da Il Segnale n. 106

 
 

Un canzoniere amoroso, secondo la grande tradizione letteraria occidentale, anche se abbondantemente intriso di modernità e anche di un disincanto inevitabile nella poesia contemporanea. È la raccolta Il colore dell’acqua di Alessandro Canzian, una sorta di sfogo in versi, o meglio ancora di terapia poetica contro l’abbandono d’amore, che, al di là degli aspetti psicologici, costituisce sempre un grande serbatoio di creatività. Un’antologia in realtà divisa in due, perché in fondo sono due le figure femminili che costituiscono il punto di riferimento dell’ispirazione poetica, la mancante, l’assente, ciò che resta insomma della mitica figura della donna angelo, nobilitata da stilnovisti e lirici romantici, e prima ancora dalle prime manifestazioni del periodo trobadorico e provenzale. Due figure legate a due tempi diversi, il passato nel primo caso, nel quale si racconta, momento dopo momento, il senso di una fine che però non ha finito di far male, e il futuro nel secondo caso, dove il poeta si diverte a costruire un’immagine illusoria di donna, proiettando i propri fantasmi e i propri desideri, o solamente le proprie sconfitte, su una donna dirimpettaia forse, comunque conosciuta solo superficialmente.

La prima parte del canzoniere è tutta tesa a ripercorrere con nostalgia e disperazione gli istanti di una relazione che forse riempiva, ma che sicuramente ha finito per mostrare la sua importanza proprio nel momento della conclusione, che poi è il momento in cui sorgono i versi e la poesia si rivela, fino a dare forma anche ad una pubblicazione. Tutta la routine dello scambio reciproco e quotidiano, le predilezioni, le abitudini, gli appuntamenti delle piccole gioie, tutto l’armamentario del giorno e della quotidianità vengono sceverati dal poeta, alla ricerca forse di una spiegazione, dell’anello che non ha tenuto, della causa di ciò che è accaduto e che ha visto l’uomo dover accettare l’assenza definitiva dell’amata.

Dai versi non emerge tanto la gelosia, che non si addice alla raffinatezza spirituale di Alessandro Canzian, autore di più libri di poesia di grande fattura, di cui uno si intitola non a caso Canzoniere inutile (con prefazione di Elio Pecora). Si diceva non è tanto la gelosia, quanto lo struggimento di sapersi lontani a una vita che ora ha scelto un’altra vita, che ha operato uno scambio, che ha perentoriamente sostituito un’anima con un’altra. È naturalmente il gioco dell’esistenza e dell’amore, e anche se fa male va accettato. Canzian lo sa, ma sa anche che da queste inquietudini, dal magone inestinguibile che si poggia sullo stomaco ogni volta che si ripensa a lei, da questo sentimento forte e ovviamente angoscioso, nasce a volte una reattività senza precedenti, una forza poetica che lo stato normale dell’appagamento non può offrire.

Va detto però che non è tanto la poesia a sostituirsi alla realtà, ad essere espiazione e sublimazione delle sconfitte reali della vita. Non sta in ciò il punto. Il punto è che la poesia quando interviene in questi casi, e in Canzian lo fa con grazia e parole di grande coinvolgimento, quando la poesia fa capolino lo fa per mostrare che la realtà non è solo quella che vediamo ed esperiamo. Che noi, esseri umani, siamo a volte molto più complicati e profondi delle cose che ci accadono, degli eventi, delle relazioni. La nostra immaginazione è più forte ed essa ci riscatta.

Tutto ciò Canzian lo grida senza requie anche in altre poesie, apparentemente più virili e ottimistiche, che occupano la seconda parte della raccolta, quando, di fronte alla sconfitta di una relazione finita come dice lui stesso in un’apocalisse, ha avuto il coraggio o la follia di buttarsi in un’altra relazione, questa volta solo immaginata, virtuale, poetica nel vero senso della parola. Ma in tutti e due i casi, sia nella relazione effettivamente vissuta sia in quella non tanto immaginata, quanto solo sognata, neanche desiderata, ebbene in tutti e due i casi la soluzione è quella dell’accertamento dell’assenza della figura femminile, quasi a confermare il topos letterario della donna angelo, di cui però ora rimane soltanto una parvenza fantasmatica, una mancanza senza eccezioni.

 

Marco Tabellione

 
 
 
 


 
 
 
 

 
 
 
 
 
 

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