Poesie pornografiche .2

 

Oggi ero a Pordenone per un paio di incontri e mi sono fermato a scrivere questa seconda serie di poesie pornografiche. Devo ammettere nascono dalla commistione di diverse cose. Il film Una moglie bellissima di Leonardo Pieraccioni che, pure essendo un film veramente molto tenero, rischia d’essere la solita commedia buonista verso certi comportamenti (la moglie che se ne va con un altro per un anno e poi quando ha un incidente il marito la riprende in casa dicendo che non ricorda di nessun anno perso….), il film Spring di Justin Benson e Aaron Scott Moorhead (che veramente consiglio), la mia Anna del Condominio S.I.M. (in questo caso rivalutata etero per l’occasione, e meno aggressiva e violenta) e devo ammettere diverse figure che ho incontrato in questa mattinata di camminate e incontri.

Mi è stato fatto notare da Gabriella Musetti che nel primo ciclo delle Poesie pornografiche non c’era nulla di pornografico. Credo sia vero. In queste probabilmente ancora meno (qui il punto è l’esorcizzare il disprezzo che una donna ha verso un uomo). Oppure la questione è proprio sul significato di pornografia o sul significato che in tutta onestà credevo avesse, e dopo un lungo discorso con un amico ho capito non sussistere.

In buona sostanza credevo che pornografico fosse ciò che offende la morale, e trovo che l’intelligenza, il sentimento, siano oggi molto più offensivi della morale comune del sesso puro e semplice. I linguaggi insomma sono cambiati, e hanno oltrepassato il limite stesso della nostra sopportabilità.

Da questo il titolo, forse improprio, di Poesie pornografiche.

 
 
 
 
 
 
Anna in fondo la conosco poco.
Ha il colore d’un parco di fine estate
quando sai che tutto sta iniziando
ma non è ciò che aspetti. Però
conosco dove nasconde il suo dolore
– tra le scapole e le ginocchia
passando per le natiche – e so
quale esatto periodo dell’anno
ama cambiarsi lo smalto.
 
 
 
 
Anna ha due colori negli occhi
e solo uno nelle gambe. L’ho
conosciuta un giorno in corriera
e mi ci ero seduto accanto
e lei s’era accorta dello sguardo
alla fine dicendo “hai
finito o vuoi vedere altro?”
 
 
 
 
La bellezza di Anna è un capello
che quando scivola fa male.
L’ho rivista altre due volte e poi
mi era insopportabile. Capiva,
Anna, troppo dei miei gesti
e scopriva troppo le sue gambe
perché sapeva mi piacevano.
Lo faceva apposta, credo.
 
 
 
 
E poi ci siamo raccontati storie
io e Anna, vicino al tatuaggio
che non vuole che le bacio. Ce
le siamo raccontate di fronte al lago
con il sole che le faceva onde
fra le ciglia. Un ragazzo
è passato con un cucciolo
e “Bah, banale” ha sbuffato lei.
 
 
 
 
Non potrei dire il colore dei capelli
di Anna. Sono un odore o un sapore
che tengo ancora sulla lingua
ma non un colore. Non sono estate
né logos – benché le piaccia parlare
di entrambi in egual misura –. Anna
si toglie le scarpe e appoggia i piedi
alle mie gambe, aspettando.
 
 
 
 
Ad Anna dà fastidio il fumo.
Me l’ha detto una volta che
s’è tolta le mutandine nel bagno
per fare la pipì.
E aveva paura fossero sporche
dello stesso sangue che è convinta
sporca il mondo.
 
 
 
 
E poi arriva sera e Anna
diventa buio.
Ha fili d’aria nelle mani
e odori che le profumano la pelle
quando si toglie i vestiti ma io
non riesco a guardarla.
 
 
 
 
Anna credo disprezzi
buona parte del mio carattere
e del resto ne sia attratta.
A volte mi sento come i sandali
che nel letto vuol tenere
e vuole che li morsico
prima di prenderla da dietro.
 
 
 
 
Anna oggi ha riso troppo
e non so se glielo perdono.
Ha detto che è colpa mia
e si è tolta la maglietta
come una ragazzina in guerra
a fare propaganda
contro i militari desolati.
 
 
 
 
Anna oggi ha riso troppo
mostrandomi dove s’era depilata
e dicendo che comunque
non era per me. Inutile
sarebbe stato dirle vattene
perché in fondo non volevo.
 
 
 
 
Anna oggi ha fatto la colazione
senza chiedere se doveva
proprio farla. Inutile lamentarsi
del suo schermirmi, per Anna
è colpa mia il disprezzo della ex,
è colpa mia se il frigo è rotto
e la pentola – quella della pasta –
ha il coperchio arrugginito.
 
 
 
 
Anna credo consideri la mia
vita solo un effetto collaterale
del mio non capire, dell’averla
incontrata così per caso
squadrandole le gambe un giorno
in cui le andava di stare al gioco.
“Non sai che si disprezza
solo ciò di cui si ha paura?”
 
