Sulla necessità dell’isolamento del poeta (leggendo Mazzoni/Testa)

In copertina Acquaforte di Walter Piacesi per Sereni, 1970

 

Ieri ho pubblicato una piccola quanto banalotta riflessione sulla poesia che alla fin fine poneva più domande che altro, poi ho letto alcuni articoli su Le parole e le cose che ho trovato molto interessanti.

Guido Mazzoni l’11 dicembre propone un pezzo intitolato Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia che ha in chiusura Poesia e verità:

Quale valore può avere una forma d’arte così malmessa? La risposta a questa domanda trascende la poesia e coinvolge il modo di intendere il rapporto fra arte e società, fra cultura e democrazia e fra verità e doxa. Se si pensa in termini di efficacia, soltanto la cultura pop ha un seguito di massa, come sanno bene i partiti politici, che negli ultimi decenni hanno estromesso gli intellettuali tradizionali dal novero degli interlocutori, sostituendoli con coloro che esercitano la funzione intellettuale sui mezzi di comunicazione di massa. La cultura highbrow continua ad avere un’efficacia solo perché ha ancora un ruolo centrale nel canone scolastico, perché il corpo docente delle scuole secondarie si è formato sulle materie umanistiche e perché queste ultime conservano, per inerzia, una forma di prestigio. Non si sa quanto uno stato di cose simile durerà, né come si ibriderà con la cultura pop. Fra quest’ultima e la cultura highbrow si è già da tempo formato un territorio intermedio molto vasto che il romanzo può occupare, almeno in teoria, e dal quale la poesia sembra esclusa. La ragione è semplice: se il romanzo cerca ancora di costruire un mondo condiviso appoggiandosi ai dispositivi elementari e oggettivi della trama e del personaggio, la poesia moderna è il più egocentrico dei generi. Nella maggioranza dei casi continua ad avere una forma lirica, raccoglie testi nei quali un io che coincide con la persona che mette la firma sulla copertina del libro racconta frammenti di esperienza soggettiva in uno stile che vorrebbe essere soggettivo, cioè distante dal grado zero della comunicazione ordinaria. Ma nei testi che non hanno forma lirica (nelle poesie dall’andamento narrativo, saggistico o teatrale, per esempio, oppure in ciò che viene chiamato post-poesia) l’egocentrismo è altrettanto pronunciato, perché si trasferisce nello sguardo e nello stile, e prende la forma dello straniamento. Questo rapporto organico con la soggettività come contenuto e come forma dell’esperienza fa della poesia l’arte più praticata, il primo medium dell’espressivismo dilettantesco e della creatività generica. Nella percezione comune si può scrivere poesia senza leggere poesia, senza seguire la poesia contemporanea, e senza possedere alcuna tecnica. Gli altri ci interessano soprattutto in quanto specchi, likers, casse armoniche della nostra storia: quando è il loro turno di esprimere la propria differenza soggettiva, il discorso che tengono non ci interessa quasi mai, perché dà voce a un’idiosincrasia solo privata, non evoca nulla che sia comune a tutti, ci annoia. È la logica della società del narcisismo, certo, ma anche di ogni vita sociale. Che la poesia contemporanea sia l’arte più praticata e la meno letta è perfettamente comprensibile. Qual è dunque la sua verità residua?
La cultura contemporanea vive una doppia tragedia. La prima è quella descritta un secolo fa da Simmel: la modernità fa crescere lo spirito oggettivo, la quantità di conoscenze, la divisione del lavoro intellettuale, mentre la capacità di assorbimento di una singola vita è limitata; di conseguenza la cultura complessiva diventa sempre più vasta, mentre le opinioni degli individui sulle questioni generali sempre più approssimative. La seconda è la tragedia della democrazia. Se l’accesso all’istruzione per tutti è stata una delle più grandi conquiste dei socialismi, delle socialdemocrazie e delle cristiano-democrazie novecentesche, la cultura in sé non è democratica. Ciò che in Occidente continuiamo a chiamare cultura comincia col gesto asociale di Platone che separa la verità dalla 
doxa: il verdetto che la maggioranza esprime su questioni che riguardano il vero, il bello o il buono ha un’enorme rilevanza politica, ma non ha alcun rapporto con la cosa in sé, nel bene come nel male. Nelle società contemporanee sovrappopolate, altamente differenziate, abitate da un numero crescente di individui e di opinioni, questa doppia tragedia produce l’odierno assetto discorsivo: un proliferare di nicchie specialistiche intorno a un centro mainstream fatto di contenuti intellettualmente poveri. Per descrivere questo centro torna utile rianimare la metafora morta del minimo comun denominatore. Non è un sistema di valori complessi ma ciò che rimane all’intersezione delle nicchie: mitologie globali, frasi fatte, idee comuni, cazzate. Chi guardi il mainstream dalla prospettiva di una delle nicchie cui appartiene sa che il mainstream è banale; d’altra parte, non appena usciamo dalle nicchie e parliamo di ciò che non conosciamo bene, torniamo tutti a essere mainstream. La povertà del dibattito politico contemporaneo, la povertà della discussione sullo spazio comune che dovrebbe stare all’intersezione delle nicchie, dipende anche da questa dialettica senza sintesi che un tempo veniva risolta da alcuni grandi meccanismi collettivi di semplificazione, cioè dalle ideologie.
La poesia è una nicchia. I suoi testi intercettano un aspetto cruciale della condizione contemporanea, cioè la separatezza interiore dei singoli dal gruppo, da ogni gruppo. Adorno la chiamava «individuazione senza riserve» – un’inappartenenza che si manifesta sia in forma soggettiva, cioè lirica, sia in forma antilirica, cioè attraverso il dispositivo dello straniamento. È inevitabile che un genere simile imploda al proprio interno nel modo che queste pagine hanno cercato di descrivere, ed è inevitabile che, se visto dall’esterno, risulti intransitivo, incomprensibile. All’interno come all’esterno, nella sua lotta per bande e nella sua chiusura dentro la nicchia, la cosa che oggi chiamiamo poesia sembra illustrare uno dei versi di Montale più belli e più terribili: «ognuno riconosce i suoi». Quel verso è anche una delle migliori sintesi della vita sociale moderna, e forse della vita sociale 
tout court. Anche solo per questo la poesia contemporanea ha molto da dire.

