Impoverimento della poesia? Sul dibattito recente

 
 

In questi giorni in rete sono apparsi alcuni articoli/discussioni sulla narrativa italiana a partire da un’affermazione di Gilda Policastro su le paroleelecose.it (La più amata dagli italiani. Teresa Ciabatti e l’eutanasia della critica). Nello specifico una frase della Policastro (Già un decennio fa un saggio capitale come La lettera che muore di Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”) ha prodotto tutta una serie di risposte tra cui quella di Giulio Mozzi (Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi – il cinema, le serie tv, i videogiochi – continuano ad arricchirsi? – appunto aperto), di Alessio Cuffaro (Mozzi, i Radiohead, la Policastro e il nostro bisogno di consolazione), di Mozzi nuovamente in risposta a Cuffaro (Ancora su letteratura e semplificazione – risposta ad Alessio Cuffaro) e altre su Vibrisse tra cui quelle di Valentina Durante (Chi ha investito nella formazione/crescita di un pubblico?), Edoardo Zambelli (Di cosa stiamo parlando esattamente? Di forme complicate o del perché le forme complicate non vendono, non sono comprese?), Marco Terraciano (Che cosa intendiamo per “complessità”?).

Chi segue questo mio piccolissimo blog, che ultimamente si è spopolato di articoli (note di lettura a libri di poesia che molto disordinatamente incontro e che si sono trasferite su Laboratori Poesia assieme alle note di alcuni amici quali Pierangela Rossi, Gabriella Musetti, Fulvio Segato e altri), sa che sono un Editore e non un critico e che talvolta scrivo versi come l’opera che a stralci sto presentando sempre in questo spazio (Il Condominio S.I.M.). Questa mi pare debba essere una precisazione necessaria per restituire l’inevitabile contesto dal quale voglio muovere alcune opinioni sulla questione.

Non entro ovviamente in merito alla narrativa perché non è il mio ambito, ma per quanto riguarda una medesima riflessione nell’ambito della poesia ci sono due elementi che mi hanno colpito.

 

Non riesco a capire se si parla di complicazione/semplificazione di forme narrative (cui sembra alludere la Policastro quando parla della decodificazione di Inception e del suo Cella, per altro molto bello) o se si parla del perché si promuove di più una cosa che non un’altra (quindi la questione diventa, sostanzialmente, marketing). Lo dico perché, a seconda della prospettiva, le risposte potrebbero essere differenti.

(Edoardo Zambelli in Di cosa stiamo parlando esattamente? Di forme complicate o del perché le forme complicate non vendono, non sono comprese?).

 

Qualche settimana fa, alla Bottega di narrazione, ci capitò di guardare un celebre cortometraggio di Zbigniew Rybczyński, Tango (1980, premio Oscar 1983 come miglior cortrometraggio d’animazione: e gli Oscar non sono un premio “di nicchia”). Io lo avevo visto probabilmente (e casualmente) nel 1983 (quando di me stesso immaginavo tutto, fuorché di diventare quel che sono adesso), e poi ne avevo perse le tracce (non ricordavo il titolo, non ricordavo il nome dell’autore, sono ignorante di mio ec.); ma lo descrissi in aula e, come speravo, saltò fuori che più d’uno lo conosceva benissimo. Provate a fare qualcosa di simile per iscritto, e probabilmente vi verrà fuori una roba che anche il vostro migliore amico considererà “difficile”. Vi propongo qui, tra i testi comparabili (non per meccanica della costruzione, ma – secondo me – per la logica di funzionamento del tutto) le celebri Istruzioni per l’uso pratico della Signorina Richmond di Nanni Balestrini:

Nettatela squamatela infilatele nel ventre
le erbe odorose fissatela allo spiedo
con un sottile filo metallico o con uno spago
umido grigliatela alla carbonella accesa
 
cospargetela con rosmarino e alloro
lasciatela riposare per un’ora così che
tutti gli aromi la penetrino poi scuoiatela
e pulitela tagliatela in grossi pezzi
 
infilzatela ben unta d’olio sullo spiedo
e praticatele qualche taglio sulla pelle
perché non abbia a screpolarsi fatela cuocere
a fuoco moderato spruzzandola di sale
 
tagliatela a dadini potatela a bollore
mescolando senza interruzione cuocetela
a fuoco scoprto molto dolce per 20 minuti
colatela attraverso un setaccio sottile

[continua]
 

