco stagno,
sospeso sopra il suo lontano fondo
come cielo piovoso su un paesaggio.
E in mezzo a prati miti di pazienza,
pallida striscia, un unico sentiero era visibile
come una lunga tela distesa ad imbiancare.
 
E per quest’unico sentiero essi venivano.
 
In testa l’uomo snello in manto azzurro,
guardando innanzi muto e impaziente
divorava la strada col suo passo
a grandi morsi senza masticarla. Gravi, chiuse,
dalle pieghe del manto pendevano le mani,
dimenticata ormai la lieve lira
ch’era incarnata nella sua sinistra
come tralci di rosa nel ramo dell’ulivo.
Ed i suoi sensi erano in due divisi:
mentre l’occhio in avanti correva come un cane,
tornava ed ogni volta nuovamente lontano
alla prossima svolta era ad attenderlo –
l’udito gli restava – come un odore – indietro.
Talora gli sembrava di percepire il passo
degli altri due viandanti che dovevano
seguirlo fino al colmo dell’ascesa.
Poi nient’altro che l’eco del suo ascendere
dietro di lui e il vento del suo manto.
E tuttavia venivano, si disse
a voce alta, e udì perdersi la voce.
Venivano, gli parve, ma con passo inudibile,
i due. Se per un attimo
gli fosse dato volgersi (se il volgersi a guardare
non fosse la rovina dell’intera sua opera
prima del compimento) li vedrebbe
i silenziosi due che lo seguivano:
 
il dio dei viandanti e del messaggio
lontano, sopra gli occhi chiari il pètaso,
lo snello caducèo proteso innanzi,
e alle caviglie il battito dell’ali;
e affidata alla sua sinistra: lei.
 
La Tanto-amata che un’unica lira
la pianse più che schiera di prèfiche nel tempo,
e dal lamento un mondo nuovo nacque,
ove ancora una volta tutto c’era: selva, valle,
paesi, vie, e campi, e fiumi e belve;
e intorno a questo mondo del lamento
come intorno ad un’altra terra, un sole
ed un cielo stellato taciti si volgevano,
un cielo del lamento pieno di astri stravolti -:
Lei, la Tanto-amata.
 
Ma ella andava alla mano di quel dio,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza;
chiusa in sé come un grembo che prepari una nascita,
senza un pensiero all’uomo innanzi a lei,
né alla via che alla vita risaliva.
Chiusa era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Come d’oscurità e dolcezza un frutto,
era colma della sua grande morte,
così nuova che tutto le era incomprensibile.
Ella era in una verginità nuova
ed intangibile. Il suo sesso chiuso
come un giovane fiore sulla sera,
e le sue mani erano così immemori
di nozze che anche il dio che la guidava
col suo tocco infinitamente lieve,
come un contatto troppo familiare l’offendeva.
 
E non era più lei la bionda donna
che echeggiava talvolta nei canti del poeta,
isola profumata in mezzo all’ampio letto;
né più gli apparteneva.
 
Come una lunga chioma era già sciolta,
come pioggia caduta era diffusa,
come un raccolto in mille era divisa.
 
Ormai era radice.
 
E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?
 
Ma in lontananza – oscuro contro la soglia chiara –
qualcuno in volto non riconoscibile
immobile guardava
la striscia di sentiero in mezzo ai prati
dove il dio messaggero, l’occhio afflitto,
si voltava in silenzio seguendo la figura
che per la via di prima già tornava,
e il passo le inceppavano le lunghe bende funebri,
incerta, mite e senza impazienza.
 
 
 
 
 
 
Hilda Doolittle, Euridice da Collected Poems , traduzione di Bianca Sorrentino
 
I
 
Così tu mi hai spazzata indietro,
io che avrei potuto camminare con le anime dei vivi
sulla terra,
io che avrei potuto dormire tra i fiori dei vivi
almeno;
 
così per la tua arroganza
e la tua spietatezza
io sono spazzata indietro
dove i morti licheni fanno sgocciolare
morta bragia su muschio di cenere.
Così per la tua arroganza
io sono spezzata infine,
io che avevo vissuto inconsapevole,
che ero quasi dimenticata;
 
se tu mi avessi lasciato aspettare
dalla mia apatia avrei fatto crescere
la pace,
se mi avessi lasciato riposare con i morti,
avrei dimenticato te
e il passato.
 
