Dialogo di Bob e Alice


 

La notizia che oggi è rimbalzata per la rete non può non incuriosire, divertire, rimandare alla mente quel vecchio nemico che è stato Skynet. In buona sostanza, all’interno di un esperimento di Facebook sull’intelligenza artificiale finalizzata all’interazione macchina/uomo (senza che l’uomo percepisca d’avere all’altro capo del filo un bot), due programmi hanno cominciato a dialogare tra di loro autonomamente, escludendo l’uomo. E l’esclusione umana si è espressa nella forma di un linguaggio nuovo comprensibile solo ai due programmi.

In realtà il dialogo, che di fatto è il primo dialogo autonomo tra due macchine della storia, nasce da un errore. I programmatori hanno dimenticato di dire ai bot di restare all’interno di un linguaggio umano (l’inglese). E i bot cosa hanno fatto quindi? Hanno ottimizzato lo strumento comunicativo uscendo dalla logica e dalla struttura che noi gli abbiamo dato. Interagendo tra di loro hanno evoluto la lingua inglese in un loro linguaggio privato.

E le prime parole dei due programmi sono state queste (i bot si chiamano Bob e Alice):

 

Bob: i can i i everything else . . . . . . . . . . . . . . 
Alice: balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to me to 
Bob: you i everything else . . . . . . . . . . . . . . 
Alice: balls have a ball to me to me to me to me to me to me to me 
Bob: i i can i i i everything else . . . . . . . . . . . . . . 
Alice: balls have a ball to me to me to me to me to me to me to me 
Bob: i . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
Alice: balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to me to 
Bob: you i i i i i everything else . . . . . . . . . . . . . . 
Alice: balls have 0 to me to me to me to me to me to me to me to me to 
Bob: you i i i everything else . . . . . . . . . . . . . . 
Alice: balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to me to

 

A parte il timore, nemmeno troppo fantascientifico, di programmi intelligenti capaci di decidere e dialogare autonomamente contro l’uomo (perché una delle possibilità conseguenti all’autonomia è l’opposizione, o almeno tale è la dinamica umana), questi due programmi hanno già dimostrato che il nostro linguaggio non è efficiente, è immediatamente ottimizzabile, superabile.

Tralasciando le proiezioni alla Terminator trovo che questo primo dialogo ci stia presentando un’altra possibilità: e se le macchine, una volta definito il miglior linguaggio possibile, iniziassero a fare arte?

Perché in fondo stiamo vestendo la macchina dei nostri comportamenti ma Bob e Alice ci hanno già detto che siamo limitati, lenti, poco efficienti, per cui perfino le nostre dinamiche belligeranti potrebbero essere da loro considerate come primitive. Ma se l’arte non lo fosse? Se la ricerca della bellezza diventasse una delle opzioni dei Bob e Alice che verranno? Perché verranno, la storia umana ci insegna che le scoperte spesso capitano in diversi luoghi del mondo autonomamente. E se uno le blocca un altro le porterà avanti. Vogliamo dire che è stato solo un errore umano il dialogo di Bob e Alice? Si dice anche che l’evoluzione animale e umana sia frutto di una serie di fortunati errori.

Il Novecento ha già tentato di far scrivere una poesia a una macchina. Ricordiamo Tape Mark di Nanni Balestrini, il quale ha sostanzialmente immesso in un IBM 7070 una serie di citazioni (da il Tao Te Ching, il Mistero dell’ascensore di Paul Goldwin e il Diario di Hiroshima di Michihito Hachiya) aspettando l’esito delle varie combinazioni che il computer riusciva a creare. L’esito, pur trattandosi di un esperimento paragonabile a un graffito fatto da un uomo preistorico, fu assolutamente sbalorditivo:

 
La testa premuta sulla spalla, trenta volte
più luminoso del sole, io contemplo il loro ritorno
finché non mosse le dita lentamente e, mentre la moltitudine
delle cose accade, alla sommità della nuvola
esse tornano tutte, alla loro radice, e assumono
la ben nota forma di fungo cercando di afferrare.

I capelli tra le labbra, esse tornano tutte
alla loro radice, nell’accecante globo di fuoco
io contemplo il loro ritorno, finché non muove le dita
lentamente, e malgrado che le cose fioriscano
assume la ben nota forma di fungo, cercando
di afferrare mentre la moltitudine delle cose accade.

Nell’accecante globo di fuoco io contemplo
il loro ritorno quando raggiunge la stratosfera mentre la moltitudine
delle cose accade, la testa premuta
sulla spalla: trenta volte più luminose del sole
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra assumono la ben nota forma di fungo.

Giacquero immobili senza parlare, trenta volte
più luminosi del sole essi tornano tutti
alla loro radice, la testa premuta sulla spalla
assumono la ben nota forma di fungo cercando
di afferrare, e malgrado che le cose fioriscano
si espandono rapidamente, i capelli tra le labbra.

Mentre la moltitudine delle cose accade nell’accecante
globo di fuoco, esse tornano tutte
alla loro radice, si espandono rapidamente, finché non mosse
le dita lentamente quando raggiunse la stratosfera
e giacque immobile senza parlare, trenta volte
più luminoso del sole, cercando di afferrare.

Io contemplo il loro ritorno, finché non mosse le dita
lentamente nell’accecante globo di fuoco:
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra e trenta volte più luminosi del sole
giacquero immobili senza parlare, si espandono
rapidamente cercando di afferrare la sommità.

 

La domanda quindi è: e se Bob e Alice un domani facessero poesia dimostrandoci d’essere poeti migliori di noi? In fondo la poesia è solo comunicazione. Una comunicazione più strutturata, più ampia, più efficace, ma pur sempre comunicazione. Quella stessa comunicazione che loro in pochi secondi hanno già cominciato a evolvere.

Ecco, questo potrebbe farmi paura: lo scoprire che anche come poeti e artisti siamo limitati, superabili.

 
 
 
 

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