 
 
 
Anna oggi era felice
come quando le finisce il ciclo
o trova delle calze che le piacciono
e costano poco. Anche quando
mi deride continuiamo ad amare
entrambi le sue gambe, anche
quando beviamo vino e me le
stringe addosso, per dire.
 
 
 
 
Con Anna oggi siamo andati
al Parco a guardare i pesci
e a camminare in mezzo agli alberi.
E abbiamo parlato di Dio e di logos
e di Platone che le piace e Spinoza
e poi tutta seria m’ha detto: “ma
cosa più importante,
lei poi il culo te l’ha dato?”
 
 
 
 
 
 

5 Comments

  1. Ciao Alessandro, seguo il tuo blog con vero interesse da un po’ di tempo, e lo trovo sempre pieno di stimoli, con un ruolo – oserei dire sociale – certo non irrilevante. Tuttavia devi scusarmi, perché vorrei esprimere il mio parere – purtroppo non molto favorevole – su queste tue poesie. La pornografia, a mio avviso, è molto più a livello estetico che tematico, e riguarda in genere le tue raccolte: si trova innanzitutto nel tono completamente spoeticizzato dei testi, che fissano micro-sequenze di monotona amministrazione esistenziale fondate su strutture ripetitive (incipit sempre focalizzato sull’oggetto-tema, “Anna ha fatto…”, “Anna ha detto…”, “Anna ha riso…”, “Ad Anna da fastidio…”, “Anna credo sia…”, “Anna credo consideri…”); formule enunciative che rivelano uno sguardo fisso, un approccio settoriale al vissuto, non rimodulato da alcun atteggiamento riflessivo da parte dell’io lirico. Questo “io”, del resto, campiona la propria vita e quella altrui esattamente come una cinepresa ritaglia e isola una parte di realtà o un atteggiamento del corpo, esponendoli allo sguardo senza alcuna mediazione, senza alcuno sviluppo di pensiero. E mi vengono in mente quelle telecamere che si accendono solo se c’è movimento: allo stesso modo, l’occhio sembra accendersi e registrare gli eventi solo se compare un catalizzatore sessuale (spesso scatologicamente inteso), intorno al quale la micro-storia si coagula: sangue, mutandine, pipì, sporco, piedi, altre parti del corpo, un contrasto fra alto e basso (pensiero filosofico/culo); oppure se c’è da esorcizzare ogni possibile lirismo (contemplazione-lago-cucciolo/banalizzazione). Inoltre le differenti personalità delle ragazze (in altre poesie) non modificano questa struttura di fondo, che funge proprio da riconoscibile marca stilistica.
    L’esito di tutto questo, a mio parere, è una profonda reificazione del ‘guardato’, come nella pornografia, dove la bellezza e l’eros diventano “cose”, colte fuori da ogni contesto esperienziale, senza la possibilità di farsi strumenti di qualsivoglia elevazione umana, e senza il potere di formare una storia complessiva, un’essere intero. Nominare Platone nel contesto di queste poesie è, credo volutamente, antifrastico! La persona resta frammentata – cavalcantianamente? no, magari beckettianamente – in tanti frammenti di corpo o di indumenti (intimi). D’altra parte però non sembra nemmeno possibile scorgere i prodromi di una “disantropologia poetica” – che sarebbe pur stata un’ottima linea – sulla scia ad esempio di un Beckett-Frasca, o di un Magrelli. Piuttosto mi sembra una mera normalizzazione di tutte le cose, una grigia amministrazione degli eventi. Quello che non mi entusiasma è la sensazione di poesia spenta, imprigionata in una vita che non trova vita neanche nel sesso (di contro, Giuseppe Conte, e una poesia come “Sino alle vigne di Noè”). Le ragazze sono quasi sempre figure aliene, quasi non-persone, che nascono per collazione di gesti e frasi smozzicate.
    Ora, il fatto che le poesie possano essere razionalizzate criticamente in questo o in un altro modo, secondo un coerente disegno d’insieme, a mio parere non basta. Qui non si può nemmeno fare affidamento sul piacere della bellezza, di cui la poesia, volente o nolente, si dovrebbe nutrire anche quando mostra il più spoeticizzato dei mondi: anzi, proprio lo spoeticizzato può essere fonte di qualche innovativo brivido di bellezza – ma il volontarismo non basta; ed il “poetico” va sentito. Occorre qualche folgorazione linguistica, visiva o melica; qualche epifania per il pensiero, per il ricordo o per i sensi; qualche definizione/figurazione della società, dell’uomo in generale, anche attraverso l’uso di oggetti umiliati, secondo la linea che dall’ultimo Montale va forse a Fiori, eccetera. Queste poesie sono invece per me “Cose che accadono”, e che il poeta si fa bastare, secondo la linea di uno straripante minimalismo atono, che ha purtroppo ben poco da aggiungere alla produzione odierna. Ma correggimi se ho detto cose inappropriate, e perdona questa mia ‘interferenza’, che non vuole essere ostile ma dialogica.

    Luigi Ferri

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