II
 
Qui solo fiamma su fiamma
E nero tra le rosse scintille,
lampi di buio e luce
divenuti privi di colore;
 
perché ti sei voltato
sì che l’inferno dovesse essere abitato di nuovo
dalla mia persona, così
spazzata nel nulla?
perché ti sei voltato?
perché hai guardato indietro?
perché hai esitato in quel momento?
perché hai chinato il tuo viso,
preso dalla fiamma della terra più in alto,
sul mio viso?
 
cos’era che attraversava il mio viso
con la luce proveniente dal tuo
e dal tuo sguardo?
cos’era che hai visto nel mio viso?
la luce del tuo stesso viso,
il fuoco della tua stessa presenza?
 
Cosa aveva il mio viso da offrire
se non il riflesso della terra,
il colore del giacinto
catturato dalla fenditura scorticata nella roccia
dove la luce batteva,
e il colore dei crochi azzurri
e la superficie luminosa dei crochi dorati
e dell’anemone
così rapido nelle sue venature come la saetta
e così bianco.
 
III
 
Zafferano dalle frange della terra,
zafferano selvatico che si è piegato
sulla lama tagliente della terra
tutti i fiori che si tagliano attraverso la terra,
tutti, tutti i fiori sono perduti;
 
tutto è perduto,
tutto è attraversato dal nero,
nero su nero,
e peggio del nero,
questa luce priva di colore.
 
IV
 
Frangia su frangia
di crochi blu,
crochi, murati contro il blu di se stessi,
il blu di quella terra più in alto,
il blu di profondità su profondità di fiori,
perduti;
fiori,
se avessi potuto respirarli una volta,
una parte sufficiente di loro,
più della terra,
persino della terra più in alto,
fosse passata con me
al di sotto della terra;
 
se avessi potuto recuperare dalla terra,
la totalità dei fiori della terra,
se una volta avessi potuto respirare dentro me stessa
i crochi veramente dorati,
e quelli rossi,
e il cuore veramente dorato del primo zafferano,
la totalità della massa dorata,
la totalità della grande fragranza,
avrei potuto affrontare la perdita.
 
V
 
Così per la tua arroganza
e la tua spietatezza
ho perduto la terra
e i fiori della terra
e le anime dei vivi sulla terra,
e te che sei passato attraverso la luce
e mi hai raggiunto
spietato;
 
tu che hai la tua luce,
che sei per te stesso una presenza,
che non hai bisogno di presenza;
 
eppure per tutta la tua arroganza
e per il tuo sguardo,
ti dico questo:
 
una tale perdita non è una perdita,
un tale terrore, tali spire e nodi e lacci
di tenebra,
un tale terrore
non è una perdita;
 
l’inferno non è peggiore della tua terra
sulla terra,
l’inferno non è peggiore,
no, né i tuoi fiori
né le tue venature di luce
né la tua presenza,
una perdita;
 
il mio inferno non è peggiore del tuo
sebbene tu cammini tra i fiori e parli
con gli spiriti sulla terra.
 
VI
 
Contro il buio
io ho più ardore
di te in tutto lo splendore di quel luogo,
contro l’oscurità
e il grigio desolato
io ho più luce;
 
e i fiori,
se te lo dicessi,
ti volgeresti dai tuoi sentieri convenienti
verso l’inferno,
ti volgeresti ancora e guarderesti indietro
ed io affonderei in un posto
ancor più terribile di questo.
 
VII
 
Almeno io ho fiori tutti miei,
e i miei pensieri, nessun dio
può portarmi via questo;
io ho l’ardore di me stessa come presenza,
e il mio spirito come luce;
 
e il mio spirito con la sua perdita
sa questo;
per quanto piccola contro il buio,
piccola contro le rocce senza forma,
l’inferno dovrà esplodere prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta
l’inferno dovrà aprirsi come una rosa rossa
per lasciar passare i morti.
 
