Poetica del corpo ripetuto

Alcuni giorni fa ero a Venezia per visitare la Biennale, cosa che per tutta una serie di fattori non m’è riuscita, quando il caso ha voluto che incontrassi una distinta signora che poi ho scoperto essere una restauratrice d’arte contemporanea. L’occasione è stata quindi gustosa per discutere, alla stazione di Venezia, di arte e significati. Io mi occupo di Editoria e solo saltuariamente, per la relazione personale e professionale con Rachel Slade (di lei mi sono occupato qui: Poetica del non luogo, La casa apocrifa, Paintings ), sconfino nell’ambito artistico non senza timore e curiosità. Perché in effetti il mondo editoriale, e nel mio caso specifico quello poetico, è molto diverso dall’ambito artistico. Le dinamiche sono differenti, gli obiettivi anche. Un esempio su tutti è il target, il cliente tipo. Per l’Editore è la massa, e forse forse dobbiamo ammettere lo è anche per il poeta odierno. Per l’Artista è il collezionista, la persona già educata. Accanto a questo ho scoperto che se nell’ambito editoriale poetico abbiamo di fatto abbandonato l’idea di un commercio cercando alla grande la ripresa delle spese, oppure la perdita ammortizzata da altre entrate, nel mondo dell’arte la conditio sine qua non è a tutti gli effetti la vendita. Il che appare contraddittorio (il poeta punta alla massa ma non ha più interesse a vendere, l’artista punta ai pochi ma ha necessità di vendere altrimenti non esiste) ma trova una sua risoluzione nella definizione di cliente. La qual cosa ha portato, a quel tavolo veneziano, a un altro interessante discorso: qual è l’educazione del cliente? A me è parso di capire che il cliente già educato nell’ambito artistico ancora esiste, forse addirittura resiste, mentre nell’ambito poetico non più e questo (come contraccolpo) ha creato la responsabilità da parte dell’Editore/promotore culturale di creare tale educazione, di diffonderla. Oggi insomma un Editore che non fa da promotore culturale non si può più definire Editore.

Il discorso è poi scivolato sul significato dell’Arte, quella con la A maiuscola e che ancor oggi viene prodotta e presentata, con tale affermazione: l’Arte deve cercare l’Origine. La risposta su cosa sia tale Origine fu particolarmente complicata: l’Origine del pensiero. Ovviamente il discorso quel giorno è stato molto più ampio ma quell’Origine del pensiero mi ha veramente colpito e mi ha fatto ricordare un’artista che ho incontrato alcun mesi or sono a Villa Cernigliaro (Sordevolo, Biella) a un evento della Samuele Editore: Ivana Haiek.

Ivana è nata a Brno (ex Cecoslovacchia) ma vive in Italia dal 1969. Alla fine degli anni Sessanta fa parte, con la sorella Miroslava, di un movimento chiamato autoironicamente la Bohème di Brno che raccoglieva attorno al poeta Jan Novak artisti, poeti e scrittori uniti dal desiderio di rigenerare il loro ambiente culturale attraverso performance, spettacoli e dibattiti. Attività che questo gruppo portava avanti non senza una certa sfrontatezza e meravigliosa sconsideratezza, come quella concepita durante l’occupazione sovietica del 21 agosto 1968 quando cercarono di comprare, vendere e affittare dei carri armati per fare un giro turistico di Brno, il tutto mentre il poeta Reznichek ci ballava sopra Il lago dei cigni di Čajkovskij e in una situazione nella quale non sussisteva di fatto alcuna controrivoluzione. Sfrontatezza e ironia artistica che costarono carissimo a Ivana e alla sorella Miroslava perché nel 1969 la polizia segreta comunista fermò un partecipante al gruppo dei Boème trovandovi addosso una tessera nera con su scritto Si prega la Cittadinanza di non restituire alla vita il proprietario di questa tessera. Non ci volle molto per far collegare la tessera, pur non essendo in effetti collegata, alla Società organizzata per i suicidi di protesta che stava mettendo in crisi il partito comunista. In realtà la tessera dichiarava l’appartenenza a un’associazione fittizia chiamata I Moribondi, ideata da Miroslava e da Arnošt Goldflam. Tale tessera null’altro era che una dichiarazione artistica della tracotanza del potere dittatoriale comunista, ma alla polizia tanto bastò per procedere con un processo in direttissima e una condanna alla prigione anche per le sorelle Haiek accusate così di essere responsabili dei suicidi di protesta.