È “difficile”, questa ballata di Nanni Balestrini? A me pare di no. Certo, alla domanda: “Ma che cosa racconta, esattamente, questa ballata?”, tocca rispondere, all’incirca: “Racconta una serie di operazioni crudeli benché familiari, terribili benché espresse con dolcezza, sul corpo della Signorina Richmond, che nel libro Le avventure complete della Signorina Richmond è un soggetto che può fare, o subire, più o meno qualunque cosa; ma il godimento per chi legge non è tanto in un’azione (non c’è ‘romanzo’, in questa ballata) quanto nell’uso del linguaggio”. Quanto al tasso di difficoltà, è forse superiore a quello dell’oroscopo di Nino Frassica? Quindi: non mi pare che le Istruzioni pratiche possano essere considerate “difficili”. Al massimo, se non ne siete stati ipnotizzati (come succede regolarmente a me), vi saranno sembrate un po’ noiose (come Tango, peraltro): una noiosità che viene, direi, dall’infrazione di alcune “regole ritmiche” (sia le Istruzioni sia Tango sono, per dire, “un po’ troppo lunghi”). Cosa che vale anche anche per l’oroscopo di Nino Frassica. […] E dunque? No, non ho una risposta alla domanda di Gabriele Frasca, ripresa da Gilda Policastro. Ho delle risposte generiche: l’industria dell’intrattenimento visivo-narrativo (cioè del cinema e delle serie televisive) ha un regime economico molto diverso dall’editoria; fa su ogni prodotto, anche il più piccolo, un investimento molto più rilevante; ha un rapporto col pubblico molto più stretto e, devo dire, più decisivo; Inception è un film di una certa complessità ma con dentro qualche divo che tira pubblico (Leonardo Di Caprio almeno); la decisione su ogni prodotto da fare è oggetto, dentro l’editoria cinematografico-televisiva, di lunghe riflessioni (nell’editoria, vi prego di credermi, càpita che si discuta di un libro proposto per cinque o sei minuti). Ma tutto questo non è pertinente alle opere: sta nel contorno, nella sociologia. E poi, non posso dimenticare il giorno in cui un dirigente di Einaudi (mica di Newton Compton), alla mia disperata domanda: “Ma insomma, che cosa volete che vi proponga?”, mi rispose: “Mi dispiace dirlo, ma vorremmo dei libri non tanto grossi, con un protagonista nel quale ci si possa identificare senza indugi, una vicenda lineare, e alla fine un messaggio di conforto”.

(Giulio Mozzi in Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi – il cinema, le serie tv, i videogiochi – continuano ad arricchirsi? – appunto aperto)

 

La questione sul che cos’è difficile? viene approcciata sostanzialmente al medesimo modo sia da Mozzi (almeno in parte) sia da Zambelli (e da quest’ultimo la Durante approfondisce molto bene ampliando il discorso). Non è difficile l’opera sulla quale si può fare un’operazione di marketing, che si può vendere. Editorialmente questo si traduce in è pubblicabile ciò che non è difficile. E di casi esemplari non ne mancano anche in poesia. Basti pensare a quello straordinario libro che è Il numero completo dei giorni di Giovanna Rosadini uscito per Aragno invece che per Einaudi. Basti pensare, sempre in ambito Einaudi, al successo di vendite (per un libro di poesia) di La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore di Chandra Livia Candiani. Basti pensare a un’altra poetessa (che piaccia o no bisogna riconoscerle il percorso) quale Giovanna Frene, notoriamente messa da parte sia dall’editoria (nonostante la pubblicazione in Nuovi poeti italiani di Einaudi) sia dagli eventi.

 
Il marche dans la ville avec un mot secret
 
Adesso la ferita si è fatta cicatrice, rilievo
sulla superficie – memoria dell’ustione, segno
di benedizione. Eppure ancora non c’è stato
ritorno, ma solo un lento perdersi alla veglia,
qualcosa che somiglia e non risolve, l’intravedere
un fuori dalle ombre. Forse non c’è più il luogo
che ci attende, mutato insieme al nostro divagare
per strade periferiche e lontane, slabbrato
alla sua tinta famigliare. O forse non ci sono
le parti che abbiamo interpretato – entrambi
angeli in armi, sorpresi sulla riva oscura
del passato. E catafratti dentro a un doppio
esilio, manchiamo noi stessi e chi ci chiede
di restare – e questo è il pegno da pagare.
 

(da Il numero completo dei giorni di Giovanna Rosadini, Aragno 2014)

 
 
 
 
Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.
 