 
 
 
 
 
Margaret Atwood, Orfeo, Traduzione di Maria Luisa Vezzali
 
tu camminavi davanti a me
mi trascinavi di nuovo fuori
alla luce verde che un giorno
aveva messo zanne per uccidermi.
 
io ero obbediente, ma
torpida, come un braccio
indolenzito; ritornare al tempo
non era mia scelta.
 
ormai abituata al silenzio
come una cosa tesa tra noi
un sussurro, una fune:
il mio nome precedente,
ben tirato.
tu avevi le tue vecchie catene
con te, amore potresti chiamarle,
e la tua voce di carne
davanti agli occhi tenevi fissa
l’immagine di come volevi
mutarmi: viva di nuovo.
era quella tua speranza che mi spingeva a seguirti.
 
io ero la tua allucinazione, in ascolto
e fiorita, e tu mi cantavi:
già nuova pelle si stava formando su di me
dentro il luminoso sudario di nebbia
dell’altro mio corpo; già
si riformava polvere sulle mie mani e avevo sete.
 
io riuscivo a distinguere solo i contorni
della tua testa e delle spalle,
nere contro la bocca della caverna,
quindi non ho potuto vedere affatto
il tuo viso, quando ti sei voltato
 
e mi hai chiamato perché già mi avevi
perduta. ultima cosa
di te, un ovale scuro.
pur sapendo quanto ti avrebbe ferito
questo fallimento, ho dovuto
chiudermi come falena grigia e cadere.
 
tu non riuscivi a credere che ero più della tua eco.
 
 
 
 
 
 
Cesare Pavese, L’inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò (1947)
 

Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d’uno beatitudini ctonie.
Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell’Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più.(Parlano Orfeo e Bacca)
.

 

ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

BACCA: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

ORFEO: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

BACCA: Qui si dice che fu per amore.

ORFEO: Non si ama chi è morto.

BACCA: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

ORFEO: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.

BACCA: Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.

ORFEO: Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla.

BACCA: E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere.

ORFEO: Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

BACCA: Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza.

ORFEO: Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo.

BACCA: Molte di noi ti vengon dietro perché credevano a questo tuo pianto. Tu ci hai dunque ingannate?

ORFEO: O Bacca, Bacca, non vuoi proprio capire? Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo.

BACCA: Qui noi siamo più semplici, Orfeo. Qui crediamo all’amore e alla morte, e piangiamo e ridiamo con tutti. Le nostre feste più gioiose sono quelle dove scorre del sangue. Noi, le donne di Tracia, non le temiamo queste cose.

ORFEO: Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti… Non vale la pena.

BACCA: Un tempo non eri così. Non parlavi del nulla. Accostare la morte ci fa simili agli dèi. Tu stesso insegnavi che un’ebbrezza travolge la vita e la morte e ci fa più che umani… Tu hai veduto la festa.

ORFEO: Non è il sangue ciò che conta, ragazza. Né l’ebbrezza né il sangue mi fanno impressione. Ma che cosa sia un uomo è ben difficile dirlo. Neanche tu, Bacca, lo sai.

BACCA: Senza di noi saresti nulla, Orfeo.

ORFEO: Lo dicevo e lo so. Ma poi che importa? Senza di voi sono disceso all’Ade…

BACCA: Sei disceso a cercarci.

ORFEO: Ma non vi ho trovate. Volevo tutt’altro. Che tornando alla luce ho trovato.

BACCA: Un tempo cantavi Euridice sui monti…

ORFEO: Il tempo passa, Bacca. Ci sono i monti, non c’è più Euridice. Queste cose hanno un nome, e si chiamano uomo. Invocare gli dèi della festa qui non serve.

BACCA: Anche tu li invocavi.

ORFEO: Tutto fa un uomo, nella vita. Tutto crede, nei giorni. Crede perfino che il suo sangue scorra alle volte in vene altrui. O che quello che è stato si possa disfare. Crede di rompere il destino con l’ebbrezza. Tutto questo lo so e non è nulla.

BACCA: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.

ORFEO: E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L’orgia del mio destino è finita nell’Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.

BACCA: E che vuol dire che un destino non tradisce?

ORFEO: Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

BACCA: Può darsi, Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com’è dunque che scendiamo all’inferno anche noi?

ORFEO: Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.

BACCA: Dici cose cattive… Dunque hai perso la luce anche tu?

ORFEO: Ero quasi perduto, e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso.

BACCA: Vale la pena di trovarsi in questo modo? C’è una strada più semplice d’ignoranza e di gioia. Il dio è come un signore tra la vita e la morte. Ci si abbandona alla sua ebbrezza, si dilania o si vien dilaniate. Si rinasce ogni volta, e ci si sveglia come te nel giorno.