Caso volle però che le suddette sorelle si trovassero in quel periodo in Italia invitate da Bruno Munari alla manifestazione 11 Giorni d’Arte Collettiva a Pejo (Trento) e, venute a conoscenza della condanna, furono costrette a scegliere l’esilio per evitare la prigione. È da dire che Bruno Munari decise in maniera estremamente lodevole di prendersi cura delle sorelle (la qual cosa ricorda in qualche modo le vicissitudini dello stampatore Albicocco con l’artista Safet Zec, di cui mi sono occupato qui: La Stamperia Albicocco). L’Esilio si concluse formalmente nel 1990 con la completa riabilitazione. Ma intanto vent’anni erano passati.

Ivana oggi la conosciamo come un’artista della crisi, del dissenso, dell’esilio forzato e ingiustificato (ingiustificabile). Un’artista costretta a una ricostruzione ritrovandosi in mano una libertà che prima non aveva (il regime controllava anche le produzioni artistiche). In Morfologie dell’adattamento (Mazzotta Editore 2011) Miroslava ricorda: Mi viene in mente un fatto che penso significativo per il vissuto di mia sorella. Mentre studiava alla Scuola d’Arte le fu assegnato il compito di dipingere una tempera su carta sul tema Alberi e uccelli. Ivana dipinse un quadro di grandi dimensioni dove era raffigurato un albero come un grosso ulivo antropomorfo che cercava di resistere all’incessante attacco di uccelli mostruosi. L’opera suscitò una reazione esagerata tra i professori e i funzionari della scuola, che probabilmente interpretarono in modo strettamente politico un messaggio che invece voleva essere universale. Ivana fu costretta a cambiare tecnica (invece della tempera le imposero di usare sabbia su vetro), e anche in seguito subì forti pressioni e dovette nuovamente modificare il progetto. Sappiamo bene che l’esilio e la libertà all’improvviso spesso causano difficoltà, alienazione dell’io, quasi uno spaesamento della propria identità che diventa non solo personale ma collettiva nell’uno, perché il confronto diretto e costretto con un’altra cultura obbliga a mettere in discussione le proprie origini (e per questo quell’incontro veneziano me l’ha ricordata). Basti leggere qualche pagina di Kundera per comprenderlo. Arnošt Goldflam, sempre su Morfologie dell’adattamento scrive: Pezzi, frammenti, strappi, parti di corpi che alla fine non sono nemmeno più corpi, solo masse di cui difficilmente si può dire a quale regno appartengano. E tutto è così colorato e a un primo sguardo quasi allegro, come quelle piante carnivore che incantano e seducono per attrarre. Ma, se vi avvicinate, siete perduti!

In Illimitato inconsueto inconscio (Associazione Zero Gravità 2017) Marcello Francolini scrive: Il 1969 è ormai l’anno dell’abbandono della propria terra. Ciò deve aver parecchio destabilizzato la visione delle cose. Essa, la composizione, si scompone forse per riorganizzarsi. In effetti compaiono i primi fondi monocromatici, bianchi o comunque chiari. Di contrasto netto, v’è una grossa e spessa linea di contorno, che confina il corpo anche nelle zone in cui sembra mancare la carne. È una linea che quasi ricerca l’identità smarrita. Una linea intenzionale. Un tracciare che è come uno scavo psicologico negli umori dei nervi interni, quasi come se Ivana avesse voluto eliminare tutto il superfluo e lasciare solo il corpo dell’uomo.