(da La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore di Chandra Livia Candiani, Einaudi 2014)

 
 
 
 
I. Bronzo di Augusto Murer
 
monumento ai denti digrignati, che non sono tutti uguali: ci sono
denti più digrignati di altri, la lirica di massa, informe, poltiglia:
 
denti paterni e superiori VS denti figliali e inferiori
denti allineati e solari VS denti aspri e intricati
– e non hanno identica Patria, o non sono per la Patria uguali denti?
 
a morsi, a frammenti mai ricomposti il basso striscia proteso in alto
legato sopra la porta stretta, estrema retta di coraggio,
retta anche la posta in gioco – si ma a quale tavolo?
non si ricorda una memoria, che è così con-divisa
 
anche così si rimuore e solamente
ma anche così il morire è sotto sotto
solo un morire
 

(da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene, Arcipelago Itaca 2015)

 

Poi però succede che una poetessa come Sonia Gentili vince il Viareggio con Viaggio mentre morivo, libro non propriamente semplice (ma forse la mia prospettiva è di parte in quanto conosco Sonia da tanti anni):

 
Notturno
 
Gli alberi, le teste buie
al vento, l’occhio invisibile
ed attento
di due volpi
 
nel tormento
oscuro delle foglie, dei rami che torcendosi
abbracciano ora il tempo
sinistro del naufragio, tutto ritorna
al cielo cancellandosi, le linee
tradiscono le forme
abbandonandole e il vuoto
sale al niente, è pietra
circolare, cieca, è torre
senza finestre che ha
nelle budella
un trono
 
il buio riempie i tronchi
come un coro
di foglie insonni
di rami che torcendosi
abbracciandosi
resistono al frastuono
della vita
impaurita
dalla notte
 
rumore notturno
della vita: per il ribrezzo
del niente che la sfiora
si ritrae torcendosi, ancora
più cupamente
viva
 
anche stanotte il sonno
non basta per morire
 

(da Viaggio mentre morivo di Sonia Gentili, Aragno 2015)

 

In fondo già nel 2005 si leggeva che Caduta del resto in disuso l’Idea di Forma, non si vede davvero perché lo spettro evocato in apertura – il ‘pubblico della poesia’ autoreferenziale, ‘diaristico’ e dunque privo di qualsiasi idea di linguaggio poetico, di qualsiasi bagaglio di cultura poetica – debba essere considerato qualcosa di diverso dai poeti ‘veri’. I quali magari tentano, con tutte le loro forze, di scrivere esattamente nello stesso modo (da Odissea di forme, prefazione a Parola plurale, Sossella Editore 2004, che con piacere ho visto citato da Julian Zhara nella sua intervista su glistatigenerali.com Quale pubblico per la poesia? – antologia che aveva il pregio di inserire quello straordinario genio dimenticato che è stato Ferruccio Benzoni e che ogni tanto salta fuori come in Dopo la poesia di Roberto Galaverni, Fazi 2002, in Nuovi Argomenti nel 2016, o come in questi giorni in cui è apparso un profilo facebook col suo nome a 18 anni dalla morte). La questione dei poeti che scrivono tutti allo stesso modo oggi forse non è del tutto così applicabile (le differenze tra poeti come Maria Grazia Calandrone e Gian Mario Villalta sono più che evidenti) ma resta la questione della poesia difficile o meno.

 
Anni di prostrazione e reparto
 

(…) Furono il mio lager tanto
che venutone fuori (dimesso)
d’ogni cosa ebbi paura:
tornare tra la follla che si urta,
le ombre surrogare nella mia.
Da allora nient’altro che un
romanzo l’azzurro
non riferibile alle nuvole più
larvali presso il tuo sonno
nella camera del cordone ombelicale.
Notti e giorni al riparo dall’esistere.
E sfinimento seme riverberi
d’abbracci
allarmati da un treno, una sirena.
All’alba (nella camera accanto)
quando roca non senza grazia
allo specchio ti ossidavi –
secco un colpo di tosse (ematico?)
un capogiro erano presagio
di sconfessata vita un
libera nos dall’estetica
delle consunzioni domestiche.
 

(da Sguardo dalla finestra d’inverno di Ferruccio Benzoni, Scheiwiller 1998)

 
 
 
 
© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
come la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
 
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
              – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura

 
                 mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
 
                     usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                          avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
24.5.13
 
 

(da Serie Fossile di Maria Grazia Calandrone, Crocetti 2015)

 
 
 
 
Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all’orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.
 
L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell’albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.
 
La bimba piange, con il padre.
 
Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.
 
La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.
 
La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.
 
La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.
 
Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?
 