ORFEO: Non parlare di giorno, di risveglio. Pochi uomini sanno. Nessuna donna come te, sa cosa sia.

BACCA: Forse è per questo che ti seguono, le donne della Tracia. Tu sei per loro come il dio. Sei disceso dai monti. Canti versi di amore e di morte.

ORFEO: Sciocca. Con te si può parlare almeno. Forse un giorno sarai come un uomo.

BACCA: Purché prima le donne di Tracia…

ORFEO: Di’.

BACCA: Purché non sbranino il dio.

 
 
 
 
 
 
Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice, da L’uomo invaso
 

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva di fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su sé stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, sorse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e al musica del poeta.

“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?” Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.

Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…

Poteva andar meglio, e poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato nascosto da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?

Guardò l’acqua. Veniva, onda su onda, (e sembravano squame, scaglie di pesce) a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù…

Mille e mille anime s’erano raccolte, frattanto, e aspettavano. Anche a mettersi in fila sarebbero passate ore prima che giungesse il suo turno. “Non ci sono precedenze per chi ritorna?” si chiese con un sorriso, benché non avesse fretta, ormai che c’era, di rincasare. Erano mille e mille, le anime, e aspettavano tremando di freddo e starnazzando, con una sorta d’impazienza affamata. Il fuoco che brillava in mezzo a loro, va a sapere come avevano fatto ad accenderlo, ad attizzarlo, con che pietre focaie e pigne di pino. E vi si scaldavano attorno, l’aria di fiume è nociva ai corpi spogliati.
Sorrise ancora. Come se i reumi avessero corso, fra i morti. Benché a lei sarebbe piaciuto lo stesso consolarsi le palme a quella fiamma, mescere la sua voce – un pigolio – al pigolare degli altri. Non lo fece, non s’avvicinò al bivacco, preferiva restare sola a pensare. Poiché un disagio, lo stesso che lascia un cibo sbagliato, le faceva male sotto una costola, e lei sapeva che non era il cruccio della vita ripersa, della resurrezione andata a male, era un altro e curioso agrume, un rincrescimento, incapace per ora di farsi pensiero, ma ostinato a premere dentro in confuso, come preme un bambino non nato, putrefatto nelle viscere, senza nome né sorte. E lei non sapeva come chiamarlo, se presagio, sospetto, vergogna…

Ricapitolò la sua storia, voleva capire.

 
[…]
 

“Sono stata una buona moglie. Lo amavo, il poeta. E lui, dopotutto, mi amava. Non avrebbe, se no, pianto tanto, rischiato tanto per voragini e dirupi, fra Mani tenebrosi e turbe di sogni dalle unghie nere. Non avrebbe guadato acque, scalato erte, ammansito mostri e Moire, avendo per sola armatura una clamide di lino, e una semplice fettuccia rossa legata al polso. Né avrebbe saputo spremere tanta dolcezza di suoni di fronte al trono dell’invisibile Ade…”

Il peso contro il costato doleva, ora, ma lei non ne aveva più paura, sapeva cos’era. Era una smemoratezza che le doleva, di un particolare dell’avventura recente, una minuzia che aveva o visto o intuito o capito in un baleno e che il Lete s’era provvisoriamente portato via. Come una rivelazione da mettere in serbo per ricordarsene dopo. Se ne sarebbe ricordata a momenti, certo, appena la sorsata di Lete avesse finito di sciogliersi, innocua ormai, nel dedalo delle sue vene. Era questa la legge, anche se lei avrebbe preferito un oblio di tutto e per sempre, al posto di questa vicenda di veglie e stupori, di queste temporanee vacanze della coscienza: come chi, sonnambulo, lascia il suo capezzale e si ritrova sull’orlo d’un cornicione…

Ripensò al suo uomo, al loro ultimo incontro. Ci ripensò con fierezza. Poiché il poeta, era venuto qui per lei, e aveva sforzato le porte con passo conquistatore, e aveva piegato tutti alla fatalità del suo canto. Perfino Menippo, quel buffone, quel fool, aveva smesso di sogghignare, s’era preso il calvo capo fra le mani e piangeva, fra le sue bisacce di fave e lupini. E Tantalo aveva cessato di cercare con la bocca le linfe fuggiasche, Sisifo di spingere il macigno per forza di poppa… E la ventosa ruota d’Issione, eccola inerte in aria, come un cerchio d’inutile piombo. Un eroe, un eroe padrone era parso. E Cerbero gli s’era accucciato ai piedi, a leccargli con tre lingue i sandali stanchi… Ade dalla sua nube aveva detto di sì.