In particolar modo questo accenno al corpo viene poi teorizzato in maniera straordinaria sempre da Francolini poche pagine dopo: Arealità è una parola desueta che indica la natura o la proprietà di area. La parola si presta a suggerire una mancanza di realtà, o meglio una realtà tenue, leggera, sospesa: quella della distanza che localizza un corpo o che è in un corpo. Noi così possiamo vederlo nella sua estensione massima, inserito nell’orizzonte assoluto di senso. Esso, il corpo ci appare qui senza nessuna mediazione. Il corpo, anzi, qui si sostanzia come un ché di in-meditato. Il discorso sulla realtà, la distanza che poi inevitabilmente riporta all’Origine delle cose, trova in questo piccolo Catalogo d’Arte una risposta poche righe dopo, sempre a firma di Francolini: Proprio in questo sta la sfida che Ivana Haiek, ma forse anche quella di molti artisti provenienti dall’esperienza del dissenso, ha posto di fronte ad un’arte che pensa ancora ad una scissione tra l’astratto e il reale senza capire che il reale è forse più astratto di ciò che l’astrazione possa farci capire.

 

Forse avrei dovuto chiamare questo mio piccolo intervento sulla pittura di Ivana Haiek Poetica del volto ripetuto perché la cosa che più mi colpisce osservando i due Cataloghi in mio possesso (unica base a parte la mostra che ho visitato a Villa Cernigliaro di queste mie opinioni decisamente non critiche) è la presenza di un volto sempre uguale, sempre riportabile alla medesima persona. Minime variazioni dei lineamenti che fanno intuire più un passare del tempo che un cambiamento di personaggi. Ma non riesco a vedere ossessività nella continua riproposizione del soggetto quanto introspezione sempre più affondante dentro quel volto e dentro l’Origine che quel volto cela e dice. Sarebbe stato comunque riduttivo, lo ammetto io stesso, parlare solo di volti in quanto i corpi restano sempre lo spazio riempito e svuotato di un tempo culturale non amico, di una sensualità e bellezza che restano nonostante gli elementi di disturbo che mutilano, tolgono, anche quando sono colori. Ho quasi l’impressione infatti che Ivana non evochi ma disegni ciò che vede rimanere.

E, tornando al discorso dei volti, non posso non sottolineare quanto essi siano quasi sempre tesi a guardare se non addirittura osservare qualcosa. Un rapporto che ribalta la fruizione dell’osservatore in quanto non è più lui che guarda l’opera ma è l’opera che guarda qualcosa che non è il fruitore, anzi lo esclude, l’intensità di quegli occhi volgono il rapporto dell’opera verso altro quasi trattando il fruitore come un incidente di percorso. A un evento alcuni giorni fa ho sentito una teoria che vuole la Storia come un essere a sé stante nel quale noi siamo punti che osservano, compongono senza farne parte. Ecco le opere di Ivana Haiek mi fanno pensare a una Storia che scorre e che viene vista dall’opera stessa escludendo l’uomo e comunicando, grazie anche a dei colori fintamente allegri (in realtà la loro composizione è assolutamente drammatica) un senso di esclusione, di non appartenenza al contesto, al rapporto, al mondo che l’opera crea.

Andando ai disegni del 68/69 questa componente drammatica, quasi tragica, si nota in maniera evidentissima nel groviglio di forme che non di rado hanno nello sfondo una geometria contrastante, netta, di contro alla nodosa rotondità aggrumata dei corpi dove i volti emergono a fatica e non senza dolore. In Ivana è chiaro, come già ho detto, che l’io non è più io ma si investe di un noi sociale che va a tangere la frattura che non è più un’azione politica ma prettamente umana perché fatta da uomini su uomini. È l’allontanamento dell’uomo da se stesso che deriva dall’antico homo homini lupus ma diventa alienazione dell’identità collettiva e collettiva nell’uno, diventa smascheramento del reale per un reale troppo aspro da guardare, ed ecco quindi il filtro immaginifico, fantasioso, l’aggrapparsi a dei colori che non riescono comunque a perdere o nascondere il dramma dell’io privo di pezzi, privo di parti di sé, dell’uomo che pur mutilato della sua storia è costretto a esistere ancora.

