Ero e Leandro


 

Dopo il primo appuntamento di Una Scontrosa Grazia a Trieste, il ciclo di incontri che conduco assieme a Sandro Pecchiari e Federico Rossignoli, mi è venuta la voglia di raccogliere un po’ le idee. A Trieste abbiamo parlato di Ero e Leandro comparando le versioni di Museo e Marlowe, finendo poi col discutere degli archetipi che inevitabilmente continuano a raccontare le azioni e le scelte umane, anche odierne.

E così, similmente a quanto fatto col Luceafarul, ho deciso di buttar giù un mio Ero e Leandro.

Fondamentale è capire che il mito è una cosa applicabile e riapplicabile con una certa libertà. Come fece appunto Marlowe. Dipende dal periodo in cui si vive e ci approccia, e dalle intenzioni. Le mie sono dichiaratamente un fotografare i rapporti umani nei loro cortocircuiti.

 
 

 
 

Ero e Leandro
un poemetto

 
 
 
 
Raccontami, o mare, di Leandro
e della folle idea di traversare
il vuoto delle acque, la tua
aspra noncuranza del suo corpo
quando fra gli scogli
senza grazie e senza pena
l’hai lasciato in bella mostra.
 
Raccontami del tuo disinteresse
per quell’impudico sudore
rosso fra le onde, per il tuo
osservare muto la sua morte,
il tramontare sordo nella foce
d’un amore senza voce.
 
Raccontami infine il tuo piacere
nel vederlo aggrovigliare
gola e acqua tra le stelle
oltre le tempeste, oltre
ciò che vuole provvidenza,
o tenerezza, o buona sorte.
 
Raccontami la crudeltà così abusata
nel lasciarlo morire quella notte
senza la tua pietà.

 
 
 
 
 
 
Tu accusi me di colpa
e delimiti il mio luogo
come motivo della morte.
 
Ma non fu questa la sua sorte.
 
Due città alte s’affacciavano
a me con orgoglio e munificenza
ed entrambe io le amavo
come un padre coi suoi figli.
 
E galeotta fu la festa
non l’acqua che trattengo
alla bellezza crudele d’Ero.
Era lei sola a camminare
per le strade della sera
e tanti, così tanti che nemmeno
la morte ne avrebbe disfatti
erano i ragazzi al suo seguito
con le voglie tra le mani.
 
C’era chi coglieva un ciuffo
dei teneri capelli
e chi s’avvicinava per sentire
l’odore e chi si preparava
a tentare una parola
ai ciondoli ai suoi piedi.
 
Ma Ero la bellissima sdegnava
quei ragazzi così da poco
che nemmeno rispondeva
o lasciava cenni o sguardi
alla marmaglia che l’offendeva.
 
Ero la bellissima già sapeva
tutto quello che voleva.
 
 
 
 
 
 
Non so dirti perché Leandro
riuscì nell’intento di fermarla.
Un ragazzo come tanti, bello
come solo i ragazzi di vent’anni,
capace, e alto, dallo sguardo
ritto e fermo su di lei.
 
Forse fu proprio il gesto
certo di guardarla in viso
che spense la fierezza d’Ero
e ne lacerò le barricate.
 
Io ero lontano, non so dirti altro
se non che Leandro le trattenne
una mano e con l’altra il fianco
respirando il suo respiro
e comprendendone le voglie.
 
S’innamorarono, se questo è amore,
della forza di Leandro
e della bellezza feroce d’Ero.
 
E non si dissero parole
in quella pozzanghera di sole
che già li conteneva.
 
 
 
 
 
 
Altro però conosco
che vidi io stesso fra gli scogli
quella sera. Ero la bellissima
aspettava Leandro fra le pietre
annerite dalla notte e lui
arrivò veloce nel suo grembo
già adibito per l’amore.
 
Pareva avessero deciso
sconosciuti e senza voce
il luogo del furore. E fu tempesta
di tempesta quando Ero morsicò
il collo di Leandro e lui
le prese tra le mani il corpo
senza permesso ma voluto.
 
Ero bruciava d’una voglia
frettolosa e lo spingeva
con le mani in mezzo al freddo
crepitante degli scogli, e Leandro
parimenti le strappava il velo
della pelle fino al pube
che fa notte.
 
E fu mare dentro il mare, Ero
non trattenne la sua foce e il golfo
di Leandro si fece bocca
che beveva la sua spuma, cieco
alle mani d’Ero che da sole
già contavano le stelle
che spegnevano la sete.
 
Leandro si fece luna
mentre Ero pianse dal piacere.
 
 
 
 
 
 
E così Leandro cadde
come corpo morto cade
incapace della fine. E lo vidi
baciare i piedi nudi d’Ero
nella calma degli scogli
che sopravviene alle tempeste.
Piedi belli fra conchiglie
che in fondo anch’io ho ammirato
nel colore misto delle unghie.
 
Fu allora che Ero stanca s’alzo nuda
e Leandro divenne muto alla sua schiena
e ne contò le linee fra i capelli
fin sotto alle ginocchia
per non dimenticare. Io,
 
che sono il mare, ammetto
di non aver potuto dire nulla
ma l’ho guardata pure io
come bella immagine d’un Dio
che non conosco.
 
 
 
 
 
 
Leandro caduto pensava ad Ero
ne sono certo e lo sentii
io stesso domandare
in quale giorno l’avrebbe vista
ancora. Ero, placata delle voglie
e rivestita del suo orgoglio
indicò la torre che senza colpa
io allontano dagli scogli. Lo so
 
che avrei dovuto ricordare
a Leandro la caduta
che sempre ci minaccia, lo so
che avrei dovuto misurare
la distanza delle pietre, i
granchi che li vi s’affaticano
a resistere un giorno solo
alla terra, alle meduse velenose
che li vi muoiono strappate.
 