Rivide il sèguito: la corsa in salita dietro di lui, per un tragitto di sassi e spine, arrancando col piede ancora zoppo del veleno viperino. Felice di poterlo vedere solo di spalle, felice del divieto che avrebbe fatto più grande la gioia di riabbracciarlo tra poco…

Quale Erinni, quale ape funesta gli aveva punto la mente, perché, perché s’era irriflessivamente voltato?

“Addio!” aveva dovuto gridargli dietro, “Addio!”, sentendosi la verga d’oro di Ermete picchiare piano sopra la spalla. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo… Ma non sì da non sorprenderlo, in quell’istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale… L’aria non li aveva ancora divisi che già la sua voce baldamente intonava “Che farò senza Euridice?”, e non sembrava che improvvisasse, ma che a lungo avesse studiato davanti a uno specchio quei vocalizzi e filature, tutto già bell’e pronto, da esibire al pubblico, ai battimani, ai riflettori della ribalta.

La barca era tornata ad andare, già l’attracco s’intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di bruma. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s’udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell’acqua. Allora Euridice si sentì d’un tratto sciogliere quell’ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta.

 
 
 
 
 
 
Italo Calvino, L’altra Euridice, da Tutte le cosmicomiche
 

Voi avete vinto, uomini del fuori, e avete rifatto le storie come piace a voi, per condannare noi del dentro al ruolo che vi piace attribuirci, di potenze delle tenebre e della morte, e il nome che ci avete dato, gli Inferi, lo caricate di accenti funesti. Certo, se tutti dimenticheranno cosa veramente accadde tra noi, tra Euridice e Orfeo e me Plutone, quella storia tutta all’incontrario da come la raccontate voi, se veramente nessuno più ricorderà che Euridice era una di noi e che mai aveva abitato la superficie della Terra prima che Orfeo me la rapisse con le sue musiche menzognere, allora il nostro antico sogno di fare della Terra una sfera vivente sarà definitivamente perduto. Già quasi nessuno ormai ricorda cosa voleva dire far vivere la Terra: non quello che credete voi, paghi dello spolverio di vita che s’è posato sul confine tra la terra l’acqua l’aria. Io volevo che la vita si espandesse dal centro della terra, si propagasse alle sfere concentriche che la compongono, circolasse tra i metalli fluidi e compatti. Questo era il sogno di Plutone. Solo così sarebbe diventata un enorme organismo vivente, la Terra, solo così si sarebbe evitata quella condizione di precario esilio cui la vita ha dovuto ridursi, con il peso opaco di una palla di pietra inanimata sotto di sé, e sopra il vuoto. […]

La Terra, dentro, non è compatta: è discontinua, fatta di bucce sovrapposte di densità diverse, fin giù al nucleo di ferro e nichel, che è pur esso un sistema di nuclei uno dentro l’altro e ognuno ruota separato dall’ altro a seconda della maggiore o minore fluidità dell’ elemento.
Vi fate chiamare terrestri, non si sa con che diritto: perché il vero nome vostro sarebbe extraterrestri, gente che sta fuori: terrestre è chi vive dentro, come me e come Euridice, fino al giorno in cui me l’avete portata via, ingannandola, in quel vostro fuori desolato.
Il regno di Plutone è questo, perché io è qua dentro che ho sempre vissuto, insieme ad Euridice prima, e poi da solo, in una di queste terre interne. Un cielo di pietra ruotava sopra le nostre teste, più limpido del vostro, e attraversato, come il vostro, da nuvole, là dove s’addensano sospensioni di cromo o di magnesio. […]