Guardando i quadri di Ivana mi sento di dover sottolineare un ulteriore aspetto che emerge in maniera importante. Come ho detto non sono quadri dell’io ma del noi, di una popolazione del dissenso che esplora la frattura, l’esilio (similmente a Kundera). Come ho detto perfino l’io del fruitore viene messo da parte per punti di osservazione altri che respingono il fruitore stesso, a cui il fruitore non può accedere. Ciononostante di fronte a queste opere mi sono trovato a confrontarmi con dei concetti, delle Origini (per tornare al motivo di questo articolo) che l’opera mi dava modo di affrontare. E allora mi sono posto una domanda: se non esiste più l’io dell’artista (in quanto portatore di una collettività e meno male che è così, contro tutta quella marea di autori e artisti che considerano la propria dimensione privata talmente rilevante da dovercela proprio far sopportare!), dobbiamo cominciare a temere per l’io del fruitore? Chi sta di fronte all’opera guarda veramente l’opera o guarda se stesso?

L’arte è inevitabilmente fatta di concetti quanto la poesia. I concetti non sono la comunicazione, il tratto, ma ne rappresentano l’Origine. Che è quasi sempre il rapporto che abbiamo col mondo. Da colui che resta impigliato dentro una circolarità priva di sbocchi a colui che si piega a un’alterità umiliante e frustrante a colui che tenta la ribellione a ogni costo (finendo spesso vittima della ribellione stessa) l’arte è la misura dell’uomo nel mondo. Ma forse tra le variabili di quest’equazione non matematica ma evocativa dovremmo cominciare a chiederci quale misuri il rapporto con l’opera a prescindere dalle intenzioni dell’artista. Perché per dire qualcosa bisogna necessariamente conoscere un linguaggio, ma per capire quel linguaggio bisogna, oltre alla conoscenza dello stesso, avere anche la capacità e l’apertura dell’ascolto.

In tutto questo credo che Ivana Haiek sia riuscita a porre sul tavolo delle ottime questioni sull’Origine e sia stata capace di ampliare la definizione di dissenso ed esilio fino a raggiungere colui che osserva l’opera.

Alessandro Canzian

 
 

P.S. Chiudo questo articolo con una bella poesia di Pavel Řezníček del 1969 presente nel succitato Morfologie dell’adattamento e dove non a caso appare Ivana.

 
 
Il letto ancora impregnato di salice
con i piedi negli occhi e gli occhi nei piedi
fiore di legno sabbia scaricata nelle vene
 
forno di sangue porcello di alito
crocefisso sul letto Fuksa proferisce
quel legno sotto di me è troppo scomodo
cucito nella manica potrei aprire una breccia nel muro fino al bidello cinghiale
se solo ci tenesse ad avere nel pelo la scuola
 
Però al dirigente il bidello piace
con una manciata di fragole ha aggiustato la schiena al gobbetto
e lui ha montato subito due assi a mo’ di trespolo
Eva mi ha detto: per voi maschi è facile
letto e bagordi San Nicola è per voi Dimitri
la mela braccialetto sulle schegge La brocca stallone
 
Ma     cosa     io     Cosa io Cosa io
nel mio pelo è nata una gatta Il castello ha finito di accucciarsi
si è tappato il naso e si è sommerso in cucina
sui fornelli il letto Sul letto i fornelli
dietro alla staccionata il letto in redingote e bombetta
sbircia curioso dal foro di un nodo caduto come dipingo le sopracciglia alla gatta
è nata nel mio pelo e ne ho il diritto
 
La lunga H a i e k mi ha detto: Gli istinti, signore
e Ivana mi caccia con il frustino di guanti sul vassoio di Salomé
 
Quale letto quali bagordi: Non avrei potuto essere Cristo
 
Non posso permettermi i sigari
se dovessi salire sul Monte sullo straccetto intorno ai fianchi mi
spunterebbero sicuramente le basette
sul Monte degli Ulivi erto e inchiodato sul letto si guarda intorno
Fuksa cercando i ladroni
ha freddo lo aiuto a cantare
però quella dermatite non gli passa
 
 

A seguire alcuni quadri di Ivana