Ma non potei che guardare Ero,
la bellissima Ero dalla schiena nuda
che assomigliava a un’alba delicata
quando s’avvicina aprile.
 
 
 
 
 
 
Leandro si tuffò innamorato
poche giorni dopo quella sera.
Ed Ero lo aspettava
dall’altra parte della stanza
della voglia con freddezza, con
l’orgoglio di chi ha già ottenuto.
 
Leandro nuotava senza luce
col coraggio di chi ama
vedendo e non guardando
la follia del proprio cuore. Due
 
volte con le braccia e due
volte con le gambe, freddo
come solo il mare, ma
nemmeno questa è colpa mia.
 
Ascolta le mie parole
che ti dico veritiere,
nemmeno questa è colpa mia.
 
Il vento gli correva incontro
avvisandolo di molto
e aggredendogli i capelli
ma Leandro resisteva agli anni
che gli restavano da vivere, molti
più di quelli dietro, e col ricordo
bianco dei piedi d’Ero.
 
E quando arrivò dall’altra parte
degli scogli trovò stizzita
Ero per il ritardo. Leandro
comunque innamorato giustificò
che senza luce navigava
da troppe ore senza pace,
molte più di quelle che la forza
umana avrebbero tollerato.
 
Ma Ero la bellissima, sdegnosa
e sdegnata dalle scuse, disse
di tornare la sera dopo
e che non avrebbe ricevuto nulla
di quello che voleva.
 
Come se l’amore fosse un corpo
da meritare navigando
nel fondo di un altro tentativo.
 
 
 
 
 
 
Per la seconda notte Leandro
si fece nave di se stesso
da una parte all’altra dello stretto.
 
Vide stelle e vide alghe
che lo sostennero al pensiero
d’avere ancora Ero. Rammentava
ad ogni bracciata le sue spalle
e il suo seno levigato
da un tempo ancora non passato.
 
Correva così affamato
in mezzo al nero dello strazio
delle membra affaticate
che non potevano comunque
reggere più alcun atto.
 
Ed Ero dall’altra parte lo aspettava
senz’ansia e senza voglia
e ancora senza lampada.
 
 
 
 
 
 
Raggiunsi il conto di nove notti
in cui Leandro mi percorse
col fervore e l’impazienza
d’avere ancora Ero. Ma lei
stizzita ogni notte rifiutava
il corpo stanco di Leandro
appoggiato alla sua porta.
 
La prima notte fu il ritardo,
la seconda fu forse il gesto
di Leandro di morsicarle il labbro,
la terza fu forse la stanchezza
che gli rese molle il corpo
e via dicendo nei litigi
che ogni notte si scambiavano.
 
Ma Leandro nuotava indifferente
notte dopo notte
non pensando alla sua sorte.
 
 
 
 
 
 
La decima notte fu la sorte
non il mio volere a far venire
l’ultima tempesta. Da scoglio
a scoglio il vento urlava
a Leandro di non andare
e le onde s’aggrovigliavano
alle sue braccia trattenendolo
con moniti e parole.
 
Ma Leandro ancora ardeva
a quella bocca e a quelle gambe
e ancora pensava ai suoi piedi scalzi
bagnati dalla sabbia. Corse
in mezzo all’acqua con più forza
e solo una volta vi discese
bevendo copiosamente
fino quasi a soffocarne. Solo
una volta il vento
quasi lo rapì all’intento.
 
E non fu colpa mia il buio
né la pioggia che gli accecò
gli occhi abituati al nero, non
fu colpa mia lo schianto
del mondo contro il mondo,
la guerra delle ossa esposte, non
fu colpa mia il dipinto che rimase
osceno di fronte a Dio
quando Leandro abbracciò le stelle
vedendo ancora Ero.
 
 
 
 
 
 
Non so dirti chi o cosa volle
quel vento e quella pioggia.
 
Ma non fui io.
 
Dio mai lo vidi, se pensi
a lui, mai lo vidi
nel fondo che contemplo,
mai lo sentii cantare con i pesci
o camminare tra i fondali
né nell’alto dei tuoi bui.
 
Non posso chiamare in causa
ciò che non conosco, credo
solo al corpo bianco di Leandro
ora reso spiaggia nello scoglio
con tutto l’orrore del dolore
di chi non è stato trattenuto.
 
Ogni giorno ed ogni notte
per un istante senza pace.
 
 
 
 
 
 
E fu così che rimasero
le due città a fronteggiarsi
alte e straordinarie.
E le feste e le ragazze
che camminano lunghe e fiere
e i ragazzi dietro a coglierne
la fragranza dell’odore, l’alito
buono delle cose. E fu così
 
che Leandro perse quella vita
che già era stata data
sugli scogli nella notte,
perché nessuna caduta viene
dal nulla, ogni cosa è raccontata
a chi è capace di ascoltare.
 
Leandro era gettato come straccio
a pezzi e senza forma
in mezzo al vento che ancora urlava.
 
Le sue braccia aperte contro Sesto
con negli occhi un vuoto steso
per quella volta che l’aveva
avuta, sugli scogli nuda.
 
E lo so che qualcosa manca
a tutto questo ma ti assicuro
che la colpa non fu mia. So
per certo che la colpa
quella notte non fu mia
perché piansi anch’io. Anche
 
Ero, la bellissima, quella notte
pianse, in buona compagnia.
 
 
 
 
 
 

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