A tratti il buio è solcato da un zig zag infuocato: non è un fulmine, è metallo incandescente che serpeggia giù per una vena. Consideravamo terra la sfera interna sulla quale accadeva di posarci, e cielo la sfera che circonda quella sfera: tal quale a come fate voi, insomma, ma da noi queste distinzioni erano sempre provvisorie, arbitrarie, dato che la consistenza degli elementi cambiava di continuo, e a un certo momento ci accorgevamo che il nostro cielo era duro e compatto, una macina che ci schiacciava, mentre la terra era una colla vischiosa, agitata da gorghi, pullulante di bolle gassose. Io cercavo d’approfittare delle colate d’elementi più pesanti per avvicinarmi al vero centro della Terra, al nucleo che fa da nucleo di ogni nucleo, e tenevo per mano Euridice, guidandola nella discesa. Ma ogni infiltrazione che apriva la sua via verso l’interno, scalzava dell’altro materiale e l’obbligava a risalire verso la superficie: alle volte nel nostro sprofondare venivamo avvolti dall’ ondata che zampillava verso gli strati superiori e che ci arrotolava nel suo ricciolo. […]

Finché non ci ritrovavamo sostenuti da un altro suolo e sovrastati da un altro cielo di pietra, senza sapere se eravamo più in alto o più in basso del punto donde eravamo partiti.
Euridice appena vedeva sopra di noi il metallo di un nuovo cielo farsi fluido, era presa dall’estro di volare. Si tuffava verso l’alto, attraversava a nuoto la cupola di un primo cielo, d’un altro, di un terzo, s’aggrappava alle stalattiti che pendevano dalle volte più alte. Io le tenevo dietro, un po’ per secondare il suo gioco, un po’ per ricordarle di riprendere il nostro cammino in senso opposto. Certo, anche Euridice era convinta come me che il punto cui dovevamo tendere era il centro della Terra. Solo raggiunto il centro potevamo dire nostro tutto il pianeta. Eravamo i capostipiti della vita terrestre e per questo dovevamo incominciare a render la Terra vivente dal suo nucleo, irradiando via via la nostra condizione a tutto il globo. Alla vita terrestre, tendevamo, cioè della Terra e nella Terra; non a ciò che spunta dalla superficie e voi credete di poter chiamare vita terrestre mentre è solo una muffa che dilata le sue macchie sulla scorza rugosa della mela.
Sotto i cieli di basalto già vedevamo sorgere le città plutoniche che avremmo fondato, circondate da mura di diaspro, città sferiche e concentriche, naviganti, su oceani di mercurio, attraversate da fiumi di lava incandescente. Era un corpo vivente-città-macchina che volevamo crescesse e occupasse tutto il globo. […]

Era il regno della diversità e della totalità che doveva prendere origine da quelle mescolanze e vibrazioni: era il regno del silenzio e della musica. Vibrazioni continue, propagantesi con diversa lentezza, a seconda delle profondità e della discontinuità dei materiali, avrebbero increspato il nostro grande silenzio, l’avrebbero trasformato nella musica incessante del mondo, nella quale si sarebbero armonizzate le voci profonde degli elementi.
Questo per dirvi com’è sbagliata la vostra via, la vostra vita, dove lavoro e godimento sono in contrasto, dove la musica e il rumore sono divisi; questo per dirvi come fin da allora le cose fossero chiare, e il canto di Orfeo non fosse altro che un segno di questo vostro mondo parziale e diviso. Perché Euridice cadde nella trappola? Apparteneva interamente al nostro mondo, Euridice, ma la sua indole incantata la portava a prediligere ogni stato di sospensione, e appena le era dato di librarsi in volo, in balzi, in scalate dei camini vulcanici, la si vedeva atteggiare la sua persona in torsioni e falcate e cabrate e contorsioni.
I luoghi di confine, i passaggi da uno strato terrestre all’ altro, le davano una sottile vertigine. Ho detto che la Terra è fatta di tetti sovrapposti, come involucri di un cipollone immenso, e che ogni tetto rimanda a un tetto superiore, e tutti insieme preannunciano il tetto estremo, là dove la Terra finisce d’esser Terra, dove tutto il dentro resta al di qua, e al di là c’è solo il fuori. […]

