Una piccola riflessione sulla poesia

In copertina Busto di Catherine, Jacques Le Nantec 1959

 

In questi giorni sto rileggendo l’Eliot del Bosco sacro quando dice:

Nessun poeta, nessun artista di nessun’arte, preso per sé solo, ha un significato compiuto. La sua importanza, il giudizio che si dà di lui, è il giudizio di lui in rapporto ai poeti e agli artisti del passato. Non è possibile valutarlo da solo; bisogna collocarlo, per procedere a confronti e contrapposizioni, tra i poeti del passato. […] Al poeta compete non di trovare nuovi sentimenti, ma di servirsi di quelli ordinari e, elaborandoli nella poesia, esprimere sensazioni che non sono presenti nella realtà dei sentimenti. […] Nello scrivere poesia c’è molto di cosciente e premeditato. Anzi, il cattivo poeta è di solito incosciente laddove dovrebbe essere cosciente, e cosciente dove dovrebbe essere incosciente. Tutti e due gli errori tendono a farlo personale. La poesia non è un libero sfogo di sentimenti ma un’evasione da essi; non è espressione della personalità ma un’evasione dalla personalità. È naturale, però, che solo chi ha personalità e sentimenti sa cosa significa volerne evadere.

Allo stesso modo sto leggendo il Boezio della Consolazione della filosofia quando dice:

Quando vide che le Muse della poesia stavano in piedi accanto al mio letto e suggerivano le parole ai miei pianti, si adirò un poco e, infiammata e con occhi torvi, disse: chi ha permesso a queste sciocche meretrici di teatro di avvicinarsi a questo malato? Esse non soltanto non sono in grado di lenire con alcun rimedio i suoi dolori, ma addirittura glieli accrescono con i loro dolci veleni! Sono loro, infatti, che per mezzo delle sterili spine delle passioni uccidono la messe della ragione, ricca di frutti, e abituano alla malattia la mente dell’uomo, anziché liberarla.

È chiaro che continuare a chiedersi cosa sia la poesia e ancor più riferirsi alla poesia come a un quid che è sempre altro, sfuggevole, quasi misterico, sta diventando stancante se non addirittura un po’ buffo. La poesia è e resta quello che semplicemente è: uno strumento di comunicazione. È dire qualcosa in un certo modo. Poi ovviamente tutto si gioca su quel certo modo che ci fa interrogare: oggi qual è il giusto modo? Tenendo inevitabilmente conto che l’oggi è fondamentale, imprescindibile. Le regole di oggi non sono le regole di ieri pur se accanto ad esse bisogna considerare anche le regole che più o meno non passano mai, e che ci fanno leggere ancora Eliot quanto Boezio.

Questa mia riflessione (probabilmente senza arte né parte) nasce in primis da un senso che recentemente mi è sorto in animo: un senso di fallimento della mia generazione. Abbiamo ottimi poeti e ottimi libri, ma a dirla tutta (ignorando i grandi proclami di nuova poesia e di nuovi immensi poeti che poi ai tavolini dei bar letterari ci fanno quasi sempre chiedere ma veramente?) mi sembra non stiamo per lo più combinando nulla di buono. Non stiamo centrando il bersaglio.

Abbiamo grandi studiosi che però non applicano quanto studiano, la tradizione sembra rimanere nelle note di lettura e non oltre. Abbiamo una critica che si è imbevuta della cultura del mi piace, del o consenso o nulla evitando le stroncature se non in qualche ambito dove il gusto della polemica è maggiore del gusto dell’opinione. Ed escono libri che assomigliano a capolavori di giovani promesse (giovani anche se ormai consolidati) che sono anche pregevoli, ma lasciano l’amaro in bocca.

La poesia prima d’essere semplice comunicazione è un modo di approcciarsi al mondo, e tale modo si matura con lo studio. La tradizione di cui accenna Eliot è molto più vicina alla filosofia boeziana che alle muse che, indiscutibilmente, finiscono per arrecare più danni che benefici. E così i nostri libri: apparentemente danno un punto in più al discorso ma in realtà siamo fermi, stiamo appunto fallendo.

Ognuno ha e deve trovare un suo ambito specifico, un qualcosa per cui vivere e per cui spendere il proprio tempo. Un amico pugliese mi dice che per lui è l’osservare le contraddizioni della nostra generazione. Per un altro amico (molto giovane) è il ricollocare l’antico. Per un’altra amica è la ricontestualizzazione storica. Ma su tutto dobbiamo comunque chiederci il perché lo stiamo facendo e soprattutto dove vogliamo andare a parare (domanda che si rivolge molto bene a una cara amica napoletana, potenzialmente ottima).

Cosa stiamo facendo insomma? Stiamo buttando lì belle immagini? Raccontando storie? A che pro? Mi sembra infatti che stiamo cercando di arrivare a una destinazione che non conosciamo senza navigatore né cartina stradale. Pochi ci arrivano e sostanzialmente per errore. La maggior parte arriva in altri luoghi perché privi degli strumenti (la tradizione) che paradossalmente possiedono.

Cosa deve essere una poesia e cosa deve essere un libro di poesia? La risposta che mi sto dando limitatamente alla mia (poca) produzione in versi è il cercare di capire le relazioni umane, il perché non riusciamo più a vivere assieme, ad accogliere l’altro finendo con un’inevitabile incompatibilità anche con noi stessi. Certo mi metto fra i primi che hanno prodotto grandi fallimenti. Ma la domanda resta: cosa vogliamo dare al mondo?

Una poesia è sempre un regalo al mondo, un io ho capito questo e ve lo dico che passa più attraverso il come dire che attraverso un contenuto diretto. E questo semplicemente perché quello che capiamo (quando abbiamo la fortuna di capire) non lo riusciamo nemmeno a dire a noi stessi. E allora lo dobbiamo trasmettere così come lo sentiamo: attraverso un’espansione del linguaggio. Una percezione. Quell’evasione dai sentimenti di cui Eliot.

Ma Boezio ha ragione, ha tanta ragione. Perché se non riusciamo a comprendere il reale fiume sotterraneo dei sentimenti quanto della vita umana finiamo con il fornire (agli altri quanto a noi stessi) un bel bottiglione di vino a una persona che sta male obnubilandogli il cervello per qualche ora, alla fine però arrecandogli più danni che benefici.

Tutto questo pretende un atto di coraggio e di totalizzazione che non è nemmeno più linguaggio ma che lo influisce e lo determina. Gli da una direzione che è pensiero. Che è senso.