Cosa fa un poeta


 

Sono ormai quasi dieci anni che mi occupo di poesia. Sia dal punto di vista editoriale sia sul fronte degli eventi. Vorrei quindi tirare un poco le somme di quanto ho visto e sentito fino ad ora sul come intendono la poesia gli autori, i poeti e le poete (o poetesse che dir si voglia). Nulla di definitivo ovviamente, nessuna definizione. In poesia non è possibile dire è così perché tutto inevitabilmente cambia, evolve, a volte torna indietro per poi scattare avanti con piccole modifiche. Certo è che ci sono elementi che mi lasciano e che continuano a lasciarmi molto perplesso e che, pur nella loro banalità, forse ha un suo significato ricordare.

Quando incontro i poeti sono solito chiedere loro perché scrivono. Capisco che la domanda sia imbarazzante ma le risposte non sono da meno. O meglio: non ci sono risposte. In questi anni, e a tutti i livelli, mi sono reso conto che ho sentito cose che vanno dal grugnito indefinito al perché è una mia necessità interiore, dal perché la poesia mi ha salvato al per esprimermi e via dicendo. La risposta che mi è parsa più intelligente l’ho sentita una volta a Milano: perché di si. E non sto scherzando: anche quando le risposte sono infarcite di bei termini tutto si risolve in questa casistica. Ovviamente poi ci sono le eccezioni che confermano la regola, perché per quanto si dica qualche vero e bravo poeta ce l’abbiamo ancora vivo. Intendo cioè quel poeta che rimarrà nei libri di storia.

Mi chiedo quindi se non sia il caso, se non sussista la necessità, di definire un poco le motivazioni per cui una persona dovrebbe andare a capo, scrivere accennando al minimo due o tre figure retoriche. Ovviamente non entro in merito al a cosa serve la poesia perché ormai mi è ben chiaro che non ha una sua risposta possibile. È una sorta di indefinito a cui piace correre attorno in maniera un po’ dantesca. Però cercare di capire il significato dello scrivere in versi non mi sembra cosa da sottovalutare.

Innanzitutto vorrei chiarire che la poesia non salva, non serve all’autore, non è un elemento tale da poterci investire la vita intera. Tutta l’arte dovrebbe essere intesa così, pena il buttar via la propria esistenza. La poesia è una costruzione linguistica che va studiata e utilizzata in un contesto e per un preciso motivo.

Quando si scrive bisogna cioè saper utilizzare bene lo strumento, sapere bene cosa fare per ottenere un determinato risultato. A nessuno infatti verrebbe in mente di aprire il cofano di un’automobile (magari costosa) e di metterci mano senza avere un minimo di competenze di meccanica. Così è la poesia. Bisogna avere competenze, conoscenze, esercizio, per poter scrivere un buon verso.

Ma cos’è un buon verso? È un verso efficace. È un verso che dice precisamente quello che vuol dire l’autore. È un verso che ha controllo. Alcuni giorni fa con alcuni amici si discuteva della differenza tra pubblicità e arte. Sapendo bene che non è raro nel passato trovare artisti che si sono occupati di pubblicità. E si è arrivati a dire che la pubblicità si divide in discorso univoco e discorso ambiguo. E avevamo identificato nell’ambiguità del linguaggio pubblicitario due, tre, vogliamo dire anche quattro messaggi finalizzati a portare avanti un determinato discorso. A differenza dell’arte (e quindi anche della poesia) che invece moltiplica i messaggi che compongono il discorso rendendola di fatto molto più ampia e complicata della pubblicità. Perché dice molto di più.

Un buon verso nasce quindi da una consapevolezza e da un controllo dello strumento parola nella complessità dei livelli di lettura. Ma anche questo non basta. Spesso agli eventi sento versi straordinariamente costruiti ma che dicono poco, che soffrono di una sterilità di fondo. Bisogna anche avere qualcosa da dire di significativo, di importante. Che poi si debba discutere sulla definizione di importante posso essere d’accordo.

Un altro fattore fondamentale da tenere conto per capire cosa e come dire è il contesto. Il poeta non può prescindere dal proprio contesto. Nasce in un luogo, in un tempo, nasce inevitabilmente in una tradizione letteraria e a questa deve fare riferimento. Deve cioè inserirsi in un percorso, capire se è d’accordo o meno, evolverlo, romperlo se vuole ma con una ben precisa e puntuale consapevolezza. Perché altrimenti il poeta non dice nulla. La poesia è un linguaggio e va utilizzato in un preciso luogo e tempo per poter essere compreso. Altrimenti è un puro farmaco all’autore che non esce dal suo universo intimo e privato. Rischiando cioè l’incomunicabilità.

In tutto questo però devo prendere atto di una realtà che ho constatato più di una volta: ci sono alcuni autori che di poesia ne mangiano molta, che leggono in maniera importante, eppure nei loro versi non si riesce a riconoscere alcun controllo, alcuna ponderatezza. Per quanto fondamentale e necessaria (non esiste poeta che non legga moltissimo) la lettura a volte non corrisponde alla scrittura. E una risposta a questo quesito in qualche modo me la sono data: non basta leggere, bisogna imparare a leggere. Ci sono modi di leggere impermeabili, che non cambiano il lettore, e modi di leggere che modificano l’intelletto stesso del lettore. E lo evolvono, lo maturano. Lo fanno diventare poeta.

Per chiudere e tirare un poco le somme di queste cose che ho ricordato direi che: capire il contesto e saper utilizzare lo strumento sono le basi fondamentali per portare avanti un discorso che dura da secoli, tale è la poesia. Un discorso che cerca di spiegare cos’è un uomo, cosa fa, perché si comporta in un determinato modo. Come soffre. Talvolta consigliando, direttamente o indirettamente, cambi di direzione, opinioni, cose che si sono capite.

Secondo me è tutta qui la poesia, ed è per questo che ho detto che non serve all’autore. Perché serve a tutti gli altri, quando fatta bene. Sapendo che tutti gli altri sono tutti coloro che sono e che verranno dopo il poeta. E che non faranno riferimento al poeta come persona ma solo alla sua poesia. All’unica cosa, cioè, che se vera resterà e che avrà una vita propria. Come un figlio che continua ad esistere anche dopo la morte del padre.

 
 
 
 

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