Per noi allora questo confine era qualcosa che si sapeva che c’era ma non immaginavamo di poter vedere, a meno d’uscire dalla Terra, prospettiva che ci pareva, ancor più che paurosa, assurda. Era là che veniva proiettato in eruzioni e zampilli bituminosi e soffioni tutto ciò che la Terra espelleva dalle sue viscere: gas, miscele liquide, elementi volatili, materiali di poco conto, rifiuti d’ogni genere. Era il negativo del mondo, qualcosa che non potevamo raffIgurare nemmeno col pensiero, e la cui astratta idea bastava a provocare un brivido di disgusto, no: d’angoscia, o meglio, uno stordimento, una – appunto – vertigine (ecco, le nostre reazioni erano più complicate di quello che si può credere, specialmente quelle di Euridice), e vi s’insinuava una parte di fascinazione, come un’attrazione del vuoto, del bi-fronte, dell’ultimo.
Seguendo Euridice in questi suoi estri vaganti, infilammo la gola di un vulcano spento. Sopra di noi, attraversando come una strozzatura di clessidra, s’aperse la cavità del cratere, grumosa e grigia, un paesaggio non molto diverso, per forma e sostanza, dai soliti delle nostre profondità; ma ciò che ci fece restare attoniti era il fatto che la Terra lì si fermava, non ricominciava a gravare su se stessa sotto altro aspetto, e di lì in poi cominciava il vuoto: o comunque una sostanza incomparabilmente più tenue di quelle che avevamo fino allora attraversato, una sostanza trasparente e vibrante, l’aria azzurra.
Furono queste vibrazioni a perdere Euridice, così diverse da quelle che si propagano lente attraverso il granito e il basalto, diverse da tutti gli schiocchi, i clangori, i cupi rimbombi che percorrono torpidamente le masse dei metalli fusi o le muraglie cristalline. Qui le venivano incontro come uno scoccare di scintille sonore minute e puntiformi che si succedevano a una velocità per noi insostenibile da ogni punto dello spazio: era una specie di solletico che metteva addosso una smania incomposta. Ci prese – o, almeno, mi prese: da qui in poi sono costretto a distinguere gli stati d’animo miei da quelli di Euridice – il desiderio di ritrarci nel nero fondo di silenzio su cui l’eco dei terremoti passa soffice e si perde in lontananza. Ma per Euridice, attratta come sempre dal raro e dall’inconsulto, c’era l’impazienza d’appropriarsi di qualcosa d’unico, buono o cattivo che fosse.
Fu in quel momento che scattò l’insidia: oltre l’orlo del cratere l’aria vibrò in modo continuo, anzi in un modo continuo che conteneva più modi discontinui di vibrare. Era un suono che si alzava pieno, si smorzava, riprendeva volume, e in questo modularsi seguiva un disegno invisibile disteso nel tempo come una successione di pieni e vuoti. […]

Subito il mio impulso fu di sottrarmi a quel cerchio, di ritornare nella densità ovattata: e scivolai dentro il cratere. Ma Euridice nello stesso istante, aveva preso la corsa su per i dirupi nella direzione da cui proveniva il suono, e prima che io potessi trattenerla aveva superato l’orlo del cratere. O fu un braccio, qualcosa che io potei pensare fosse un braccio, che la ghermì, serpentino, e la trascinò fuori; riuscii a udire un grido, il grido di lei, che si univa al suono di prima, in armonia con esso, in un unico canto che lei e lo sconosciuto cantore intonavano, scandito sulle corde d’uno strumento, scendendo le pendici esterne del vulcano.
Non so se quest’immagine corrisponde a ciò che vidi o a ciò che immaginai: stavo già sprofondando nel mio buio, i cieli interni si chiudevano a uno a uno sopra di me: volte silicee, tetti di alluminio, atmosfere di zolfo vischioso; e il variegato silenzio sotterraneo mi echeggiava intorno.
Il sollievo a ritrovarmi lontano dal nauseante margine dell’aria e dal supplizio delle onde sonore mi prese insieme alla disperazione d’aver persa Euridice. Ecco, ero solo: non avevo saputo salvarla dallo strazio di esser strappata alla Terra, esposta alla continua percussione di corde tese nell’ aria con cui il mondo del vuoto si difende dal vuoto. Il mio sogno di rendere vivente la Terra raggiungendone con Euridice l’ultimo centro era fallito. Euridice era prigioniera, esiliata nelle lande scoperchiate del fuori. […]