(da Telepatia di Gian Mario Villalta, Lietocolle-Pordenonelegge 2016)

 

Ma nell’era dei Social Media, delle riviste online, dei blog, dei grandi eventi non serve più pubblicare un libro per essere poeta (e lo dico da Editore). Oggi il libro diventa la definizione di un percorso (nei casi migliori e più desiderati dall’Editore) oppure un feticcio da mostrare (nei casi più frequenti). Per cui la possibilità dell’operazione di marketing (che rende il libro non difficile) perde il suo connotato di commerciabilità per diventare un prodotto che può venir accettato senza un corrispettivo effettivo se non la notorietà. L’essere chiamati poeti. E in effetti la rassegna stampa recente ci restituisce censimenti e dichiarazioni di vitalità che rasentano l’epifania.

Ero alcune settimane fa a una presentazione a Udine condotta da Francesco Tomada che faceva un focus sulla poesia di Roberto Cescon, collaboratore di Pordenonelegge che io stesso ho pubblicato nel 2010 (La gravità della soglia, prefazione di Maurizio Cucchi). Roberto se non ho interpretato male a un certo punto ha dichiarato che la poesia può darsi la possibilità d’essere giudicata dal pubblico dei lettori. Questo giocoforza implica che la poesia deve tenere conto del lettore. In altre parole la poesia non deve essere difficile per il lettore. Roberto ha inoltre dichiarato la scelta (soprattutto nel suo secondo libro) di raccontare cose quotidiane, della vita vissuta ogni giorno, a casa.

 

La gravità della soglia divora
nel sangue l’istinto maroso
gettarsi in avanti come un migrante
perché c’era sempre qualcosa, avere
periodi, le mezze misure,
la paura di spingersi più in là,
persino dell’endecasillabo,
ma dovremmo essere un’altra generazione,
invece ci hanno insegnato a pensarci
neutrini senza saperlo.
 
La distanza del diventare è vivere
o scrivere tutti quei passi
e, mentre ti volti, già sei entrato
in un destino, come i mughetti
che fanno profumi senza saperlo.
 
E allora far la pace con gli anni
basta solo ricordarsi e sperare
con le immagini che sanno qualcosa
 

(da La gravità della soglia di Roberto Cescon, Samuele Editore 2010)

 
 
 
 
La poltrona Poäng
 

La sto montando stasera
e non sta andando male,
basta seguire le istruzioni con calma.
In salotto il telecomando
cerca un canale che non c’è.
Mi sembra di sentire singhiozzi,
perchè l’emicrania di oggi spezza
l’illudersi anche di questo mese.
È più fatica a stringere le viti.
 
È la poltrona Poäng il nodo:
un angolo per leggere comodo
nello studio, che invece credevo
di liberare per la cameretta.
Forse è una sfida o un modo
per accettare quello che non arriva,
come ci fosse meno dolore nel farlo.
 
Poltrona e tivù sono direzioni diverse
degli stessi pensieri, lontane
più della parete che ci divide.
 
Non ci sono parole per toccarsi.
 

(da La direzione delle cose di Roberto Cescon, Ladolfi 2014)

 

Di tutto quanto ho appena presentato, forse in maniera un po’ caotica, mi interessa sottolineare che il concetto di difficoltà in poesia è strettamente legato alla relazione che il poeta vuole instaurare col lettore. Lo stile non è stato dimenticato o messo da parte ma è stato adattato alle nuove esigenze, alla domanda che continua a essere presente: ha senso scrivere poesia oggi? E se si, in che forma? Non sto ovviamente parlando di tutto quel magma di autori che ogni giorno scrive e pubblica nelle diverse forme i loro versi. Intendo quei veri poeti che sono tali in quanto svolgono una ricerca sulla e nella lingua. La modellano, la creano. Sto pensando ad esempio (oltre a quelli già citati) ad Alberto Toni, che ho recentemente pubblicato, a Pasquale Di Palmo, Ivano Ferrari, Claudio Damiani. Questi poeti sono chiamati a confrontarsi con due diverse possibilità della comunicazione poetica: 1) parlare al lettore – 2) costruire un testo a prescindere dal lettore. Sapendo che comunque ogni scelta dovrà essere contestualizzata nel presente e dovrà prendere atto della storia letteraria almeno più prossima. In un’ambiente dove il canone non esiste più, è impossibile, dove anche il concetto di tradizione è diventato incompatibile e dove, come bene dice la Policastro, la critica ha compiuto un’eutanasia. E perché? Perché non ci sono più punti di riferimento, coordinate, stiamo letteralmente navigando alla cieca nel tentativo di far proseguire la letteratura poetica con l’ansia di non esserne più in grado.

