Nel mercantile delle braccia

 
 

Quando faccio i Corsi di Poesia (o meglio, secondo la dicitura corretta, i Corsi di Lettura e Scrittura poetica) sottolineo sempre quanto sia importante non buttare via i versi, e quanto sia fondamentale accettare il fatto che una poesia spesso viene costruita. Non buttare via i versi significa darsi la possibilità di riprendere un concetto, un’espressione, a volte intere parti che rimodellate diventano l’incipit o la chiusa che mancava. Non buttare via i versi significa anche rapportarsi a quanto si è scritto tempo prima, a volte anni prima, mettendosi a confronto con chi si era.

Girando un po’ per la rete ho trovato questo piccolo ciclo di poesie che avevo scritto nel 2011 e che l’amico Renzo Montagnoli aveva pubblicato nel suo blog ArteInsieme. Lo avevo intitolato Dolcezze poi Nel mercantile delle braccia citando Murakami Haruki: Vorrei farti salire su un mercantile per la Cina, riservare la nave per noi due… (vecchia canzone). Quello che mi colpisce è la differenza coi versi di oggi, che metto di seguito. E mi colpisce anche l’esattezza del piccolo studio che Mario Famularo aveva svolto sui miei versi (che pazienza!), non a caso intitolando il suo lavoro L’esilio delle cose, il fallimento relazionale e le connessioni umane.

La poesia di Canzian, semplice ma non banale, nel suo dettato appare autentica, quasi una confessione: affidando le questioni più importanti del sentire umano alla dimensione della parola, il Nostro riflette ed assiste alla assurdità dei rapporti umani, all’incomunicabilità che resiste tra i mille nuclei isolati dell’uomo moderno, massificato, e il rimpianto di come, apparentemente senza ragioni, le cose più preziose siano andate perdute, e di loro non resti che un ricordo. Nei propri versi sommessi, senza alcun orpello o artificio, l’appello di Canzian rivela che l’ostinata ricerca di una connessione umana, anche attraverso la potenza della parola, non solo appare come possibilità di salvezza – insieme all’ironia, forse – ma anche come gesto di speranza e di impegno, che si può opporre all’esilio delle cose e all’apparente assenza di significato dell’esistenza. L’alternativa ad una resa incondizionata, che ci renderebbe davvero degli oggetti, senza alcuna umanità, intercambiabili come gli oggetti di cui siamo circondati nella nostra epoca.

Così dicendo di fatto invalida (almeno per quanto riguarda la dimensione della mia poesia) quanto io stesso ho detto nel precedente articolo in riferimento alla discussione Policastro/Mozzi & Company (Impoverimento della poesia? Sul dibattito recente). Ma in fondo la poesia ha anche questo di straordinario: di poter diventare riflesso dove capire quello che si è, che non si è o che non si è diventati.

 
 
 
 

Nel mercantile delle braccia
2011

 
 
Ci sentiamo al telefono per un
attimo, tu hai fretta di chiudere,
il racconto si svolge presto
tra curve e linee continue.
 
Riconosco la tua voce dal tono
che si inflette su alcune parole,
lessici solo tuoi, quasi un intimo
toccarsi nell’amore.
 
-ti avevo stretta le braccia per
padroneggiare nel tuo corpo-.
 
Tutto si risolve velocemente.
 
La telefonata finisce quando
una tenerezza passa claudicando
sulle strisce pedonali.
 
 
 
 
 
 
Devo tornare alla vita di sempre,
riconoscerne i dettagli.
 
Perchè siamo attratti da stelle
che non ci vogliono.

 
Ti era piaciuto Masters avevi detto
e io t’avrei baciata a fondo
sul gesto dei tuoi occhi.
 
Invece ho preferito le tue gambe
brevi e belle, ho preferito
il mare a pezzi da lontano
che dicevi visibile di giorno
qualche volta, come nell’amore.
 
 
 
 
 
 
Di tutto ciò che ho scritto sui
tuoi occhi belli, la tua voce
che amavo così tanto e le tue
gambe color linfa, insomma,
è rimasta poca cosa.
 
Qualche verso sporcato dal
vino che mi inflette, un insetto
qua e là, saturo di ciglia,
mentre cerco tra le pagine un
qualcosa che abbia la tua forma,
una sagoma di cosmo, appena
un gesto dei tuoi parchi.
 
Prendimi in braccio per favore
che non posso camminare
.
 
 
 
 
 
 

dal Condominio S.I.M.
2017

 
 
Carlo oggi aspettava visite.
Perché l’ho visto entrare con
due bottiglie di vino e un pollo
da cucinare al forno – uno
di quelli che costano, perché –.
Poi gli ha suonato una ragazza
che portava stivali alti e calze
blu come una condanna.
Una cosa che lui aspettava.
 
 
 
 
 
 
Carlo questa notte credo
abbia fatto l’amore. Ho sentito
versi di persiane scorrere
e di gole che si toccano, ma
non aveva volto quella donna.
Solo piedi lunghi e capelli ben curati.
E grida di un animale in gabbia
che non sa come uscire dalla vita.
 
 
 
 
 
 
Quando hanno portato via
le cose dall’appartamento
di Silvio so hanno trovato
libri accatastati contro un muro
e scorpioni e scarafaggi quasi
da chiamare la disinfestazione.
Credo Silvio li tenesse apposta
messi accanto al letto
per ricordarsi cos’è l’amore.
 
 
 
 
 
 
Di domenica mattina l’aprile
ha la commedia d’una donna nel letto
che gemma lillà fra le cosce
e ti dice senti l’odore
ma non mi toccare, non basti,
devi chiedere scusa – so
anch’io che di fronte a Dio
siamo sempre colpevoli.
 
 
 
 
 
 

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