Qualche poesia per sbaglio


 
 
Arrivato a quarant’anni o quasi
e qualche giorno di troppo ho deciso
il profilo della donna che amerò.
Ne definisco a uno a uno i lineamenti
senza pretesa alcuna certo
e sfoglierò qualche libro intelligente
mai che ti capita di sbagliare e poi
che fai se t’arriva psicopatica.
Non m’interessa il nome di battesimo
tanto la chiamerò per me Callisto
perché sarà bella e dolorosa
e avrà i piedi lunghi e nudi
il più possibile per casa.
 
 
 
 
 
 
E mi chiamerà ogni giorno alle 11
per chiedermi se pranzerò
e anch’io la chiamerò ogni giorno
alle 7 di mattina per chiederle
se ha dormito bene. E ogni tanto
la chiamerò anche Laura o Sonia
come la mia amica morta ieri
e le racconterò di Roma e Venezia
e mi dirà le “ossessioni vanno bene,
caro, ma poi anche basta”. E sceglierà
di avere paura come me di volare
e io sceglierò come lei la paura
delle scale dei supermercati
“perché quelle si muovono troppo
e mi fanno venire il mal di testa”.
 
 
 
 
 
 
E avremo anche qualche guaio
con la macchina e prenderemo
l’autobus e correremo
per non perderlo e lei mi chiederà
se fa cattivo odore perché ha sudato.
E decideremo d’uscire ogni martedì
sera per una pizza
da far invecchiare assieme a noi.
Quella donna avrà così tanto
bene in cuore
che non di rado la invidierò
e cercherò d’essere come lei
quando cammina scalza per casa
e lascia capelli un po’ dovunque
e mi chiede aiuto con la spesa
e la sera mi vuole stanco assieme a lei.
Per una donna come lei
non scriverò più poesie d’amore.
 
 
 
 
 
 
La ragazza all’altro lato del vagone
si è appena tolta le scarpe con il gesto
stanco di chi ha caldo e fame
e una notte insonne come la mia.
Non provo nemmeno a parlarle
perché non credo conosca la mia lingua.
All’altro capo un bimbo annoiato
salta tra Ferrara e Bologna mentre chiede
alla madre di ritrovargli un giocattolo
che ha perso. Fuori dal finestrino
altri due ragazzi affondano in un bacio
mentre a pochi chilometri un gatto
muore schiacciato da una macchina.
E siamo tutti qui, senza saperlo.
 
 
 
 
 
 
Scrivere poesie in fondo
non è mai servito a nulla.
Meglio sarebbe giocarsela
a chi ha i polmoni più forti
e le gambe più robuste
per la corsa. Altri
penso addurrebbero l’estetica
di una ragazzina inequivocabilmente
bella, con le gambe color di sabbia,
e dire che anche Dio s’è sospeso
all’altezza del suo ginocchio.
Meglio sarebbe ancora
non dire, non fare, nemmeno
pregare Dio o le sue ginocchia.
 
 
 
 
 
 
Anche il foglio stropicciato in fondo
ha un suo perché. Una piega
per le labbra da baciare, una
per i piedi da accarezzare
mentre si fa l’amore, l’altra
per far finta che sia tutto vero
anche l’orizzonte color del buio
o l’eco nella stanza dai colori
troppo arancioni. Ci gioca
la mia gatta, con il foglio,
come un bimbo che trova il mondo
in un giocattolo da poco
e non sa cosa lo aspetta dopo.
 
 
 
 
 
 
Arrivato a quarant’anni o quasi
non posso dire d’aver imparato
a vivere se non in qualche pagina
ovviamente non scritta da me.
Ma inevitabilmente le somme le tiri
con qualche amico che chiama tardi
e qualche sorriso che fai finta
di non vedere. Impari che non aver
vissuto non giustifica il non credere,
che l’asino che vola tutto sommato
esiste anche se non esiste,
anche nello schianto dell’auto, nella
lumaca schiacciata a terra.
Ed è questo che insegni a un figlio.
 
 
 
 
 
 
 
 

Annunci