 
Così lontani, non sembra vero
il passaggio minimale, nel cono
d’ombra, troppe le avventure mancate,
la cacciata, la fuga negli spazi riarsi,
essenziali. E il movimento è sempre
quello, sempre uguale, anche se
appare diverso ogni momento.
È l’illusione ottica della vita,
la fantasia che corre e spaventa
i più piccoli per un nonnulla.
La santa scala fino a un barlume
di verità decente: la pianta del bene
quando si sente
pungere in testa l’ossessione del tempo.
Non lo sapevo al punto tale
feroce e indifferente. Non appare
mai. Dispare continuamente
sull’asfalto e ritorna di notte
nello struggimento al risveglio.
Rema contro, il tempo. Rema
per la città senza cuore, per
i secoli brevi, troppo brevi.
E a niente vale la clessidra,
se non come specchio e tema.
Sempre lo stesso nei secoli,
aspettando l’Angelo. L’ho
sentito frusciare, incalzava
me, ne sono sicuro, mi poneva
questioni irrisolte e dolorose,
perché il tempo non dà risposte.
Nessuna. Fruscio d’alito perpetuo,
intuito, annegato subito dopo
nelle mie chiacchiere oziose.
Ho ripreso la strada, un po’
più in là del tempo, come
dominato dal furore di non
perdere la visione.
La Creazione ha parlato
con parole semplici.
 

(da Il dolore di Alberto Toni, Samuele Editore 2016)

 
 
 
 
Questo l’inventario dei tuoi poveri beni:
un mucchio informe di capi
di vestiario, di tute slabbrate
che lasciamo a malincuore
ai tuoi compagni dell’ospizio,
un paio di pedule in stoffa
più grandi perlomeno di due numeri,
un rasoio elettrico malfunzionante
che faceva miracoli sulle tue guance
congestionate, sul tuo mento appuntito,
il dopobarba che ti ho regalato
per l’ultimo anniversario,
un piccolo orologio senza valore
che per te non segnava alcun tempo.
Non un biglietto, una parola.
Da anni parlavi una lingua
che non è fatta di parole.
 

(da Trittico del distacco di Pasquale Di Palmo, Passigli 2015)

 
 
 
 
Sei tu la materia che mi converte
che sanguina docile negli occhi
si è spenta l’ombra
il corpo invece piroetta in aria
e come avessero una testa sola inseguono
due o tre fiori domenicali
eppure la paura non è niente di intero
la pace non contiene nulla.
 

(da La morte moglie di Ivano Ferrari, Einaudi 2013)

 
 
 
 
Ma se tutte le vite che sono state e che sono
e anche quelle che saranno
fossero come una palla
tutte attaccate e insieme fossero una vita sola
come la palla di Parmenide
e non ci fosse distinzione tra una parte e un’altra
né spazi vuoti né movimento
ma tutto fosse una sola cosa nell’essere
e ognuno di noi le vivesse tutte
le vivesse tutte le vite e, stanco,
fosse pronto per morire?
 

(da Cieli celesti di Claudio Damiani, Fazi 2016)

 

Tornando quindi alla questione iniziale, ovvero se la poesia si sia impoverita o meno, direi assolutamente no. È cambiata, non ha più dei punti di riferimento precisi e spesso non sa che fare, ma resta ancora positivamente nell’ambito laboratoriale della ricerca. Che in fondo è tutto, perché è da questo che nascono quei tre o quattro poeti in un secolo. È vero fanno molto più clamore quelle centinaia di voci che scrivono con l’obiettivo di piacere al pubblico, di ammiccare al lettore al fine d’essere accettati, ricordati, che si pone come traguardo la facile emozione di chi legge. Fanno più clamore le stanche edizioni dei soliti nomi che (è un dato di fatto) con le nuove generazioni hanno ben pochi punti di contatto. Ma tolto questo popolo restano i poeti che fanno ricerca, che studiano, che tentano di trovare una propria stella polare. Certo, bisogna ammettere che forse manca ancora quel poeta che ha la forza di trovare una stella polare che valga per tutti, condivisibile, che non si adagi sul linguaggio più semplice perché è una strada facile per entrare nei festival, per avere tanti like online, magari un’Edizione di certo peso, ma in fondo non ne abbiamo bisogno.

La poesia non deve essere consumismo ma definizione, filosofia anche. E se abbiamo bisogno di sperimentare e di fare laboratorio magari ancora per altri cinquant’anni non ci vedo nulla di male. Quando sarà il momento più opportuno, soprattutto a livello socioculturale, capiremo cosa dire e come dirlo. E personalmente sono convinto che lo capiremo a prescindere dal pubblico dei lettori. E anche la critica forse tornerà a respirare.

 
 
 
 

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