Liberarla diventò il mio solo pensiero: forzare le porte del fuori, invadere coll’interno l’esterno, riannettere Euridice alla materia terrestre, costruire sopra di lei una nuova volta, un nuovo cielo minerale, salvarla dall’inferno di quell’ aria vibrante, di quel suono, di quel canto. Spiavo il raccogliersi della lava nella caverne vulcaniche, il premere su per i condotti verticali della crosta terrestre: questa era la via.
Venne il giorno dell’eruzione, una torre di lapilli s’innalzò nera nell’ aria sopra il Vesuvio decapitato, la lava galoppava sulle vigne del golfo, forzava le porte d’Ercolano, schiacciava il mulattiere e la bestia contro la muraglia, strappava l’avaro alle monete, lo schiavo ai ceppi, il cane stretto dal collare sradicava la catena e cercava scampo nel granaio. Io ero là in mezzo: avanzavo con la lava, la valanga infuocata si frastagliava in lingue, in rivoli, in serpenti, e nella punta che si infiltrava più avanti ero io che correvo alla ricerca di Euridice. Sapevo – qualcosa m’avvertiva – che era ancora prigioniera dello sconosciuto cantore: dove avrei riudito la musica di quello strumento e il timbro di quella voce, là sarebbe stata lei.
Correvo trasportato dalla colata di lava tra orti appartati e templi di marmo. Udii il canto e un arpeggio; due voci s’alternavano; riconobbi quella d’Euridice – ma quanto cambiata! – che teneva dietro la voce ignota. Una scritta sull’archivolto in caratteri greci: Orpheos. Sfondai l’uscio, dilagai oltre la soglia. La vidi solo un istante, accanto all’arpa. Il luogo era chiuso e cavo, fatto apposta – si sarebbe detto – perché la musica vi si raccogliesse, come in una conchiglia. Una tenda pesante – di cuoio mi sembrò, anzi imbottita come una trapunta -, chiudeva una finestra in modo da isolare la loro musica dal mondo circostante. Appena entrai, Euridice tirò la tenda di strappo, spalancando la finestra; fuori s’apriva il golfo abbagliante di riflessi e la città e le vie. La luce del mezzogiorno invase la stanza, la luce e i suoni: uno strimpellio di chitarre si levava da ogni parte e l’ondeggiante mugghio di cento altoparlanti, e si mischiavano a un frastagliato scoppiettio di motori. La corazza del rumore s’estendeva di là in poi sulla crosta del globo: la fascia che delimita la vostra vita di superficie, con le antenne inalberate sui tetti a trasformare in suono le onde che percorrono invisibili e inudibili lo spazio, coi transistor appiccicati agli orecchi per riempirli in ogni istante della colla acustica senza la quale non sapete se siete vivi o morti, coi jukebox che immagazzinano e rovesciano suoni, e l’ininterrotta sirena dell’ambulanza che raccoglie ora per ora i feriti della vostra carneficina ininterrotta.
Contro questo muro sonoro la lava si fermò. Trafitto dalle spine del reticolato di vibrazioni strepitanti, io feci ancora un movimento avanti verso il punto dove per un istante avevo visto Euridice, ma lei era sparita, sparito il suo rapitore: il canto da cui e di cui vivevano era sommerso dall’irruzione della valanga del rumore, non riuscivo più a distinguere lei né il suo canto.
Mi ritirai, muovendomi a ritroso nella colata di lava, risalii le pendici del vulcano, tornai ad abitare il silenzio, a seppellirmi.
Ora, voi che vivete fuori, ditemi, se per caso vi accada di cogliere nella fitta pasta di suoni che vi circonda il canto di Euridice, il canto che la tiene prigioniera ed è a sua volta prigioniero del non-canto che massacra tutti i canti, se riuscite a riconoscere la voce di Euridice in cui risuona ancora l’eco lontana della musica silenziosa degli elementi, ditemelo, datemi notizie di lei, voi extraterrestri, voi provvisoriamente vincitori, perché io possa riprendere i miei piani per riportare Euridice al centro della vita terrestre, per ristabilire il regno degli dei del dentro, degli dei che abitano lo spessore denso delle cose, ora che gli dei del fuori e dell’ aria rarefatta vi hanno dato tutto quello che potevano dare, ed è chiaro che non basta.

 
 
 
 

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