A Mazzoni risponde Italo Testa il 20 dicembre con un pezzo intitolato L’altra verità della poesia contemporanea:

La parte più rilevante del saggio, o che per me è più importante discutere, è costituita dall’ultimo paragrafo, Poesia e verità, e dal rapporto problematico che esso istituisce con il resto del discorso. Perché è come se vi fosse salto tra questa chiusura e l’ampia diagnosi epocale che la precede. Su questo vale la pena soffermarsi, perché qui sembra essere in gioco qualcosa di importante.
Dunque, vi sarebbe una “verità” della poesia, per quanto “residua”. E questa verità avrebbe a che fare con l’idea che i testi poetici, esprimendo una condizione di separatezza interiore radicale, rispecchierebbero aspetti fondamentali della vita sociale contemporanea: il suo radicale soggettivismo – “la separatezza interiore dei singoli dal gruppo, da ogni gruppo” – e la sua frammentazione – la segregazione dei gruppi in quanto nicchie, senza che vi sia alcun medio universale a far da collante, se non un 
mainstream fatto per lo più di banalità (e spesso di bullshit, di “cazzate”).
[…]
La formula “ognuno riconosce i suoi” potrebbe forse esprimere alcuni aspetti delle società arcaiche e premoderne. Ma anche in questo caso ne coglierebbe solo un aspetto parziale, senza registrare le controspinte profonde cui questa dinamica va soggetta, tanto più nella modernità, il cui progetto nasce e cade con l’idea che quella formula possa rivelarsi un giorno falsa. Spesso si manifesta, magari per ritorno del rimosso, una tendenza per cui “ognuno riconosce solo i suoi”, eppure nessuno è appagato solo da riconoscimento ottenuto dalla sua parte, ma ne conosce segretamente la miseria e pretende anche il riconoscimento degli altri. C’è qui una frizione, o tensione, o contraddizione, che continuamente, e in diversi ambiti, s’innesca, e che fa sì che le identità di queste nicchie, tribù, sfere sociali e comunità non siano mai del tutto stabili e concluse, ma siano attraversate da conflitti, alternando momenti di universalizzazione e isolamento, chiusure tribali e aperture universalistiche. E questa lotta travalica le intenzioni dei singoli, rende instabili, dall’interno, le loro prese di posizioni particolaristiche, le fa comunicare secondo modalità imprevedibili e che solo a posteriori potremo semmai scoprire. E’ in ogni caso un processo che non può essere aggiudicato una volta per tutte. Penso che questo sia vero anche della nicchia poesia, delle sue dinamiche interne, e del suo rapporto con le altre sfere sociali e di espressione: e che sia una delle ragioni per cui quest’ultima, a volte, può esprimere una qualche verità che la travalica. La lotta tra bande, la chiusura nella nicchia, e la deriva narcisistica della soggettività fanno certo parte della descrizione della storia sociale del nostro campo letterario. Ma se la poesia contemporanea ha qualcosa da dire, è perché non solo questo è in gioco. Qualcosa manca in quella descrizione: ciò che la rende possibile, che rende possibile la stessa descrizione di quel fenomeno. Ciò che Mazzoni deve infine evocare nell’ultimo paragrafo del suo saggio.
Quanto all’“individuazione senza riserve”, sono anch’io molto legato a questa formula di Adorno. Però l’individuazione senza riserve non è una descrizione fattuale del mondo monadico del capitalismo liberale e neoliberale, di una soggettività pietrificata e di una totalità data e conchiusa. Ma è insieme un’immagine utopica di ciò che potrebbe essere un processo di individuazione se l’individuo non crescesse chiuso in una bolla. L’immagine dell’individuazione senza riserve non è una fotografia della gabbia d’acciaio del narcisismo. (E il narcisismo di massa è solo una descrizione parziale, e forse non del tutto adeguata, delle dimensioni di tale soggettività). La separatezza radicale che la poesia, lirica e non lirica, può esprimere, non vale in quanto rispecchiamento di una condizione data, ma piuttosto quale allegoria, immagine rovesciata di un’altra vita.

Il botta e risposta Mazzoni/Testa attraverso la formula montaliana del ognuno riconosce i suoi fa un focus sull’inappartenenza del poeta, sulle nicchie e la sua e loro impermeabilità. Che diventa stato psicologico e poetico nella forma di una separatezza interiore come specchio della vita sociale contemporanea. E su tutto, l’unica forma approssimativa di collante, un mainstream fatto per lo più di banalità.

Senza nulla togliere ai discorsi dei poeti laureati, ed evitando completamente il discorso sulla verità, vorrei però sottolineare quanto sia necessario sia il mainstream sia l’individuazione senza riserve (Mazzoni: un’inappartenenza che si manifesta sia in forma soggettiva, cioè lirica, sia in forma antilirica, cioè attraverso il dispositivo dello straniamento). Perché un fiore che nasce in un bosco inevitabilmente avrà relazioni a doppio senso con tutte le altre piante in qualche modo rimanendone attaccata. Il fiore che invece sboccerà nel deserto sarà quello con radici più profonde, più radicate e penetranti (la tradizione di cui Eliot?). Certo nulla toglie che dal mainstream non possa emergere la perla in virtù proprio della riflessione sul mainstream, ma a mio avviso sarà molto più semplice la perla che saprà separarsi dal mainstream, isolarsene e anche qui Eliot torna profetico. Perché solo chi conosce ciò da cui vuole separarsi può separarsene.

In questo anche l’inappartenenza gioca un ruolo privilegiato. Se parliamo di critica e di relazioni allora sono perfettamente d’accordo, ma se parliamo di scrittura, di atto creativo, ribadisco che è nella separazione che emergono le perle. È dall’inappartenenza che nasce il desiderio di una nuova appartenenza che sia costruzione, architettura, sulle macerie del mainstream. Come a dire che solo se ci mettiamo da soli a costruire la nostra barchetta possiamo sperare di navigare il mare, non cercando di fare gruppo con quanti costruiscono barche che poi affondano assumendone le tecniche di costruzione. Il che ripeto non vuol dire non avere conoscenza o dialogo con gli altri ma separare il momento del confronto e della conoscenza da quello della scrittura. Un processo quest’ultimo non democratico, non inclusivo, che porta a un’altra domanda a mio avviso ben più imporante: perché i poeti scrivono male?

Mi spiego: fino a questo momento abbiamo visto il fallimento della poesia legata a ragioni di relazione. Con gli altri e con se stessi. Ma se osserviamo gli individui e le intelligenze ci rendiamo conto che a fronte di grandi studi, spesso di ottime posizioni critiche, corrispondono versi totalmente deludenti, che non sanno dove vogliono andare a parare. Perché?

La risposta che mi sono dato ha a che fare in qualche modo con i due saggi proposti qui. Manca l’applicazione della conoscenza che deriva dall’isolamento. Applicazione che rende oggettivo l’atto soggettivo dello studiare. Il poeta oggi deve conoscere, studiare, parlare, confrontarsi ma poi deve rimanere solo. Il poeta non deve riconoscere nemmeno i suoi. E tale condizione deve rappresentare la conditio sine qua non di una scommessa: la scommessa sul proprio percorso. Tanto vale a dire che, usato e poi eliminato il mainstream, l’unico interlocutore/lettore del poeta deve essere la tradizione.

 
 
 
 

Annunci

I commenti sono chiusi.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: